Salvio Capasso

Altro che Sud povero di industrie. Nel Mezzogiorno ci sono primati nazionali in molte produzioni: dai laminati piani (oltre il 50% al siderurgico di Taranto) alla raffinazione petrolifera (68,6% della capacità italiana a Saras in Sardegna, Isab, Sonatrach e Ram in Sicilia e Eni R&M a Taranto), dalle auto e veicoli  commerciali leggeri (oltre la metà delle prime e la totalità dei secondi negli impianti di Stellantis a Pomigliano d’Arco, San Nicola di Melfi e Sevel ad Atessa) alle costruzioni aeronautiche (due dei cinque distretti aerospaziali italiani sono in Campania e Puglia, con i quattro grandi stabilimenti di Leonardo divisione aerostrutture di Pomigliano d’Arco, Nola, Foggia e Grottaglie, i due della divisione elicotteri a Brindisi e Benevento, i due impianti di Avio-Aero in Campania e Puglia, il sito della Ema-Rolls Royce in Campania e quelli di altre aziende come Salver, Tecnam, Dema, Blackshape).

Sono solo alcuni dei dati che emergono da “La sorpresa Mezzogiorno: il Sud grande piattaforma industriale del Paese”, l’ultimo studio del Cesdim – Centro studi e documentazione sull’industria nel Mezzogiorno dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, curato dal prof. Federico Pirro, docente di Storia dell’Industria, nell’ambito del nuovo numero del Rapporto “Un Sud che Innova e Produce” sull’industria manifatturiera nell’Italia meridionale di Srm, centro studi del Gruppo Intesa Sanpaolo, di fresca pubblicazione. «Il nuovo studio rientra nella collaborazione di Srm con il prof. Pirro e in particolare con il Cesdim, che è attiva da lungo tempo» dice Salvio Capasso, responsabile del Servizio Imprese & Territorio di Srm. «Rientra nel filone di ricerca che Srm sta portando avanti da molti anni, in cui abbiamo analizzato l’economia del Mezzogiorno con i suoi cinque settori principali: automotive, aerospazio, abbigliamento-moda, agroalimentare e farmaceutico, cui si aggiunge la logistica che è una filiera trasversale estremamente importante».

La ricerca di Cesdim e Srm vuole connettere il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno con il mondo economico internazionale, su due aspetti in particolare. «Da un lato vogliamo cercare di cambiare la narrativa di un Sud che non ha industria» sottolinea Capasso, «mentre in realtà la presenza imprenditoriale è diffusa, ci sono limiti ma anche una profonda presenza industriale: se fosse uno Stato, il Mezzogiorno sarebbe al settimo posto in Europa per numero di imprese manifatturiere, dopo la Spagna. È una realtà che va fatta conoscere». Il secondo aspetto riguarda le prospettive. «Siamo in una fase di profonda trasformazione delle dinamiche produttive» evidenzia il responsabile del Servizio Imprese & Territorio di Srm. «Anche al di là degli ultimi accadimenti, già da prima del Covid, erano in corso azioni di ridefinizione dei processi produttivi internazionali e di backshoring. Molte imprese si stavano riavvicinando all’area euromediterranea, perché la lunghezza delle catene di fornitura provocava inefficienze che sono poi esplose con la pandemia che ha bloccato i flussi internazionali. L’attuale scenario, segnato dalla guerra in Ucraina e dallo shortage di materie prime, ha dato un’ulteriore spinta a questo processo».

La reazione dell’Europa alla pandemia, con il Next generation Eu, ha creato un quadro di nuove opportunità. «Le risorse rese disponibili a livello nazionale e internazionale per il Sud, che non si limitano al Pnrr, assommano a oltre 200 miliardi di euro, e vanno messe in un contesto che produce ricchezza» afferma Capasso. «La nostra idea è che per investire al meglio, occorre conoscere dove si sta investendo. Da un lato dunque vogliamo caratterizzare il Mezzogiorno da un punto di vista imprenditoriale con una sorta di “censimento”, una profonda analisi della presenza territoriale delle principali realtà manifatturiere. Dall’altro la nostra è un’analisi dinamica, per capire come i fattori competitivi presenti nel Mezzogiorno abbiano una dimensione innovativa e di crescita: di qui l’approfondimento sulle Zone economiche speciali, viste come un ambito promettente di attrazione degli investimenti».

Ecco che l’analisi diventa la definizione di una strategia in grado di produrre crescita, a beneficio dell’intero Paese. «L’idea è proprio questa: dobbiamo leggere l’industria del Mezzogiorno connessa a un quadro internazionale in piena evoluzione» rimarca il responsabile del Servizio Imprese & Territorio di Srm. «Logistica e manifattura vanno visti come un unico aspetto integrato, nel momento in cui il processo di ridefinizione delle filiere è in pieno svolgimento, anche se non tutte con la stessa velocità. È comunque indubbio che una fase abbastanza rapida di ridefinizione degli equilibri spingerà a rivedere le politiche di investimento con una logica continentale euro-mediterranea: in questo quadro il ruolo del Mezzogiorno può assumere una prospettiva diversa».

Il Sud ha dunque la possibilità di essere protagonista nel processo di accorciamento delle filiere globali di cui nella coverstory. «Dove l’Europa galleggia sul Mediterraneo è il Sud» osserva Capasso, «c’è una componente logistica, specie marittima, molto forte, che può agevolare il reshoring e fornire qualità imprenditoriale. Il Mezzogiorno inoltre è bacino energetico di rinnovabili e non solo. Settori quali l’agroalimentare, la moda, l’aerospazio possono fare da traino, e le stesse Zes sono uno strumento importante in termini di valenza industriale: sono in grado di attrarre investimenti nazionali e internazionali volti a favorire il riavvicinamento dei processi produttivi. Può essere una dinamica potente per il Mezzogiorno, associandosi al Next Generation Eu che offre all’intero Sud visibilità e quindi responsabilità importanti. Insomma è un momento in cui, nonostante le grandi difficoltà globali, il Mezzogiorno ha un’opportunità, è un’importante scelta possibile».

Il Mediterraneo: ecco la vocazione da riscoprire per il Mezzogiorno, per l’Italia e l’Europa intera. «Nel Mediterraneo viaggia circa il 20% delle merci nonostante rappresenti l’1% dei mari» insiste il responsabile del Servizio Imprese & Territorio di Srm, «questo fa capire che c’è una grande concentrazione di valore, che dopo il raddoppio del canale di Suez è andato crescendo. Con le forme di nearshoring e la ridefinizione delle catene produttive è probabile che le aree del Nordafrica, in particolare, siano fortemente attenzionate, per gli aspetti energetici e non solo. In questo processo il Mediterraneo può essere un nuovo fulcro. D’altra parte per un periodo storico, il Medioevo, il Mare Nostrum è stato al centro del mondo, poi aveva in parte ceduto questo ruolo all’Atlantico ed al Pacifico. Ma oggi sembra tornare ad avere questa funzione storica in campo di commerci e attività. È già e sarà sempre più un’area di grandi investimenti e interessi: ci siamo in mezzo, dobbiamo essere bravi a capirlo come Italia e come Europa».

In quest’ottica internazionale, le qualità già presenti dell’imprenditoria meridionale assumono un nuovo valore. «Se ragioniamo sui dati vediamo come nel Mezzogiorno siano presenti tutti i brand» continua Capasso, «le grandi aziende multinazionali oltre ai grandi gruppi nazionali privati. Abbiamo sicuramente una micro imprenditoria che deve crescere, e non nascondiamo grandi difficoltà; ma abbiamo anche grandi imprese sul territorio, con lo spazio per nuovi investimenti. In altre aree c’è congestione, una sorta di overbooking, noi invece possiamo fornire spazi, e tanti ragazzi bravi che spesso devono andar via, oltre a una capacità tecnologica che sta crescendo nelle Pmi e nelle startup, specie in alcune aree del Sud. È il nuovo fattore di attrazione: fornire tecnologia e qualità del capitale umano. Potenzialità e risorse ci sono anche se vanno decisamente alimentate, ma riteniamo sia il momento in cui il Mezzogiorno può dire la sua, ha forze proprie e non deve andare necessariamente al traino di qualcun altro».

Gli ostacoli non sono diversi da quelli dell’intero Paese. «Tutti noi dobbiamo avere chiaro che va messo il piede sull’acceleratore in tanti aspetti» aggiunge il responsabile del Servizio Imprese & Territorio di Srm, «dalle questioni burocratiche, all’applicazione reale delle norme esistenti, fino al potenziamento delle componenti infrastrutturali. Quindi si tratta di avere una visione comune: forse è questo il grande vantaggio attuale del Mezzogiorno, essere parte integrante di un potenziale di crescita che esiste e non è stato sfruttato. Ci vogliono azioni concrete in una logica positiva per far crescere qualità e competenze del capitale umano, condizione imprescindibile per dare una svolta al Paese: Investire nel Mezzogiorno può garantire un importante  effetto leva per se stesso e per tutto il Paese».