Dici “Calendario Pirelli” (The Cal, per gli amici) e pensi subito a tette e culi. Anche se tette e culi, poi, non è detto che ci siano davvero. Così, quando il direttore Sergio Luciano mi ha girato il comunicato stampa dell’edizione 2027, la mia prima reazione non è stata esattamente quella della lettrice pacificata dal patriarcato: ma come, proprio a me? Alla sottoscritta, che passa il tempo a parlare di parità di genere, di leadership femminile, di corporate culture e di tutte quelle belle cose che il mercato invoca con entusiasmo finché non c’è da cambiare davvero qualcosa?
Eppure The Cal ha sempre avuto questo talento un po’ irritante: farti credere di averlo capito, e poi spostare il tiro di qualche centimetro. Nato come oggetto promozionale, diventato feticcio, poi reliquia pop, poi again oggetto di discussione, il Calendario Pirelli è quel raro caso di marketing che si è preso così sul serio da diventare quasi cultura alta. Quasi, appunto. Perché sotto la patina da grande fotografia internazionale, resta sempre lì la sua vocazione originaria: vendere un immaginario mentre finge di raccontare il mondo.
Ed è proprio per questo che funziona. Per anni lo abbiamo letto come il tempio della sensualità patinata, la grande fiera del corpo perfetto, dell’illuminazione impeccabile, della posa che sembra casuale ma costa come una piccola fusione nucleare. Poi il calendario ha iniziato a cambiare pelle, come fanno solo gli oggetti abbastanza ricchi da potersi permettere l’evoluzione: meno nudo come formula, più racconto, più identità, più atmosfera, più ambizione autoriale. Più paraculo, insomma: ha capito che per restare desiderabile non bastava più mostrare, bisognava anche suggerire di sapere qualcosa.
L’edizione 2027, poi, gioca una carta ancora più sofisticata: l’India, raccontata da due fotografi, Sølve Sundsbø e Avani Rai (che subentra nel progetto dopo la morte del padre Raghu Rai), in un progetto che promette meraviglie (visive). Il calendario che per decenni è stato letto come il trionfo della pelle adesso si misura con un Paese che è già di per sé un intero universo narrativo. E quindi sì, la mia reazione iniziale era un po’ prevenuta. Perché The Cal, in fondo, è sempre stato bravissimo a mettere in scena il suo stesso paradosso. È commerciale, ma vuole sembrare arte. È glamour, ma pretende profondità. È un calendario, ma da anni si comporta come se fosse una mostra con budget da multinazionale.
Ed è qui che mi sono arresa, perché tra una posa, un’idea e un po’ di marketing con ambizioni da museo, The Cal conferma la sua vocazione più sincera: provare ogni volta a raccontarsi come qualcosa di diverso. Perché tette e culi, anche se nascosti (ma non troppo) sotto il tessuto, ci sono sempre.
















