Nel Paese in cui il 76% dei cantieri edili – che non sono qualcosa di etereo e celabile, ma sono grossi, invadenti, rumorosi e polverosi – è irregolare sul piano più importante di tutti, che è quello della sicurezza sul lavoro, una luce di speranza. E’ operativa dal 21 febbraio la piattaforma ministeriale che porterà alla creazione dell’Albo dei certificatori dei crediti d’imposta ricerca e sviluppo, innovazione e design. Avete capito? Sissignore, avete letto bene. Un albo pubblico, costituito presso il Ministero delle imprese e del made in Italy, che raggrupperà tutti coloro – persone fisiche e anche giuridiche – che riterranno di essere capaci di certificare se una scoperta scientifica, un ritrovato tecnologico, o addirittura un marchio, rivestano quei caratteri di pubblica rilevanza che gli possono meritare il sollievo di un credito d’imposta.

Questo sì che è ottimismo. Un po’ come fu con gli esperti che da parecchi anni ormai rilasciano la certificazione energetica alla qualunque; o come quei periti che autorizzano la circolazione di qualsiasi catorcio automobilistico senza nemmeno provare a premere il freno o quei medici che ti rinnovano la patente senza nemmeno guardarti in faccia.

Per carità, un qualche criterio di accertamento – per l’erogazione di soldi pubblici quali sono quelli dei crediti d’imposta – andava pur trovato. Ma fa davvero specie che si sia ritenuto di ricorrere a un nuovo albo, istituire una nuova privativa, costituire una nuova professione… Se uno Stato moderno, ottava potenza economica del mondo, nel 2024 ha bisogno di stabilire chi, nell’interesse collettivo, debba prendersi la responsabilità di certificare il merito di un’innovazione, è uno Stato che ha già perso.

E poi, scusate: ma non esiste il Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche? Non aveva più senso affidare la pratica al Cnr?