«È un momento senza precedenti, ci sono nuove tecnologie che si stanno affermando a una velocità mai vista prima che penso si affermeranno come “game changer”. I trend emergenti? Sicuramente i modelli self-service 2.0 e auto machine learning per accrescere le capacità di estrazione di insight. Entrambi coprono gli aspetti analitici per tutti gli utenti e facilitano un approccio a 360 gradi: il Self-service 2.0 sta integrando e sfruttando le capacità analitiche dei modelli guidati dall’AI, mentre l’auto Ml utilizza l’aspetto visivo e di reporting per presentare i suoi algoritmi avanzati».

Luca Quagini, ingegnere ed esperto di business analytics, è sicuramente un visionario: ha fondato la sua azienda, Sdg Group, nel lontano 1994 – ovvero due o tre ere geologiche fa sul piano della tecnologia – intuendo con larghissimo anticipo l’importanza dell’utilizzo dei dati e guidandola, nel corso dei decenni successivi, ad una crescita internazionale che oggi la colloca in una posizione di leadership globale nel campo deli servizi professionali data-driven. Sul piano della digital transformation, l’attuale Ceo e founder di Sdg è insomma una voce autorevolissima. Oggi il suo orizzonte è la “Quantum AI” che sfrutterà la superiorità di elaborazione del quantum computing per ottenere risultati irraggiungibili con le tecnologie di calcolo classiche: «Permetterà – spiega entusiasta – l’elaborazione di grandi insiemi di dati, una risoluzione più agile di problemi complessi e una migliore modellazione e comprensione del business. Sono molti i benefici che queste tecniche offriranno dopo il passaggio dal mondo scientifico a quello del business. Nei prossimi decenni vedremo questa nuova tecnologica rimodellare il futuro dei mercati».

Sì, ma torniamo indietro, al 1994. Al tempo, qual era lo scenario che aveva davanti?

Nel 1994 si iniziava a parlare di business intelligence, si usavano fogli di calcolo, ma il concetto di azienda data-driven era ancora piuttosto lontano. Tuttavia, da giovane ingegnere gestionale, vedevo nei dati un potenziale enorme, ma soprattutto, guardando alle società di consulenza che in quel momento operavano sul mercato, vedevo un vuoto da colmare: mi rendevo conto che a loro mancava la parte “progettuale”, che veniva demandata ai system integrator. Era il momento per dar vita a una realtà in grado di combinare strategia e tecnologia e di offrire una consulenza che riuscisse a trasformare i dati a disposizione delle aziende in insight di business. E da questa intuizione è nata Sdg Group.

Poi le vostre attività si sono incrociate con il mondo dei dati e oggi il core è il business analytics.

Siamo partiti con un focus sui modelli di pianificazione e controllo, per i quali in quegli anni in azienda mancavano ancora le competenze. Da allora siamo cresciuti molto, abbiamo ampliato le aree di competenza, ma l’approccio è rimasto lo stesso, anche se l’evoluzione tecnologica ha contribuito ad arricchire enormemente la nostra offerta. Abbiamo aggiunto nel tempo competenze su big data, social intelligence, predictive analytics e più di 8 anni fa abbiamo iniziato a sfruttare l’intelligenza artificiale. Abbiamo anche lavorato per sviluppare partnership forti con aziende in grado di supportarci nel fornire le soluzioni migliori ai clienti e oggi collaboriamo con i più importanti provider. Inoltre, un tassello fondamentale dell’evoluzione di Sdg è stata l’internazionalizzazione: abbiamo aperto sedi negli Stati Uniti, poi in Spagna e in Francia e oggi abbiamo sedi a Londra, New York, Chicago, Madrid, Barcelona, Valencia, Santiago, Lisbona, Cairo, Dubai, Algeri.

Sul fronte data & analytics le imprese italiane a che punto sono? L’indice Desi ci colloca al 20esimo sui 27 Paesi dell’Eurozona, sul piano delle competenze digitali…

In Italia c’è sicuramente ancora molto da fare in termini di competenze digitali: siamo terzultimi in Europa per popolazione con competenze digitali almeno di base (42%), contro una media UE del 56%. Nonostante questo, l’ambito data & analytics è sicuramente un settore in grande fermento, che anzi potrà dare impulso allo sviluppo di nuove competenze: secondo l’ultimo Osservatorio big data e business analytics del Politecnico di Milano, infatti, il 96% delle grandi imprese sta mettendo in atto iniziative per migliorare la raccolta e la valorizzazione dei dati e il 42% si è mosso, in termini di sperimentazioni e competenze, in ambito advanced analytics. L’accelerazione del mercato e l’aumento delle sperimentazioni richiedono nuove competenze: il 49% delle grandi aziende italiane ha in organico almeno un data scientist e il 59% almeno un data engineer. Nel 2021 le realtà che avevano già introdotto questi profili in precedenza hanno continuato a investire e il numero di data scientist è cresciuto nel 28% dei casi.

Quali sono i settori economici dove la digitalizzazione sarà sempre più decisiva?

Credo che la digitalizzazione sia imprescindibile per la crescita di tutti i settori, ma ci sono sicuramente degli ambiti in cui si sta rivelando sempre più decisiva e per i quali rappresenta un elemento di sviluppo senza precedenti. Penso, ad esempio, al settore dell’healthcare, anche per il particolare momento storico che stiamo vivendo: l’utilizzo di analytics in questo settore ha avuto un forte impulso nell’ultimo biennio a causa della pandemia, poiché ha contribuito in maniera determinante a ridurre i costi sanitari e a migliorare la qualità delle cure. Come effetto, si calcola che il mercato degli healthcare analytics dovrebbe raggiungere un valore pari a 75,1 miliardi di dollari entro il 2026, triplicando quello stimato di 21,1 miliardi di dollari del 2021.

Un discorso analogo può essere fatto per il settore finanziario: di fronte a clienti sempre più esigenti e a un numero sempre maggiore di punti di contatto (sportelli bancomat, agenzie, piattaforme online, applicazioni e social media), le nuove tecnologie permettono alle banche di creare prodotti, servizi e sviluppare nuovi canali che stanno rimodellando completamente l’offerta. In particolare, crediamo che il banking data analytics abbia un grande potenziale per l’innovazione del settore bancario, sui fronti del cliente, dei processi, dell’automazione e del controllo. Ma anche nel mondo del retail e del fashion la tecnologia giocherà un ruolo sempre più centrale nell’assicurare una customer experience più immersiva ai propri clienti. Non ultimo, anche per l’importanza che il settore riveste nel nostro Paese, il ruolo della digitalizzazione nel manufacturing: la trasformazione digitale sta avendo un fortissimo impatto sulle modalità di pianificazione, realizzazione e distribuzione dei prodotti da parte delle aziende manifatturiere, contribuendo a ottimizzare i processi, velocizzare i tempi di produzione, ridurre i costi.

La sua azienda punta molto sulla formazione e la ricerca. State assumendo e cercate figure Stem, collaborate con scuole di formazione e università. Ma in Italia c’è un problema enorme di skill shortage…

Investire sulle persone per Sdg Group è da sempre un fattore imprescindibile, perché è lì che risiede il valore di quello che offriamo: abbiamo in programma di arrivare a quota 200 nuove assunzioni solo nel 2022 e in questo momento stiamo cercando oltre 100 profili Stem. Siamo alla ricerca in particolare di ingegneri, informatici, matematici, fisici, statistici. Quello che cerchiamo è che, accanto alle competenze tecnologiche, le persone uniscano un interesse per i modelli evolutivi di business, soprattutto relativi alle nuove tipologie di impresa. Tuttavia, è molto difficile trovare professionisti che possiedano le caratteristiche necessarie, non solo perché non esiste ancora un’offerta accademica adeguata rispetto alla domanda, ma anche perché spesso lo sviluppo delle competenze nei primi anni di lavoro nelle grandi multinazionali della consulenza è molto verticale e non permette di sviluppare una visione a 360°.

Come azienda, siamo impegnati a offrire percorsi di formazione che aiutino le persone ad acquisire conoscenza ed esperienza: per i nuovi assunti, ad esempio, sono previsti percorsi di formazione di almeno 100 ore nella fase di onboarding e almeno il 15% del tempo del primo anno di lavoro, per poi assestarsi intorno al 10% di formazione continua.

Durante l’emergenza pandemica avete sviluppato progetti di digital health che sono stati premiati anche dall’OMS. Il futuro è nella medicina data driven, personalizzata, di precisione?

La Idc, International Data Corporation, in una previsione fino al 2025, pone la Sanità al primo posto in termini di crescita tra tutti i settori che generano dati. I dati sono, quindi, un bene preziosissimo per la Sanità, ne è una dimostrazione il fatto che i decisori pubblici abbiano deciso di prevedere investimenti in questa direzione: fra le voci contemplate nel Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, alla componente 6, Salute, sono stati destinati complessivamente 15,63 miliardi di euro. I vantaggi della raccolta e dell’analisi dei dati clinici sono evidenti per tutti gli stakeholder, a cominciare dai pazienti. Come Sdg abbiamo sviluppato un importante progetto per Generali Deutschland: la società tedesca della più grande compagnia assicurativa europea ha lanciato nel corso del 2021 l’app VitalSigns&Care, una versione personalizzata per Generali Deutschland della nostra app DocDot, la piattaforma ideata e implementata da SDG Group per la medicina a distanza che l’Oms ha indicato come una delle soluzioni di Digital Health più innovative su scala globale. Grazie a VitalSigns&Care, Generali Deutschland offre ai propri clienti l’auto-monitoraggio di alcuni parametri vitali (saturazione dell’ossigeno nel sangue, frequenza respiratoria, frequenza e variazione cardiaca) attraverso la semplice fotocamera dello smartphone. La tecnologia su cui si basa l’applicazione si chiama “fotopletismografia remota” ed è frutto della partnership tra SDG Group e una società israeliana. Questa consente di registrare la luce riflessa dai vasi sanguigni che scorrono sotto la pelle e di convertirla in tempo reale, tramite il ricorso all’intelligenza artificiale, in misurazioni altamente accurate dei parametri vitali. Un progetto di cui siamo particolarmente orgogliosi e che ci fa affermare con certezza che il futuro della medicina sia e debba essere guidato dai dati.

Si parla dell’interoperabilità dei dati come un elemento necessario a digitalizzare la medicina nel nostro Paese. Lei che ne pensa?

Il settore della Sanità ha a disposizione una enorme quantità di dati che sono fondamentali per il suo funzionamento, ma spesso sono scarsamente collegati e creano un ecosistema frammentato, che mette insieme informazioni provenienti da strutture pubbliche e private. Inoltre, i diversi silos vengono gestiti in maniera disomogenea. Dobbiamo quindi mirare a un’integrazione completa, ma anche “fluida”, in cui tutti i sistemi si parlino senza frizioni. In questo, la costituzione di un unico repository nazionale – che rientra anche fra gli scopi del Pnrr – potrebbe rappresentare un elemento di svolta.

Non v’è dubbio che il tema Data&Analytics sia sempre più cruciale. Ma in parallelo esiste anche un problema di gestione dei dati, di sicurezza informatica e di protezione dei cloud.

Di fronte all’enorme quantità di dati disponibili e alla possibilità di utilizzarli per prendere decisioni informate, le aziende devono dotarsi in partenza di soluzioni e policy in grado di gestire i dati, sia in termini di scalabilità, che di sicurezza dei dati. Quello che serve è un approccio culturale prima ancora che tecnologico: la sicurezza deve essere “by design”, ossia presa in considerazione dalle fondamenta di un progetto e non come reazione a un attacco o una violazione dei dati, prevenendo e non correggendo.

L’attuale scenario geo-politico-economico internazionale non lascia ben sperare… tecnologia e digitalizzazione possono aiutare l’economia a stare a galla e sopravvivere ai continui shock che si sono verificati negli ultimi 10 anni e in particolare in questo biennio?

La tecnologia rappresenta sicuramente una leva per sostenere l’economia e la crescita del Paese e, viceversa, un’economia che prospera è in grado di sostenere la digitalizzazione: secondo l’annuale report sull’andamento del mercato digitale in Italia condotta da Anitec-Assinform in collaborazione con NetConsulting cube, infatti, nel 2021 il mercato è tornato a crescere, con un aumento del 5,3%, per un valore complessivo di 75,3 miliardi di euro. Si tratta quindi di creare un circolo virtuoso, al quale credo possa dare un contributo significativo anche la spinta che arriva dal Pnrr, che rappresenta un’opportunità che non possiamo permetterci di non cogliere appieno perché il nostro Paese sia più attrattivo e competitivo a livello internazionale. Certamente, lo scenario geo-politico e la crisi internazionale rischiano di mettere un freno a quello che sembrava un percorso di crescita e accelerazione ben delineato.  Quello che mi preme sottolineare, però, a maggior ragione alla luce dell’attuale scenario, è che la digitalizzazione non può prescindere da una attenzione crescente alla sostenibilità e che la transizione digitale deve andare di pari passo con quella ecologica, perché la crescita deve necessariamente passare per un’attenzione a rendere le imprese più sostenibili. Il nostro ruolo come aziende che abilitano l’innovazione è strettamente legato all’impegno a guidare la trasformazione digitale verso un futuro più sostenibile per le organizzazioni e per le persone.