La creatività è, ora più che mai, sparsa per il mondo: è facile trovarla in luoghi lontani e poveri, fra i conflitti e i rifugiati, in Africa, in paesini indiani, in periferie sudamericane. Molto difficile trovarla nell’Occidente ricco, vecchio e metropolitano. Lì invece trovi grandi talenti fisici e matematici, artisti visivi, musicisti, tecnologi precoci e geniali, etc. E in modo molto concreto e cinico le imprese e le strutture culturali private, come si faceva una volta per la moda, se li vanno a cercare… e spesso li trovano.
Senza creatività non si creano nuove idee di business, non si fanno discontinuità, non si fa innovazione. Ma una volta trovati e create per questi talenti poveri opportunità di lavoro — molto utili a loro ma soprattutto a noi che li usiamo — la cosa è finita? Niente affatto: perché fra leggi, lacciuoli, vincoli e limiti, passano mesi e anni e ovviamente il talento, capita l’aria, se ne va in un altro Occidente.
Il fatto è che l’Italia, come più o meno tutta l’Europa, vive per produrre burocrazia, cioè i vincoli per il fare. Senza andare al ben noto paradigma che l’UE è fallita come soggetto politico perché è diventata solo un’enorme burocrazia che usa i soldi non per fare ma per mantenere i suoi burocrati. L’innovazione è l’esatto contrario della burocrazia: partendo dalla creatività, vuol dire poche regole, uso del tempo in modo produttivo. Se pensiamo agli esempi italiani di innovazione, soprattutto quella industriale, li collochiamo in un periodo ben preciso, gli anni Cinquanta e Sessanta, che sono stati anni di innovazione continua: da gruppi industriali come Eni e Olivetti alla Rai, alle imprese del design, della moda, degli elettrodomestici, etc. Insomma, dal piccolo al grande era tutta una innovazione e una creazione di oggetti e mercati nuovi. E le condizioni erano: leggi leggere, politica al servizio dell’innovazione, mondo di emigranti, società di conflitti ma anche iperstimolante sul piano del pensiero critico e delle visioni dei futuri possibili. Di burocrazia neanche l’ombra: non c’erano vincoli ma solo condizioni.
Gli esempi delle situazioni perse per l’ipertrofia delle regole sono ovunque: il tema è la sostituzione della procedura al merito delle cose.
Le università, per esempio, luogo centrale di ricerca e innovazione: è vero che attraiamo molti giovani da tutto il mondo (arriviamo in alcune università al 20% del corpo studentesco) ed è anche vero che parte di questa popolazione giovanile è fatta di creativi e innovatori, soprattutto nelle discipline scientifiche.
Ma è anche vero che più di un terzo se ne va prima della fine del primo triennio — e le rotazioni non la sostituiscono — perché le possibilità di ricerca, sperimentazione e innovazione sono nulle, mentre la percezione dei vincoli materiali e normativi cresce. La situazione universitaria si riproduce nei tanti contesti che ospitiamo, anche quelli apparentemente più umili: dall’agricoltura alla cantieristica, ovunque il sistema della burocrazia blocca e allontana i talenti fondamentali per fare creatività e innovazione.
Quelli che arrivano e ci portano mondi e culture che non conosciamo.
















