La rivoluzione dei consigli di amministrazione delle società quotate italiane ha ormai superato il capitolo della sola rappresentanza. La fotografia scattata dall’edizione 2026 del Board Monitor Europe di Heidrick & Struggles, che MF-Milano Finanza ha potuto visionare in anteprima a livello europeo, mostra infatti un mercato dei board delle società quotate in trasformazione, con l’Italia che si distingue soprattutto sul fronte della presenza femminile. Nel 2025, considerando le società che compongono il Ftse Mib, sono state assegnate 95 poltrone non esecutive e il 49,5% delle nomine è andato a donne. Un dato che porta il mercato italiano praticamente alla soglia della parità di genere e che, nel confronto europeo, colloca Piazza Affari davanti ad altri grandi mercati come il Regno Unito, fermo al 45,9%, e la Germania, al 30,1%. È il risultato di un percorso nel quale la legge 120/2011, la cosiddetta legge Golfo-Mosca, ha avuto un ruolo determinante nell’accelerare la presenza femminile nei vertici societari italiani.

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La svolta della legge Golfo-Mosca

Il dato sulle nuove nomine racconta più di una semplice fotografia statistica. Per anni la composizione dei consigli di amministrazione delle società italiane quotate è stata uno dei terreni più evidenti del divario di genere nel mondo economico. L’introduzione delle quote di genere ha progressivamente modificato un sistema nel quale le donne erano storicamente sottorappresentate e ha imposto alle società un cambiamento nella composizione degli organi di governance. Oggi il risultato è particolarmente evidente nel flusso delle nuove nomine: quasi una nuova poltrona non esecutiva su due viene assegnata a una donna. Il 49,5% registrato nel 2025 non rappresenta soltanto un avvicinamento alla parità, ma supera anche i livelli rilevati da Heidrick & Struggles in due delle principali piazze finanziarie europee. Nel Regno Unito la quota femminile tra le nuove nomine è stata infatti del 45,9%, mentre in Germania si è fermata al 30,1%.

Il risultato italiano assume quindi un peso particolare nel momento in cui la discussione sulla governance si sta spostando dalla semplice rappresentanza alla qualità e alla varietà delle competenze presenti intorno al tavolo. Il tema non è più soltanto chi siede nei consigli, ma soprattutto quali esperienze professionali, quali capacità manageriali e quale visione del mercato portano con sé i nuovi consiglieri. Ed è proprio qui che il rapporto di Heidrick & Struggles segnala alcune caratteristiche peculiari del mercato italiano.

Un consiglio su due accoglie un esordiente

Il primo elemento riguarda il forte ricambio. Nel 2025 il 53,7% dei nuovi consiglieri nominati nelle società quotate italiane è entrato per la prima volta nel board di una società quotata. Significa che più della metà dei nuovi componenti dei consigli porta con sé un’esperienza da costruire all’interno del mondo della governance delle public company, senza avere necessariamente alle spalle precedenti incarichi in società quotate. È un dato che distingue l’Italia anche rispetto al quadro europeo e che fotografa un processo di apertura dei consigli a profili nuovi.

La tendenza, tuttavia, non è esclusivamente italiana. Il Board Monitor Europe mostra infatti come anche nel resto del continente i board stiano diventando più permeabili a nuovi ingressi. Nel Regno Unito, tra i consiglieri nominati nel 2025, il 25% era al debutto in una società quotata, un dato di un punto superiore rispetto al 2024. Nel resto d’Europa gli esordienti sono arrivati al 38%, contro il 37% dell’anno precedente. L’Italia, con il suo 53,7%, si colloca quindi su un livello decisamente più elevato.

Dietro questo ricambio c’è una trasformazione della domanda di competenze. I consigli non possono essere considerati strutture immobili, rinnovate secondo una semplice rotazione degli incarichi. Le esigenze strategiche delle imprese cambiano con una velocità spesso superiore a quella dei cicli di nomina dei board. È una delle questioni più delicate che emerge dal rapporto: quando un consiglio viene rinnovato, deve essere in grado di intercettare competenze che magari pochi anni prima non erano considerate prioritarie. L’esempio più evidente è quello dell’intelligenza artificiale: una società può scoprire oggi di avere bisogno di competenze specifiche sull’AI, mentre tre anni prima, al momento dell’ultimo rinnovo del consiglio, quella professionalità poteva non essere ancora considerata strategica.

Pochi ex ceo e una governance meno internazionale

Se sul fronte del ricambio l’Italia appare particolarmente dinamica, il quadro cambia quando si guarda al profilo manageriale dei nuovi consiglieri. Soltanto il 21,1% dei nuovi board member scelti dalle società quotate italiane nel 2025 era stato in precedenza amministratore delegato. È una quota nettamente inferiore rispetto a quella osservata in Francia, dove raggiunge il 50,9%, e in Germania, dove arriva al 41,9%.

La differenza racconta un altro tratto distintivo della governance italiana. Il processo di rinnovamento dei consigli sta portando dentro le società quotate molti nuovi profili, ma una parte relativamente contenuta di questi ha già ricoperto il ruolo di amministratore delegato. In altre parole, il rinnovamento non coincide necessariamente con l’ingresso di ex vertici aziendali. La composizione dei board può quindi arricchirsi di esperienze differenti, ma pone anche il tema della presenza di competenze direttamente legate all’execution, alla gestione operativa e alla responsabilità complessiva di un’impresa.

Anche sul piano internazionale Piazza Affari mostra una caratteristica molto marcata. Soltanto il 12,6% dei consiglieri delle società quotate italiane ha una nazionalità non italiana, la quota più bassa tra i grandi mercati europei considerati dall’indagine. Il confronto è significativo: in Francia la percentuale arriva al 45,3%, mentre nel Regno Unito si attesta al 35,5%. La distanza suggerisce quanto il tema dell’internazionalizzazione della governance resti aperto per le società italiane, soprattutto in un sistema industriale fortemente esposto ai mercati esteri e caratterizzato da catene del valore sempre più globali.

Il punto non riguarda naturalmente soltanto il passaporto dei consiglieri. La presenza di board member con esperienze professionali internazionali può significare accesso a mercati, modelli organizzativi, culture manageriali e reti di relazioni differenti. In un’economia nella quale le imprese italiane devono confrontarsi con competitor multinazionali, trasformazioni tecnologiche e catene di approvvigionamento globali, la composizione geografica e professionale del consiglio diventa quindi una componente della governance strategica.

Il vero banco di prova è anticipare il cambiamento

Ed è qui che il rapporto di Heidrick & Struggles introduce il tema forse più interessante per gli investitori: il legame tra composizione del board, capacità di rinnovamento e risultati aziendali. Secondo i dati raccolti dalla società di executive search, il 35% delle aziende con board allineati e forti nella capacità di anticipare i cambiamenti e nel rinnovamento ha dichiarato una performance finanziaria nel 2025 superiore alle attese. Nel resto del campione la stessa percentuale si è fermata al 24%.

Il dato non dimostra, da solo, un rapporto automatico di causa-effetto tra composizione del consiglio e performance finanziaria. Ma indica una correlazione che rende la governance un elemento sempre più rilevante anche per chi guarda alle società dal punto di vista degli investimenti. La questione diventa quindi capire se il consiglio sia in grado di intercettare in anticipo le trasformazioni che possono modificare il modello di business dell’impresa e se abbia al proprio interno le competenze necessarie per affrontarle.

È un problema particolarmente delicato perché i tempi della governance e quelli dell’innovazione non coincidono. Un consiglio può essere formalmente rinnovato rispettando tutte le procedure previste, ma arrivare comunque tardi rispetto alle competenze che servono all’azienda. L’intelligenza artificiale è soltanto l’esempio più evidente: lo stesso discorso può riguardare la cybersecurity, la transizione energetica, la geopolitica, la gestione delle supply chain, la trasformazione digitale o l’espansione in mercati internazionali.

La nuova partita dei board italiani

La fotografia del 2025 consegna dunque all’Italia un risultato importante sul fronte della parità di genere, ma contemporaneamente apre una partita nuova. Il 49,5% di donne tra le 95 nuove nomine non esecutive del Ftse Mib dimostra quanto profondamente sia cambiata la composizione dei consigli rispetto al passato. La legge Golfo-Mosca ha contribuito a rompere un equilibrio che per decenni aveva lasciato le donne ai margini delle stanze dove si prendono le decisioni societarie. Ma il raggiungimento della quasi parità nelle nuove nomine non chiude la discussione sulla governance: la sposta.

La prossima frontiera diventa infatti quella delle competenze. Il rischio, evidenziato dall’analisi di Heidrick & Struggles, è che il rinnovo dei board venga interpretato come un esercizio prevalentemente formale, senza una valutazione altrettanto rigorosa di ciò che servirà all’impresa nei prossimi anni. Il mercato chiede invece consiglieri capaci di portare esperienza operativa, visione internazionale e conoscenza dei fenomeni che stanno ridisegnando i modelli di business.

Il paradosso è che proprio mentre l’Italia registra uno dei risultati più avanzati d’Europa sulla rappresentanza femminile, emergono altri margini di miglioramento sul terreno dell’internazionalizzazione e dell’esperienza manageriale. Con appena il 12,6% di consiglieri stranieri, contro il 45,3% della Francia, e soltanto il 21,1% di nuovi consiglieri con un passato da ceo, rispetto al 50,9% francese, il rinnovamento dei board italiani sembra dunque avere ancora spazio per diventare più internazionale e più ricco di esperienza esecutiva.