Il venerdì più nero per le Borse di mezzo mondo – e per Piazza Affari in particolare – è stato soltanto l’inizio di un periodo negativo per la finanza, continuato con un crollo in borsa ulteriore. Il mercato azionario in ulteriore è andato in ulteriore ribasso nel finale, con il clima che risente anche della cattiva apertura di Wall Street. L’indice Ftse Mib cede ora il 3,25% a 21.814 punti. Mercati sempre condizionati dal tema tassi di interesse, con gli operatori che si aspettano in settimana dalla Fed una stretta maggiore delle attese dopo il dato sull’inflazione Usa. Confermano la debolezza i titoli bancari, con Unicredit -2,10%, Intesa -4,35%, Banco Bpm -6,4% e Bper -4,88%. Tra i finanziari Fineco giu’ del 4,68%.

Il crollo in borsa si verifica anche in Asia  con lo yen, che è scivolato ai minimi contro il dollaro in oltre 23 anni, mentre si regista un forte calo dei listini a Tokyo, visto che il dato della scorsa settimana dell’inflazione Usa, al top negli ultimi 40 anni, ha alimentato le aspettative di una stretta monetaria aggressiva da parte della Federal Reserve. La valuta giapponese si è attestata a quota 135,20, ai minimi dall’ottobre 1998, in previsione di un ulteriore allargamento del divario dei tassi di interesse tra Giappone e Stati Uniti. La banca centrale giapponese continuerà a portare avanti una politica monetaria espansiva, vista la ripresa ancora in atto dalla pandemia da Covid e le pressioni esercitate dall’aumento dei prezzi delle materie prime. Lo ha riferito il governatore della Bank of Japan (BoJ), Haruhiko Kuroda, in quella che è una mossa in netto contrasto rispetto agli omologhi europei e statunitensi che invece tanno passando a una politica più restrittiva alzando i tassi di interesse per frenare l’aumento dell’inflazione. Come ha fatto la Banca Centrale Europea, che ha annunciato il prossimo rialzo dei tassi di interesse a luglio – con tutti gli annessi e i connessi – e poi ha dovuto registrare la tendenza inflattiva dagli Usa.

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Perchè si è verificato il crollo in borsa

La decisione della Bce è arrivata a turbare i già precari equilibri sui cui si reggono i mercati già messi a dura prova dalla crisi delle materie prime e dall’instabilità geopolitica internazionale che traligna in volatilità finanziaria. Ma il 2022, come è evidente, non è esattamente l’anno di ripresa che ci si aspettava dopo la tempesta Covid.

Negli ultimi 12 mesi, lo shortage dei semiconduttori (la cui supply chain in Cina si era fermata già nel I annus horribilis dell’era pandemica, 2020) per il mercato dell’elettronica, i prezzi dei trasporti nella logistica e quelli dei fertilizzanti in agricoltura hanno fatto impennare il costo della vita a livelli che non si vedevano da 40 anni a questa parte.

L’inflazione Usa al galoppo penalizza i mercati

A maggio, ad esempio, l’indice dei prezzi al consumo Usa ha fatto segnare un +1% mensile, contro il +0,3% della precedente rilevazione ed il +0,7% che era stato stimato dagli analisti. Il massimo dal 1981 per il dato annuo, passato o dall’8,3 al 8,6 per cento (consenso 8,3%).

Ma le cattive notizie non finiscono qui: secondo gli analisti «l’abbassamento avrà riflessi solo nel medio lungo termine». Insomma, all’orizzonte non si vedono esattamente spiragli di luce. Anche perché negli Usa, come ampiamente lasciato intendere dalla Fed, i rialzi dei tassi non si fermeranno, anzi.

Per Bankitalia il picco inflattivo da noi salirà al 6,7%

Situazione a tinte ancora più fosche per l’Italia dove Bankitalia stima una crescita dell’inflazione del 6,2% per quest’anno ma la previsione è già superata dai dati che
non sono stati incorporati (contabilità nazionale e stima flash dell’inflazione di maggio, diffusi dall’Istat il 31 maggio).

Considerato anche i numeri diffusi alla fine dello scorso mese, i prezzi al consumo aumentano di altri cinque decimi di punto, e si arriva a un picco inflattivo pari al 6,7%. La conferma arriva direttamente dallo stesso Palazzo Koch nella nota di analisi sull’andamento dell’economia italiana.

La giornata è stata negativa anche per lo spread. Non si è placata la tensione sui titoli di Stato europei e soprattutto su quelli dei Paesi con i debiti maggiori: il rendimento del Btp a 10 anni italiano sale di 25 punti base e ha toccato la soglia del 4%, aggiornando i livelli più alti dalla fine del 2013. Lo spread con il Bund tedesco di pari scadenza ha raggiunto i 239 punti base, ritoccando i massimi da oltre due anni.