Diciamoglielo chiaro alla Commission Nationale de l’Informatique et des Liberte’s (CNIL), che sarebbe poi l’equivalente francese dell’italiana “Agcom – Autorità per le garanzie nelle comunicazioni”. Dare 150 milioni di multa a Google e 60 a Facebook significa fargli il solletico. Google nel 2020 ha realizzato 15,2 miliardi di dollari di utile netto, è chiaro ‘sto fatto, amici francesi? Chiarito questo, spieghiamoci. La Cnil ha multato Google per 150 milioni e Facebook per 60 perché userebbero scorrettamente i cookies, i tracciatori che servono a profilare gli utenti. Cioè a sapere tutti i c***i loro, senza che se ne accorgano nemmeno.La Cnil, svegliandosi evidentemente da vent’anni di letargo, hanno capito che “i siti facebook.com, google.fr e youtube.com non permettono di rifiutare i cookies altrettanto semplicemente come quando l’utente sceglie di accettarli».  Ma guarda! Ma che bimbetti ingenui! Allora, proviamo a spiegarci, e speriamo che qualche giurista caritatevole riesca prima o poi a tradurre in  norme efficaci quanto il buon senso dovrebbe dettargli. Il business di Google, di Facebook e degli altri soci si basa sulla sistematica violazione della privacy, e su una serie di sotterfugi architettati per costringere l’utente inconsapevole o, peggio, riluttante, a dire tutto di sé.

 I consumi derivano dal Pil non dalla pubblicità

Poi sia chiaro: sappiamo perfettamente, noi tutti utilizzatori di Google (e del resto solo Google possiamo usare come altro motore di ricerca, quale altro se no, visto che il mondo ha messo in mano ad un’unica azienda una delle attività digitali più importanti per l’uomo?) sappiamo perfettamente – si diceva – che il bombardamento di scemissimi messaggi pubblicitari non ci porta a nessuno dei comportamenti auspicati da chi ce li manda. Se compriamo su Amazon un libro sull’Inter, l’intelligenza artificiale è così demente da suggerircene uno sul Milan. Se cerchiamo su Google l’orario di arrivo di un volo da Casablanca, subito ci arriva un banner pubblicitario di Air Marocco, nell’erronea presunzione che noi si voglia andare a visitare il Marocco e non – com’è invece nei fatti – che si voglia sapere a che ora andare a prendere all’aeroporto nostra cugina Filomena che rientra. Chiunque – purché meno demente della media – confronti com’è cambiato l’andamento dei consumi rispetto al Pil negli Stati Uniti da quando non c’erano i social media a oggi che ci sono, si accorgerà che non è cambiato affatto, ossia che i consumi erano e restano una derivata del Pil, ed anche se il fuoco di fila dei messaggi pubblicitari è decuplicato, e il loro costo raddoppiato a vantaggio di due o tre mafio-monopolisti, la gente quel che consumava consuma e quel che comprava compra.

 Applicare ai social le regole dei vecchi media

Ebbene: intanto che Google, Facebook e gli altri turlupinano gli inserzionisti facendogli strapagare campagne che non servono a niente, la società cosiddetta civile gli lascia fare quel ca**o che vogliono con i dati che noi, navigatori web, involontariamente gli lasciamo navigando, senza capire che cedere “i fatti nostri” a questa gente ci nuoce, direttamente e indirettamente. Direttamente perché fa lievitare senza senso e senza vantaggio il costo di una serie di servizi (bei tempi quando su Amazon si risparmiava, ora che ne dipendiamo, col ca**o che si risparmia ancora); e indirettamente, perché a furia di seminare i ca**i nostri in giro, finisce che qualcuno saprà usarli per fregarci ancor più brutalmente di quanto fa l’industria di largo consumo sul web, quando ci prende nelle grinfie per spennarci. Torniamo ai cookies. Il patto col diavolo fatto dai signori del web, che la Casa Bianca democratica ha consentito, adeguatamente ricompensata in termini di lobbing e chissà cos’altro, è questo: non aver applicato a Google, a Facebook e compagni le stesse regole dei media tradizionali.

Perché i giornali si possono querelare e i social no?

Esempio giornalistico. Se questo sito web, che è una testata giornalista istituita secondo la legge italiana, scrive che il signor Pinco Pallino è un narcotrafficante, Pinco Pallino ha il diritto e il modo di querelare il direttore di questa testata e chi ha firmato l’articolo, trascinarli in tribunale costringendoli a spiegare su quali elementi hanno scritto quella cosa e se non ci riescono vengono condannati a pene fastidiose e temibili. E l’editore di questo sito rischia di dover risarcire danni economici grandi, grandissimi o enormi a Pinco Pallino diffamato senza ragione. Se invece a pensare male di Pinco Pallino è il signor Rossi, che non riesce a pubblicare le sue idee su un giornale, e si affaccia al balcone e si mette a gridare “Pinco Pallino è un narcotrafficante”, nessuno gli bada, tutt’al più un vicino di casa chiama la Neuro dicendo: “C’è un pazzo qui accanto che sbraita al balcone”. Se invece il signor Rossi scrive su Facebook che Pinco Pallino è un narcotrafficante, magari lo leggono 10 persone ma forse 1000 o 100 mila, grazie al fatto che l’editore Facebook dà grande visibilità alla sua accusa, ma se allora Pinco Pallino vuol rivendicare la sua onestà e prendersela col signor Rossi che ha scritto la menzognera accusa e con Facebook che l’ha diffusa, si fotte: non può. O scopre che Rossi è un nome finto; oppure risale al vero Rossi e quello semplicemente se ne sbatte di lui, e continua a scriverne peste e corna.

Sul web troppo spazio senza contraddittorio ai no vax

Ora, lasciamo l’esempio semiserio e rapportiamo queste dinamiche ai no-vax. Ne abbiamo letti i deliri anche sui grandi giornali e nei talk televisivi, purtroppo. Ma almeno c’era qualcuno in quelle sedi, sempre, che gli faceva da contrappunto. Sui social invece hanno dilagato. Facendo danni enormi, causando morti a centinaia. E nessuno con cui prendersela. E’ chiaro quant’è nociva l’asimmetria legale tra media tradizionali e nuovi media? Speriamo si sì: è di una chiarezza assoluta, capirebbe un bambino di sei anni, com’è che quattro o cinque presidenti americani non hanno capito?

Colpa di chi (la Casa Bianca? Gli editori tradizionali?) non ha imposto limiti ai giganti della Rete

Ora, torniamo ai cookies. La pubblicità è l’anima del commercio, noi stessi in parte ne viviamo. Ma dovrebbe essere contenuta entro limiti e ambiti ben precisi. Com’è accaduto per decenni in tutti i paesi civili e democratici e tuttora accade per i giornali, poi le radio e infine le televisioni. Chissà perché ciò non è accaduto per il web. Chiedere a Obama e ai compagnucci suoi. Sta di fatto che se qualcuno mette un grande tabellone pubblicitario alla Stazione centrale di Milano o di Roma non pretende che chi, passandoci davanti, dà un’occhiata distratta all’immagine e allo slogan debba lasciare i propri connotati, debba dire il suo nome e i suoi gusti all’inserzionista. Invece con questi stramaledetti cookies e con le altre profilazioni dei clienti adottate da Google da Facebook e dagli altri social, succede esattamente questo. Uno va su Facebook per vedere quale tra i suoi amici compie gli anni quel giorno, e lascia tutti i suoi dati: chi è, dove vive, che sito ha visto un attimo prima, e da questo che gusti ha, quanti anni fa… eccetera. Ma perché quest’asimmetria pazzesca con gli altri media? Ma dov’erano gli editori tradizionali quando sotto il loro naso i giganti del web stavano perpetrando un simile misfatto? Semplice: almeno in Italia, dormivano. E peraltro, di che stupirci? Non era il loro mestiere, editare. Chi faceva il palazzinaro, chi il pseudo-ingegnere chi, nella migliore delle ipotesi, costruiva automobili. Cosa volete che capissero del web. Altro che multine da 150 milioni.

Ma i Big Tech e la loro dittatura del pensiero si possono fermare

Se esistesse una Onu della civiltà e della libertàche avesse a cuore progresso e democrazia – ma sia chiaro: non esiste – domattina sottometterebbe Google, Facebook e tutto il mondo del web alle stesse semplici e sane regole dei media tradizionali, sotto il cui ombrello difensivo (sissignore: difensivo) è prosperata la democrazia occidentale. Si risolverebbe in un istante l’enorme anomalia dell’oligopolio di questi quattro dittatori del pensiero e dei desideri che sono diventati i giganti del web. Ma non disperiamo: accadrà. Bisogna aspettare, resistere e denunciare il disastro che si continua a consumare sotto i nostri occhi, senza stancarsi.