L’11% di tutti i gas serra emessi nel nostro pianeta, pari a 4,2 gigatoni di CO2, viene dalla logistica, che se fosse una nazione si collocherebbe al terzo posto globale dopo la Cina, che emette 11,2 gigatoni di CO2, e Stati Uniti, con 4,5 gigatoni. Trovare modi efficaci per ridurre l’impronta ambientale della logistica è dunque della massima importanza nella lotta al cambiamento climatico. «Non esiste un silver bullet, ossia un solo proiettile in grado di risolvere il problema con un solo colpo» dice Fabrizio Dallari, ordinario di Logistica e supply chain management alla Liuc. «Occorre agire su quattro fronti: imballi, magazzini, trasporti e organizzazione della supply chain». La bacchetta magica che trasforma la logistica in carbon neutral insomma non esiste, anche se non manca chi pretende il contrario. «Qualcuno la ostenta perché magari l’ha comprata con logiche di compensazione» osserva Dallari. «Si fa il calcolo delle emissioni e le si compensa piantando qualche migliaio di alberi magari in Amazzonia. Questo non vuol dire essere ecosostenibili, non è un modo corretto di procedere».

Per venire agli interventi reali e concreti che le aziende possono effettuare, il primo aspetto su cui lavorare, almeno in termini di impatto sull’ambiente, sono i trasporti. «L’85% delle emissioni di CO2 della logistica viene dal trasporto» mette in evidenza Dallari, «il vero intervento andrebbe quindi fatto in questo campo, dividendo le soluzioni in due parti. Primo: gli interventi tecnologici, passando dal diesel all’elettrico, dal gasolio al biodiesel o al Gnl. Secondo: interventi di tipo organizzativo, ovvero ridurre i percorsi a vuoto». Il più grande nemico della sostenibilità nei trasporti è… l’aria trasportata. «I trasportatori devono consegnare in tempi stretti partite di merce sempre più piccole» rimarca l’ordinario di Logistica e supply chain management alla Liuc, «il che è legato all’abitudine di fare un click e ricevere il più presto possibile il prodotto. Questo genera un trasporto inefficiente, con camion caricati per meno del 50% della capienza, che spesso tornano indietro vuoti. Il vero nemico è l’aria generata dai nostri processi di acquisto. Lotti piccoli, just in time e e-commerce generano una situazione dei trasporti drammatica, con veicoli mezzi vuoti».

Secondo elemento su cui intervenire, legato al primo, è l’organizzazione della supply chain. «Si tratta di scegliere fornitori a km zero» spiega Dallari, «di avere una logica di bilanciamento tra andata e ritorno dei veicoli, di creare magazzini vicino agli stabilimenti dei clienti: scelte di localizzazione che riducono km trasportati e emissioni». Anche noi, con le nostre scelte d’acquisto, possiamo incidere. «È importante il fatto di accordarsi con il cliente: non ti consegno domattina ma la settimana prossima, così ottimizzo e inquino meno. Si risparmia molta più CO2 a ottimizzare il trasporto dei camion che a riempire le strade di furgoni elettrici non sapendo quanto inquinano, visto che questo dipende dalle fonti con cui si produce l’energia elettrica, non tutte rinnovabili».

Terzo punto: gli imballaggi. «Quelli secondari e terziari, casse, cassette, contenitori, pallet, possono essere ridotti in maniera pesante con una serie di soluzioni» sottolinea il prof della Liuc, «specie quelli in cartone, il materiale più utilizzato. Un problema esploso con l’e-commerce, con l’utilizzo di pacchi e pacchetti, mentre gli imballi del b2c non sono così invasivi. Altro aspetto importante è la massimizzazione del rendimento volumetrico dell’imballo: Ikea insegna». Last but not least, il magazzino. «È come una casa mille volte più grande in termini di metri cubi» conclude Dallari, «quindi per scaldarla e raffrescarla ci vuole una grande quantità di energia: è importante che sia dotato di un impianto fotovoltaico per l’autoconsumo immediato o differito. Inoltre dovrebbe trovarsi nei pressi dei raccordi autostradali: l’ideale sarebbe costruirli sulle ceneri di insediamenti industriali dismessi, senza ulteriore consumo di suolo».