La diffusione della variante Omicron del Covid-19 rallenterà la ripresa della Germania dalla crisi provocata dal virus: lo ha detto il ministro del Lavoro e degli Affari sociali tedesco, Hubertus Heil.

Viva la chiarezza. È ora che anche il governo italiano prenda atto della realtà, e la chiami con il nome che merita. Stiamo nuovamente entrando in una situazione di emergenza economica. Non siamo, per fortuna, all’enorme batosta dei lockdown che tutti ricordiamo come un incubo, ma siamo comunque in una situazione da psicosi sociale che sta già interferendo sulla ripresa.

La frequenza e facilità dei contagi, il rischio che anche con due o addirittura tre dosi di vaccino si possa non solo contrarre il virus ma anche sviluppare sintomi fastidiosi, si sta traducendo in una nuova fase di contrazione di tutta una serie di attività economiche che avevano appena ripreso forza.

Le strutture turistiche e ricettive sono state travolte da un’ondata di disdette, i vettori di viaggio idem; I piani di molti enti fieristici per gennaio e febbraio sono stati messi in stand-by. 

Se i tedeschi vogliono i sostegni perché non farlo anche noi?

Delle ultime ore i primi appelli per la prosecuzione degli aiuti: Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio; l’Abi, l’associazione dei banchieri. E due guru della moda come Giorgio Armani e Brunello Cucinelli che, annullando le loro sfilate alle giornate milanesi in arrivo, hanno indicato al settore che la normalità è ancora lontana. E del resto: senza scomodare gli stilisti, perfino la banalissima campagna dei saldi stagionali è partita lenta, per le difficoltà di frequentare i negozi rispettando le regole. Si tratta a questo punto di prenderne atto e agire su due fronti. 

Da un lato quello dell’emergenza epidemica, introducendo finalmente quell’obbligo vaccinale che lo stesso premier Draghi aveva indicato come probabile, salvo poi non farne più niente, e dall’altro ripristinando o protraendo le provvidenze anticrisi per i settori più colpiti dalla nuova ondata. Quelli turistico-ricettivi in prima linea.

Poi, certo: si può già dire che accanto al problema sanitario in senso stretto si sta delineando un problema di tassonomia socio-sanitaria. Come la chiamiamo, quest’epidemia da Omicron? Vogliamo chiamarla “Covid 2.0”, una malattia che non minaccia la pelle della gente più della vecchia influenza? Purtroppo no perché l’influenza classica che pure ha sempre contagiato in una sola stagione sei o sette milioni di italiani, quanto il Covid in due anni, ne ha però fatti morire relativamente pochissimi, seicento o settecento all’anno: ora se ne contano altrettanti in una sola settimana… 

Sta di fatto, però, che questa malattia è differente, è meno aggressiva, sembra gestibile: e meno male. Ma non abbastanza da non inibire tante, troppe attività economiche. Fermate dai contagi, certo, ma anche dalla paura dei contagi, dai distanziamenti, dalle quarantene. E allora occorre rimettere mano a un sistema di compensazioni. Quanto prima, tanto meglio. Che a prenderne coscienza sia stato formalmente per primo il governo tedesco, conforta: è segno che i più arcigni guardiani dell’ortodossia della politica economica non pretendono ancora di affermare un ritorno alla normalità che purtroppo ancora non si vede. E se non lo riaffermano loro, perché dovremmo affermarlo noi?