«La più grande difficoltà oggi sul mercato? Le racconto una storiella: c’è un macchinario inceppato e nessuno riesce a ripararlo. Dopo vari tentativi falliti e molti soldi persi, il proprietario chiama un ultimo tecnico. Che gira una vite e dice: “A posto: fanno mille euro”. Il proprietario lo guarda stupito: “Mille euro per una vite?”. “No, mille euro per sapere quale vite”».

Gianluca Pontecorvo head of strategy di I Say

Gianluca Pontecorvo ha poco più di trent’anni ma già un’esperienza di tutto rispetto in materia di comunicazione – «da autodidatta, con competenze acquisite sul campo, tanto olio di gomito e, dicono, anche talento», ci tiene a sottolineare -. Oggi è l’Head of Strategy di I Say, piccola (per dimensioni, non per risultati) ma dinamica agenzia che tra le medaglie appuntate al petto ha quella di “Non è normale che sia normale”, la campagna ideata contro la violenza sulle donne che ha avuto più di 50 milioni di views e un importante ritorno mediatico e che, a distanza di anni, è ancora un riferimento attualissimo, tanto da essere stata “adottata” dalla Serie A. Gianluca, che si occupa di ideare e coordinare progetti elaborati “su misura” rispetto alle esigenze del committente – nelle tre aree del core-business di I Say e cioè: ricerca, analisi e monitoraggio, compresi reputazione e posizionamento, produzione di contenuti testuali e visivi e diffusione, dalle Digital Pr alle campagne – spiega meglio il concetto fuor di metafora: «In questo settore le capacità non bastano e noi lo abbiamo visto di recente, in occasione di una gara pubblica. Siamo partiti dai dati, tirando fuori la strategia e le proposte migliori perché ancorate alla realtà, ma l’esito ci ha confermato il peso delle relazioni, per non dire della “catena clientelare”, il pregiudizio sui piccoli a scapito del merito e la mancata cultura delle dinamiche della comunicazione. Un’inconsapevolezza che finisce col far mal valutare la qualità dell’offerta, le professionalità in campo e quindi anche l’investimento da fare rispetto agli stessi obiettivi dichiarati».

«Competere nell’ecosistema digitale è molto arduo»

Ma far comprendere la qualità del proprio lavoro nella comunicazione aziendale non è l’unica sfida, anzi. Competere nell’ecosistema digitale è compito arduo, a maggior ragione oggi che le persone sono sempre più coinvolte dalle interazioni virtuali e da un’enorme quantità di informazioni, che le porta a selezionare, produrre e distribuire contenuti. «Va vagliata ogni nuova abitudine, per generazioni e categorie d’interesse che vanno considerate, pena la scomparsa dal mercato» aggiunge Pontecorvo che alla domanda su quali canali social un’azienda dovrebbe privilegiare e perché, puntualizza: «Non è un perché ma un “come”. Se voglio raggiungere il pubblico giovane, vado su Instagram e TikTok; se l’obiettivo è il lavoro, allora LinkedIn, ma anche Spotify, che intercetta utenti diversi e in determinati momenti della giornata. Con contenuti, formati e linguaggi sapientemente declinati».

Il metaverso è il futuro ma in Italia siamo indietro anche sui social

«Le parole-chiave – aggiunge – sono multimedialità, per raggiungere anche la popolazione non ancora digitalizzata in un Paese che ha milioni di persone senza computer e connessione, oltre che strategia differenziata. E poi la reputation, che conta tantissimo anche per via delle diverse sensibilità generazionali: i 50enni sono i più esigenti e selettivi, ma i più giovani stanno imponendo una nuova sostenibilità sociale e ambientale. Anche perché i comportamenti discutibili vengono subito a galla, come nel caso dell’americana Better.com, il cui Ceo ha licenziato 900 dipendenti via Zoom. Dalla Cnn fino ai quotidiani italiani la notizia è circolata subito, tanto che Garg si è dovuto scusare immediatamente. Ma la reputazione era già compromessa». E la nuova frontiera? Quale sarà? Pontecorvo non ha dubbi: «Il metaverso. Tra 5 anni, forse anche prima. Sembra fantascienza. Ma Nike, per citare un esempio, lo sta già facendo nei suoi negozi. E, pochi giorni fa, una casa è stata venduta per 2,43 milioni. Purtroppo per le imprese italiane, soprattutto quelle piccole e medie che già non sono strutturate rispetto ai social, il metaverso cambierà ancora il paradigma della comunicazione: si rischia di rimanere indietro rispetto a un mercato che continua a spostarsi. In un mondo di velocità diverse, o si tiene il passo o si perde. Oppure ci si reinventa, come quelle piccole comunità che stanno ritornando al baratto».