L’intelligenza artificiale può allargare ancora di più il fossato tra ricchi e poveri oppure diventare il più potente strumento di riequilibrio mai inventato. Per Bill Gates non è una previsione da affidare al futuro, ma una scelta che si sta compiendo adesso. E il tempo per orientarla è poco: i prossimi 12-18 mesi, sostiene il fondatore di Microsoft nell’ultimo Goalkeepers Report della Gates Foundation, determineranno se l’AI lavorerà soprattutto per chi possiede già denaro, competenze e infrastrutture oppure raggiungerà chi avrebbe più da guadagnare dal suo impiego.

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Gates non cancella con un colpo di spugna le proprie inquietudini. Ricorda di avere scritto dei rischi per il lavoro, la sicurezza e le istituzioni: pericoli reali, che richiedono attenzione. E richiedono anche un’iniziativa politica corale di molti governi, se non tutti, per esempio per “salvare almeno il 40% dei posti di lavoro per gli esseri umani”…

Eppure questa volta il vero “guru” dell’informatica mondiale, fortunatamente convertitosi alla filantropia dall’alto di un patrimonio personale di 120 miliardi di dollari che ha quasi completamente messo a disposizione della sua fondazione benefica, illumina l’altra faccia della rivoluzione.

Non gli interessa tanto una macchina capace di scrivere un codice perfetto o di organizzare una vacanza, quanto un assistente che aiuti un’infermiera a riconoscere un’emergenza, un agricoltore a salvare il raccolto e un insegnante a capire in tempo chi sta restando indietro.

Il punto di partenza è un mondo che continua a distribuire salute e opportunità in modo feroce. Senza una svolta, nel 2045 quasi 900 milioni di persone vivranno ancora con meno di tre dollari al giorno; nell’Africa subsahariana un giovane avrà tre anni di scuola in meno rispetto a un coetaneo dei Paesi ricchi; più di tre milioni di bambini moriranno ogni anno per malattie già prevenibili.

È qui che l’AI può fare la differenza. Nell’Africa subsahariana c’è un medico ogni duemila abitanti, contro meno di duecento pazienti per medico nei Paesi ricchi. Per colmare il divario ne servirebbero oltre due milioni in più. Formarli è indispensabile, ma i malati non possono aspettare decenni. Un’AI disponibile su un normale telefono può offrire al personale sanitario una seconda opinione, segnalare sintomi trascurati e suggerire quando inviare un paziente in ospedale.

Non è soltanto teoria. Nelle cliniche Penda Health di Nairobi un “copilota” controlla diagnosi e dosaggi, lasciando al sanitario l’ultima parola. Il sistema ha migliorato di 16 punti l’accuratezza diagnostica e ridotto del 13% gli errori terapeutici. In un caso, l’allarme dell’AI ha portato a riesaminare una bambina di quattro mesi con un apparente raffreddore e a scoprire una malformazione cardiaca.

Lo stesso vale nelle campagne. In India, la piattaforma pubblica MahaVISTAAR risponde nelle lingue locali su meteo, parassiti, prezzi e fertilizzanti. Ha superato 740 mila utenti, ne aggiunge 70 mila al mese e costa meno di 18 centesimi per agricoltore. Una coltivatrice ha ridotto del 15% i fertilizzanti; un’altra, fotografata una foglia di banano malata, ha ricevuto diagnosi e rimedio e fatto intervenire un drone entro 48 ore.

Nella scuola, Kiddom Atlas analizza brevi verifiche e adatta le lezioni: nei primi test in 21 scuole medie gli alunni hanno guadagnato l’equivalente di sei mesi di apprendimento. In Sierra Leone, otto settimane con Gemini Guided Learning hanno prodotto progressi equivalenti fino a 1,7 anni. Non sostituisce il docente: gli restituisce tempo e gli permette di personalizzare l’insegnamento anche in classi da sessanta ragazzi.

Ma il mercato, avverte Gates, è un motore straordinario di innovazione e un pessimo garante delle pari opportunità. Lasciata a se stessa, l’industria costruirà prima i prodotti richiesti dai clienti più ricchi. La disuguaglianza così si autoalimenta: i sistemi migliorano rapidamente per il miliardo di persone, soprattutto anglofone, che già li usa, mentre restano fermi per gli altri sette miliardi.

Per evitarlo servono tre scelte. La prima è linguistica. Oltre il 90% dei dati impiegati per addestrare i primi grandi modelli proveniva da fonti in inglese. I migliori sistemi di riconoscimento vocale sbagliano meno del 6% delle parole inglesi, ma oltre il 60% di quelle in yoruba. In medicina un errore non è folclore: in chichewa, la frase con cui una donna comunica la rottura delle acque può essere tradotta letteralmente come “ho buttato via l’acqua”, con conseguenze potenzialmente tragiche.

La seconda scelta è radicare l’AI nei dati locali. A un piccolo agricoltore etiope non serve l’assistente progettato per una grande azienda dell’Iowa; a un’infermiera ruandese occorrono protocolli, farmaci ed epidemiologia del suo territorio. I Paesi devono poter governare e proteggere i propri dati.

La terza è investire in persone e accesso: formare tecnici, medici, agronomi, docenti e decisori locali capaci non solo di usare i sistemi, ma di valutarli e adattarli; ridurre prezzi e barriere; rendere disponibili modelli e capacità di calcolo anche nei Paesi poveri. Non una tecnologia calata dall’alto, dunque, ma comunità in grado di plasmarla.

È questa la scommessa ottimistica di Gates. L’AI non salverà il mondo da sola e non deve rimpiazzare giudizio, creatività e cura umani. Può però moltiplicarli, portando conoscenza qualificata nel luogo e nel momento in cui decide una vita: una diagnosi fatta, un raccolto salvato, un bambino che impara a leggere.

A condizione di non confondere ciò che è più redditizio con ciò che è più necessario. La tecnologia corre; la politica e la filantropia devono decidere subito in quale direzione farla correre.