L’intelligenza artificiale sta entrando nelle aziende con una velocità che costringe a ripensare anche il modo di proteggerle. Non si tratta più soltanto di dipendenti che utilizzano chatbot e strumenti generativi: gli agenti AI possono cercare informazioni, consultare documenti, interagire con applicazioni e compiere operazioni in autonomia. Ed è proprio questa capacità di agire a trasformarli in un nuovo terreno di confronto per la cybersecurity.
Non basta più controllare gli accessi
Dal palco di Protect 2026, l’evento annuale di Proofpoint organizzato a San Diego, il CEO Sumit Dhawan ha indicato il limite dell’approccio tradizionale alla sicurezza informatica. Per anni la priorità è stata stabilire chi potesse accedere a un determinato dato o sistema. Con l’AI questo non è più sufficiente: diventa necessario comprendere anche perché avviene l’accesso, quali operazioni vengono eseguite e quale sequenza di azioni ha portato fino a quel punto.
Gli agenti AI diventano operativi
La differenza rispetto ai primi strumenti di AI generativa è sostanziale. Un chatbot può produrre un testo o riassumere un documento; un agente AI, invece, può essere autorizzato a intervenire direttamente sui processi aziendali. Può recuperare file, utilizzare informazioni provenienti da sistemi differenti e svolgere attività per conto di una persona. Più aumentano le sue autorizzazioni, però, più cresce la superficie che un eventuale attacco può sfruttare.
Il rischio nascosto nelle istruzioni
Una delle vulnerabilità riguarda le istruzioni in linguaggio naturale che un agente può incontrare durante il proprio lavoro. Comandi malevoli possono essere inseriti all’interno di documenti, email o altri contenuti e influenzare il comportamento del software. È il problema delle cosiddette prompt injection: l’agente può interpretare come istruzione ciò che dovrebbe semplicemente leggere, con il rischio di eseguire azioni non previste o utilizzare le informazioni in maniera impropria.
Dall’identità al comportamento
Per le imprese, quindi, la sicurezza deve spostarsi dal semplice controllo dell’identità verso quello del comportamento. Sapere che un utente o un agente è autorizzato a consultare un file non basta più: occorre osservare come quell’accesso viene utilizzato e quali operazioni vengono compiute successivamente. Con persone e software autonomi che lavorano sugli stessi dati, la sfida diventa ricostruire l’intera catena delle azioni e individuare rapidamente quelle che escono dal comportamento previsto.
















