È una sfida per le generazioni che oggi lavorano, producono e pagano le tasse, ma ancor più per quelle che verranno. È una sfida per rivalutare e sostenere il famoso “ceto medio”, ma anche per tutelare i diritti della persona umana al centro di un mondo che non sta rispondendo con linearità alle tante, forse troppe transizioni simultanee in atto: quella ecologica, quella digitale, quella demografica, quella geopolitica.

L’ha lanciata, su iniziativa del suo presidente Stefano Cuzzilla, la Cida – Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità – che associa i manager pubblici e privati, con una petizione sulla piattaforma charge.org che è intitolata “Salviamo il ceto medio” e che, al momento in cui scriviamo, ha ottenuto oltre 31mila firme.

«È un’azione collettiva dimostrativa in difesa del ceto medio che è il motore della nostra economia – spiega Cuzzilla, in quest’intervista con Economy – è una parte intraprendente e produttiva che genera Pil, posti di lavoro, crea nuove aziende e che, ciò nonostante, da troppi anni è oggetto di ripetuti provvedimenti falsamente redistributivi ed è orfano di un’attenzione politica. Abbiamo presentato formalmente le nostre istanze in un’audizione presso la Commissione Bilancio del Senato e sono stati numerosi gli incontri istituzionali tenuti con le forze politiche, compresa la nostra presenza al tavolo con le parti sociali sulla Manovra a Palazzo Chigi».

Ma quale obiettivo vi siete dati, sul piano sindacale ma anche socio-culturale?

Le rappresentanze dei dirigenti riunite in Cida rappresentano oggi un mondo variegato che può e deve esprimersi per una platea più estesa. Abbiamo capito che dobbiamo farci interpreti di una categoria lavorativa che non comprende soltanto i top manager, ma tantissimi lavoratori che stanno penando sotto i colpi di un fisco aggressivo che tutto è, tranne che amico. Una categoria che coincide oggi con tutta quella parte di società che lavora, paga le tasse e consuma ed è, in altre parole, quella che meriterebbe il massimo sostegno perché fa crescere l’economia del Paese, e invece non lo riceve per niente. Questa nostra linea va portata avanti in maniera condivisa, altrimenti quel che i sociologi definivano e definiscono ancora “ceto medio” scomparirà.

In che senso?

I dati Istat dimostrano che ormai alcuni tipi di assegni di sussidio iniziano ad essere richiesti anche da persone che lavorano. La fetta di 5 milioni di italiani in povertà inizia ad includere anche molti occupati. È un grave segnale d’allarme, che si somma alla crescente difficoltà di accedere ai servizi di welfare, scuola e salute pubblici, per cui sempre più spesso le prestazioni tocca pagarsele di tasca propria.

Cida rappresenta una categoria in agitazione, quella della sanità; e anche gran parte del mondo della scuola…

Che rientrano tra quelli colpiti dall’impoverimento. Si aggiunga all’analisi un grave problema previdenziale in arrivo. La spesa per il welfare che dovrebbe essere resa possibile dalle altissime aliquote fiscali pagate da chi non evade, in realtà non è più sostenibile. Quando arrivi alla pensione, invece di avere ciò che ti spetterebbe, ti tagliano la rivalutazione, come se caro prezzi e inflazione non colpissero tutti indistintamente. Il paradosso è che quando sei in età di lavoro paghi le tasse e non ti resta un corrispettivo adeguato a fare risparmi incrementali, e comunque lavori fino ad età sempre più avanzate. Poi, quando finalmente vai in pensione, ti accorgi di stare incassando molto meno di quanto speravi. E prendi atto per giunta di essere diventato, con il tuo reddito pensionistico e i risparmi accumulati, l’unico baluardo della qualità della vita per figli e nipoti.

Qual è la soglia di reddito che divide dal limbo della semipovertà?

Hanno deciso che la soglia è quella dei 35mila euro di redditi lordi annui: è una linea di demarcazione netta che ricorre in molti provvedimenti di politica fiscale. Paradossalmente chi guadagna oltre i 35mila euro viene considerato ricco, e pertanto viene escluso da sostegni, bonus, detrazioni di cui, invece, può tranquillamente beneficiare chi evade. L’asticella per diventare ricchi agli occhi dell’erario non era mai stata collocata così in basso.

Quindi salvaguardare il ceto medio significa, in sostanza, cambiare le aliquote fiscali?

Guardi, non è accettabile che sia il 13% dei contribuenti a farsi carico da solo del 62% della totalità delle imposte. Sicuramente il problema non si risolve spostando le aliquote, ma un fisco più equo è necessario, altrimenti vanno avanti solo i furbetti.  Ecco perché abbiamo lanciato questa petizione e chiediamo a tutti di firmarla con noi.  Noi puntiamo il dito contro l’enorme evasione che ancora prospera, quei famosi 100 miliardi annui presunti di reddito evaso, quella delle finte partite Iva, dei contratti pirata, dell’economia sommersa… C’è chi non ha mai dichiarato un euro al fisco in vita sua e, pur guadagnandone in realtà moltissimi, osa chiedere l’assegno sociale, e a volte riesce perfino ad ottenerlo.

Ma cosa vi aspettate dalla politica?

Prospettive nuove e convincenti sul welfare, sulle pensioni, sulla sanità. Una grande strategia di ricostruzione della fiducia sociale nel futuro. La fiducia non si costruisce con il concordato preventivo ma con la trasparenza e con i controlli. In questo Paese c’è un enorme strato di economia sommersa, fatto appunto di economia non osservata, lavoro nero, con organizzazioni criminali che spesso lo infiltrano e vivono di riciclaggio. La lotta all’evasione, fatta ad alto livello e con i metodi giusti, sarebbe una risposta, ed è anche uno degli obiettivi del Pnrr. Ci è stato detto che verrà fatto di più, perché non è possibile che milioni di persone non dichiarino un euro.

La finanza pubblica zoppica anche e soprattutto per questo…

Appunto, ma c’è molto da fare anche su quel fronte, al di là della pura lotta all’evasione. Per esempio occorre separare, nella contabilità pubblica, l’assistenza dalla previdenza: fare chiarezza contabile per fare chiarezza nella politica economica… Non soltanto bisogna darsi da fare per ristabilire una giustizia presente ma anche per offrire prospettive alle generazioni più giovani che si vedono tradite, abbandonate, sul loro futuro, sulle concrete opportunità di vita. E questo è forse il danno più grande di tutti. Già oggi 10 giovani su 100 vanno a vivere all’estero, dove sono meglio retribuiti e meglio considerati. Se queste generazioni non sono accompagnate con mano sicura, vanno via, cercano la loro strada fuori dal nostro Paese.

Dove forse trovano anche risposte tecnologiche più adeguate?

Ma non è detto che restino tali, il mondo non ha ancora condiviso una linea comune – sta iniziando a farlo solo adesso l’Europa – sulla tutela del ruolo dell’umano rispetto alla tecnologia. Nel lavoro ma anche nelle responsabilità, nelle scelte…nei processi decisionali.

Lei ha appena pubblicato un libro, scritto in tandem con Manuela Perrone ed edito dalla Luiss: si intitola “Il buon lavoro”… A proposito! Ce ne riassume in senso?

È un viaggio all’interno del lavoro che cambia, tra smart-working, modifiche organizzative incalzanti, mix di generazioni, mansioni nuove. È una grandissima transizione che riguarda un po’ tutti, e chi si affaccerà domani sul modo del lavoro vivrà situazioni anni luce diverse da quelle storiche. è come se stessimo crescendo i nostri figli per un mondo che non c’è più, con una grandissima contraddizione concettuale: gli abbiamo trasmesso sogni, ambizioni e idee di benessere e diritti e li stiamo tradendo tutti, nei fatti.