Nelle sale del palazzo, collezioni archeologiche e intrusioni di arte contemporanea

Per chi ama il genere, a corso Venezia 52 – nel centro elegante di Milano – c’è l’incarnazione della “parabola dei talenti”, quella che elogia chi fa fruttare bene il denaro. Cioè c’è – da poco – uno straordinario museo privato, bello da brividi: il Museo della Fondazione Luigi Rovati. Una collezione di arte etrusca dal valore inestimabile, incastonata come una gemma in un ipogeo di pietra grigia, opera d’arte esso stesso. E poi meravigliose sale ottocentesche, con una collezione di arte moderna, da Fontana a Warhol, che si parla con altri pezzi millenari, faccia a faccia. Una narrazione per immagini che stordisce anche uno che di arte etrusca e moderna sia digiuno. «Molte volte le persone hanno ritegno, se non paura, a visitare un museo, perché si sentono ignoranti – osserva sorridendo cordialmente ma con una punta di diffidenza Giovanna Forlanelli Rovati, presidente della Fondazione – Noi crediamo che qui sia diverso. L’architettura di Mario Cucinella è di per sé emozionante. Gli oggetti antichi sono familiari: vasellame, oggetti d’uso, volti, animali… Le  persone non sono spaventate. Passano tra le opere antiche e quelle contemporanee che dialogano, vedono un vaso etrusco accanto a uno di Picasso, una scultura di Fontana vicino a una terracotta di tremila anni fa e… stanno bene». 

Benvenuti in un gioiello. La firma è della Fondazione Luigi Rovati, ossia lo strumento con il quale una famiglia monzese, dopo essere diventata leader nella ricerca scientifica con la sua Rottapharm, ed aver realizzato il frutto di decenni di impegno con un’importante operazione finanziaria internazionale, sta mettendo in atto il suo modo di vedere quella cosa antica, dal nome altrettanto antico, che con alterne vicence accompagna l’uomo da sempre e serve oggi più che mai: la filantropia.

«Per noi, filantropia non significa tanto donare quanto scegliere e finanziare progetti capaci di sviluppare benessere e ricchezza», dice Giovanna Forlanelli Rovati: «Quel che abbiamo sempre cercato di fare, nel mondo, è proprio questo. Una visione in cui un imprenditore mette a frutto la sua esperienza. Nel nostro caso, applicandola al settore culturale. Ma l’approccio funziona anche per molti altri settori, compresi quelli direttamente connessi al sistema sociale».

Quando quest’approccio sposa appunto arte e cultura rischia l’elitarismo. Ma non è il caso di questo museo. Sia per il concept, con la contaminazione tra archeologico e contemporaneo e l’ambientazione speciale. Sia perché i prezzi sono “popolari” – 16 euro se a tariffa piena (contro i 18 del Poldi Pezzoli, ad esempio) e 12 ridotta. Sia per il processo di integrazione con la città, le scuole e in generale il territorio che Forlanelli Rovati sta guidando. «Abbiamo messo in gioco le nostre risorse per far qualcosa di veramente diverso e innovativo, perché la filantropia strategica deve innovare. Ed era indispensabile aprirci alla città: senza, non ce la fa neanche un colosso, lo stesso Pinault si è integrato con Venezia, come anche Peggy Guggenheim…»

«A Milano mancava un modello nuovo di gestione dell’archeologia, che qui era rappresentata dal solo Museo archeologico civico – prosegue Forlanelli Rovati – ed eccoci qui. Un’operazione interamente finanziata dalla nostra holding, la Fidim, che è una società benefit – dal 2016!, ndr – e che ha una convenzione ventennale con il Comune. Non voglio generalizzare, ma non credo fondate le critiche che ho sentito varie volte muovere da Dario Franceschini ai privati, asserendo che non contribuiscono allo sviluppo della cultura. Secondo me non è vero. Diciamo piuttosto che in Italia manca o almeno scarseggia la capacità di valorizzare e gestire il patrimonio artistico che abbiamo. Non c’è abbastanza promozione, mancano anche le strategie e il pensiero… Noi abbiamo investito 4 anni per cercare la formula giusta, approfondendo le varie ipotesi con un benchmarking internazionale».

Per la cronaca: se le spese di ristrutturazione fossero stata effettuate per un’azienda, almeno l’Iva sarebbe stata recuperata: per fare un Museo, e farlo come fondazione, non è stato possibile. Tutto è costato un 22% in più! E che ristrutturazione: quanto più radicale non avrebbe potuto essere. Rifacendo da zero le fondamenta per realizzare l’ipogeo che ospita il grosso della collezione archeologica. E nel frattempo sorreggendo il palazzo con dei supporti d’acciaio: perché l’edificio, di suo meraviglioso, costruito nel 1871 dal Principe di Piombino e passato poi alla famiglia Bocconi, aveva un’ubicazione bellissima (di fronte ai Giardini di Porta Venezia, oltretutto) e un’ampia cubatura ma andava ripensato “ad hoc”. E così è accaduto.

Giovanna Forlanelli Rovati è una convinta assertrice della «filosofia dell’impatto, ossia della misurazione di quel che un’istituzione culturale come la nostra genera su territorio. Un esempio? Soltanto con l’ammondernamento dell’immobile, pur non calcolando il costo del capitale e la spesa per l’acquisizione, è stato generato un impatto da 80 milioni di euro, sviluppando 500 posti di lavoro. E stiamo studiando ora l’impatto che avremo sull’economia della città. Sul piano del business, il valore verrà misurato a sei mesi dall’apertura. E un ulteriore impatto, che c’interessa molto perché nel nostro dna c’è la ricerca medico-scientifica, è quello che la fruizione dell’arte, del bello e della cultura genera sulla salute dei visitatori. Molti studi già lo attestano. Approfondiremo. Infine – infine per modo di dire – c’è l’impatto sociale. Quello che ci interessa di più».

Già: cosa genera, nella sua comunità, una struttura come questo? Quali comportamenti induce? Quali sensibilità sviluppa? «In questa fase di lancio abbiamo avuto mediamente 1500 persone al giorno che sono transitate nelle sale del museo, hanno attraversato il giardino, visitato la mostra del padiglione, si sono intrattenute nel bistrot o sono salite al ristorante». Persone di tutte le età: dalle scuole agli anziani, «un pubblico importante perché l’attesa di vita si allunga e deve portare con sé il miglioramento della qualità di vita. Le persone veramente abbienti e che girano di più sono i pensionati. Sessanta-settantenni che hanno reddito e pensione decente, o alta, con una buona capacità di spesa».

Gira e rigira, l’animo della ricerca scientifico-medica ricorre: «La nostra azienda, la Rottapharm, ha sempre fatto ricerca e inventato prodotti etici. Oggi per noi l’attività filantropica non è un giveback classico, non nasce dal pur forte bisogno di aiutare la comunità che ci ha dato modo di crescere, altrimenti sarebbero bastate le donazioni classiche. È il desiderio di continuare ad essere utili, sia pure in modo diverso, e non attraverso una Fondazione di erogazione, una categoria preziosa, ma diversa da quella cui riteniamo di appartenere».

Il confronto con i più giovani, gli studenti, è e sarà decisivo per misurare l’efficacia di questo nuovo format espositivo, tessuto tra l’antichissimo e il modernissimo: «È un museo assolutamente innovativo, giochiamo sui contrasti ma anche sulle convergenze e tutto è arte, compresi i contenitori delle opere, mai casuali, né in sé nè nel rapporto con ciò che espongono», spiega ancora Giovanna Forlanelli Rovati. «L’ipogeo è a nostro avviso un ambiente di grande potenza, che avvince e suggestiona. Le sale ai piani superiori offrono invece un ambiente che riconosci, hanno un volto bellissimo ma familiare, quello di una grande casa di gusto eclettico, con opere di genere vario, anch’esse dall’archeologico al contemporaneo e con livelli di lettura molto diversi che si incrociano».

E poi c’è una vocazione narrativa speciale, perché la parte permanente dell’esposizione vivrà sempre nel rapporto con le parti temporanee: «Il nostro desiderio è farne un museo da abbonamenti, dove le persone ritornino: la frequentazione culturale costante è una forma di benessere. Le persone devono venire qui come a vedere un film, come in un luogo di presenza naturale e frequente. Da un oggetto, deve partirti la voglia di capire e andare a conoscere».

Quindi ci saranno serie di mostre, un vero cartellone di eventi. «Questa connessione con l’antichissimo – sottolinea Fornalelli Rovati – deve portare sempre al presente, e farlo riconoscere nel passato, in questo continuo flusso a due vie che è poi la storia dell’arte e dell’uomo. Un flusso tra passato e presente che caratterizzerà molte iniziative del museo».