L’economia cubana entra nel 2026 in una delle sue fasi più delicate negli ultimi decenni, sospesa tra difficoltà strutturali e nuove pressioni geopolitiche. Le tensioni derivanti dall’accentrarsi delle restrizioni sul petrolio e dall’aggravarsi della crisi energetica stanno trasformando progressivamente quella che per anni è stata vista come una resiliente enclave socialista in un laboratorio di fragilità economica e sociale.
Ogni indicatore chiave – dal prodotto interno lordo alla valuta, dal turismo ai consumi – racconta una narrazione di difficoltà crescenti. Secondo stime di centri di studio economici locali, il Pil cubano ha subito una contrazione di circa il 5% nel 2025, segnando il terzo anno consecutivo di declino e portando la perdita accumulata rispetto al 2020 ben oltre il 15% del valore prodotto. Questo peggioramento è stato attribuito in larga misura alla persistente crisi energetica, che non solo ha ridotto la produzione industriale ma ha gravemente compromesso servizi essenziali come l’elettricità, la logistica e la distribuzione alimentare.
Nel cuore dell’emergenza, la scarsità di carburante – alimentata dall’interruzione delle forniture di petrolio dall’estero, soprattutto da Venezuela e Messico, due partner storici – ha imposto tagli alla produzione di energia e gravi limitazioni nei trasporti pubblici e privati. I blackout, documentati come ampi e diffusi lungo tutto il territorio, rispecchiano un sistema elettrico incapace di soddisfare la domanda di picco, con deficit di migliaia di megawatt.
Sullo sfondo di questi problemi, la moneta nazionale ha sperimentato un forte deprezzamento. Sul mercato informale, il cambio del peso cubano rispetto al dollaro Usa ha raggiunto livelli record, con conseguente erosione del potere d’acquisto e impatti immediati sui prezzi dei beni di prima necessità.
Il settore del turismo, per anni uno dei principali pilastri del bilancio nazionale grazie alle entrate in valuta forte, non è immune a questo tracollo. Gli arrivi internazionali sono diminuiti in misura significativa e diversi operatori turistici si trovano costretti a rivedere le proprie proiezioni, mentre impianti alberghieri e servizi connessi faticano a mantenere livelli di operatività adeguati.
Questa congiuntura difficile assume una dimensione ulteriore sul piano politico internazionale con le recenti dichiarazioni di Donald Trump, che ha definito Cuba una “nazione fallita”, esprimendo al contempo l’intenzione di negoziare un accordo con l’Avana per affrontare la carenza di carburante – definita una minaccia umanitaria. Il presidente degli Stati Uniti ha affermato che, pur tenendo aperta la porta al dialogo, non ritiene necessaria un’azione militare o un intervento diretto per rimuovere il governo cubano, una posizione che riflette il tentativo di esercitare pressione ma evita l’escalation diretta.
Dal punto di vista economico, la combinazione di sanzioni più dure in materia di energia, riduzione delle importazioni di petrolio e un quadro normativo internazionale sempre più rigido sulle relazioni con Cuba sta producendo effetti tangibili. Il settore dell’aviazione, ad esempio, ha dovuto fare i conti con la mancanza di carburante per aerei, costringendo alcune compagnie a cancellare voli o a operare con scarso rifornimento.
Le ricadute sulla società civile e sulla vita quotidiana dei cittadini sono immediate: lunghe attese per la benzina, blackout frequenti, riduzione degli orari bancari e accumulo di rifiuti in alcune città a causa dei camion della nettezza urbana fermi per mancanza di carburante. Allo stesso tempo, istituzioni internazionali come le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per le conseguenze umanitarie della crisi, mettendo in guardia circa il peggioramento delle condizioni di vita se non verranno trovate soluzioni efficaci.
Per imprese e investitori esteri che guardano al mercato cubano, questo contesto non è solo una sfida: è una cartina di tornasole per la sostenibilità di modelli economici fortemente dipendenti da fattori esterni. La vulnerabilità dell’economia cubana, enfatizzata dalle difficoltà nel generare valuta forte e dall’assenza di accesso ai mercati finanziari internazionali, pone interrogativi su quali strategie possano davvero invertire la tendenza.
















