516mila tonnellate di CO2 evitate grazie ai processi circolari attivati per i clienti, con un tasso di circolarità dell’86%. Sono i risultati che emergono dal bilancio di sostenibilità 2024 di Itelyum, leader nazionale nella gestione sostenibile e nel riciclo dei rifiuti industriali. In questa intervista a Economy l’a.d. Marco Codognola spiega come sono stati raggiunti.
Quello dei rifiuti industriali è un settore nel quale c’è bisogno di interventi, e quindi spazio di mercato?
Sì, a condizione di essere in grado di offrire soluzioni che, attraverso investimenti e tecnologia, permettano di recuperare le risorse. Ciò che aumenterà è il ruolo di coloro che recuperano e riciclano, a differenza di molti altri operatori che invece si occupano di fare trading e logistica. Il cambio di modello di business all’interno di questo settore, che è iniziato da alcuni anni, consiste proprio nell’occuparsi di questi rifiuti con un’offerta di processo, di trasformazione: questo offre significative opportunità.
Sono necessarie economie di scala, e quindi è opportuno che i gruppi abbiano una certa dimensione?
Proprio così, perché lo sviluppo di tecnologie per tenere in ciclo l’attività richiede laboratori, con un certo numero di risorse dedicate. Soggetti relativamente piccoli fanno fatica a sopportare i costi fissi di questo tipo di investimenti, quindi la scala è importante per poter affrontare progetti di innovazione e di sviluppo di processi industriali innovativi. C’è inoltre un tema geografico: i rifiuti industriali sono presenti in maniera capillare sul territorio, e se un’azienda è concentrata in un’area fa fatica a seguire le esigenze di un settore industriale diffuso.
Ci sono state delle innovazioni in tempi recenti che hanno migliorato l’operatività?
Il settore da cui proveniamo è quello della rigenerazione degli oli lubrificanti esausti, che ha visto le nostre attività migliorare costantemente in termini di qualità. Oggi il nostro prodotto rigenerato è utilizzato in maniera del tutto equivalente a quello vergine: è il risultato perfetto dell’economia circolare. Non c’è nessuna differenza da un punto di vista chimico-fisico tra il prodotto riciclato e quello vergine. In campo di solventi ci siamo occupati di gestire gli stream di rifiuti che arrivano dal mondo chimico-farmaceutico, che sono stati via via trattati arrivando a produrre dei prodotti di recupero, diluenti che vendiamo in tutto il mondo. Parliamo di solventi che non sono in questo caso identici a quelli di partenza, ma vanno a sostituire prodotti che sarebbero stati ottenuti dal petrolio.
In quali altri settori operate?
Nel campo delle acque industriali abbiamo una capacità installata di circa 600mila metri cubi all’anno in otto diversi impianti: eliminando tutti gli inquinanti di matrice chimica che le renderebbero inutilizzabili, come i metalli, possono ritornare a essere una risorsa idrica. Poi abbiamo una serie di rifiuti che una volta venivano destinati a termodistruzione e che invece, opportunamente trattati, possono andare a costituire un combustibile che sostituisce quelli fossili. L’ultima filiera dove siamo entrati è quella della plastica, con un impianto in costruzione a Cisterna di Latina, dove abbiamo sviluppato una tecnologia di riciclo chimico del Pet colorato, che fin qui – a differenza di quello trasparente – doveva essere mandato o in discarica o a termodistruzione. Otteniamo un granulo, il cosiddetto r-Pet, che può tornare a fare bottiglie o vassoi, essendo interamente riciclato.













