Corso Finance
LIUC LIBERA UNIIVERSITA DI CASTELLANZA CARLO CATTANEO

L’Istat ha annunciato che nel quarto trimestre del 2021 la fiducia di famiglie e imprese si è mantenuta su livelli elevati. Continua la fase espansiva delle attività economiche nel nostro Paese. E la finanza privata come reagisce? Leggendo i dati annuali del Pem – Private equity monitor, osservatorio della Liuc Business School (nella foto la sede), vediamo che il 2021 è stato da record. Nell’ultimo trimestre dell’anno sono stati registrati 117 nuovi investimenti, quando in quello precedente, nel medesimo periodo, l’Osservatorio aveva mappato 86 operazioni, un numero già altissimo per il settore. Complessivamente, sono 383 i deal di private equity chiusi nell’arco dell’anno, un dato mai raggiunto fino a oggi. Se pensiamo che i 12 mesi precedenti avevamo 252 operazioni, comprendiamo subito quanta crescita c’è stata nel private capital in questo periodo. Dicembre ha chiuso con 40 investimenti contro i 23 dello stesso mese dell’anno precedente. Insomma, tutti i numeri indicano che è stato il miglior anno mai registrato dal settore. Del resto, le aziende entrate nel portafoglio dei fondi hanno fatto, non a caso, questa scelta per dotarsi di quelle risorse finanziarie e delle competenze per fare un salto di qualità diventato necessario e attuale. I finanziatori hanno dato un segno di grande fiducia nel nostro Paese. L’effetto di questo fermento muoverà una macchina che darà lavoro, welfare e spinta alla crescita per tutto il Paese. L’ingresso di un fondo di private equity questo comporta. 

Ma vediamo anche situazioni in cui la vecchia proprietà vede opportunità emergenti da un momento di forte discontinuità ma non ha le energie per poterle cogliere, e quindi accelera una decisione di disinvestimento e realizzo della propria azienda, a favore di fondi e nuovi manager che possono ben cogliere la sfida; parliamo dei cosiddetti buyout, quando rilevano il controllo dell’azienda. 

Un altro fenomeno importante, leggendo i numeri dell’Osservatorio della Liuc, riguarda le acquisizioni da parte delle aziende in portafoglio dei fondi di private equity di altre società; 18 deal sono infatti attraverso add on finalizzati alla crescita esterna effettuati grazie all’ingresso e all’attività dei private equity. È un trend che va via via affermandosi nel nostro mercato e che sottolinea la necessità di creare aggregazioni che consolidino il mercato di riferimento e permettano di superare i confini nazionali per essere presenti a livello internazionale. Per quanto concerne i settori su cui si concentrano gli investimenti, il 30% di questi ha riguardato i beni di consumo, il 25%, i prodotti per l’industria e il 10% il terziario. Dal punto di vista geografico, l’attività del mese di dicembre risulta come sempre polarizzata nel Nord del nostro Paese, ma con un grado di dispersione decisamente superiore rispetto al passato: la Lombardia rappresenta il 35% del mercato, seguita da Veneto, 20% ed Emilia Romagna,15%. Interessante, da un lato, la presenza di un elevato numero di Regioni con almeno una operazione e, al tempo stesso, il ruolo del Centro e Sud Italia, che continua la sua crescita ancorché debole. Cresce infine l’interesse degli investitori internazionali sulle imprese del nostro Paese, che rappresentano, a livello di numero di operazioni, il 45% dell’intero mercato a dicembre, il 47% se si considerano gli ultimi tre mesi. Questo è un chiaro segnale di apprezzamento e di fiducia nel nostro sistema; se così non fosse non si impegnerebbero capitali, risorse e management in un piano di crescita aziendale. L’Italia ha le carte in regola per valorizzare le sue eccellenze, consolidandole nel nostro territorio – analisi di Aifi dimostrano che anche le operazioni guidate da player internazionali mantengono sedi e posti di lavoro nel nostro Paese – facendole affermare a livello internazionale in nuovi mercati.