Se nel febbraio del 2017 un signore lucido come Bill Gates – forse l’unico tra i big dell’informatica ad avere saputo esprimere concetti di spessore al di fuori dell’ambito specifico – disse che verrà prima o poi il momento di introdurre una tassa sui robot per finanziare il welfare… qualche ragione dovrà ben averla avuta.

Cominciamo a capire quale: nessuno ne parla, ma è già in corso una massiccia campagna di tagli ai posti di lavoro delle funzioni esecutive, non ancora resi noti perché tuttora nascosti nelle segrete stanze della pianificazione aziendale. Sono posti previsti ieri, che non ci saranno più domani. Se avete qualche amico top-manager nelle principali società di consulenza verificate con lui: molte imprese che avevano da mesi approvato piani di consistenti assunzioni a supporto di piani pluriennali di crescita, li hanno congelati. La loro richiesta ai consulenti è stata: diteci, alla luce delle nuove soluzioni possibili con l’intelligenza artificiale, quante assunzioni risparmieremo.

È chiaro? Per favore, archiviamo le professioni di eticità dei cosiddetti guru della nuova intelligenza che nell’estate scorsa sfilarono come anime candide davanti al Congresso Americano implorando la politica di “regolare” la nuova risorsa tecnologica, addirittura con la stessa severità riservata alle armi nucleari. Archiviamo questa robaccia, sono andati a dire quelle cose per pura convenzione e precostituirsi l’alibi per quando cominceranno i guai: “Ve l’avevamo detto, siete stati voi a non fare nulla!”.

Questi vogliono solo fare spasmodicamente e parossisticamente soldi, soldi e ancora soldi. Zero responsabilità civile e sociale. Dove possono, buttano la gente in strada, dove possono evadono le tasse. L’alibi è sempre che c’è qualche concorrente in qualche posto del mondo che fa peggio di loro e devono difendersi.

Hanno spremuto il limone cinese – ricordiamoci i suicidi di massa nella fabbrica-lager Foxconn degli iPhone, 17 morti in 5 anni – e quando il costo del lavoro in Cina è salito, i committenti hanno scoperto che la Cina è brutta e cattiva e calpesta i diritti umani ed hanno trasferito le produzioni in Vietnam dove, guarda caso, il lavoro costa come 10 anni fa in Cina.

Ma quale eticità. Come Milton Friedman ha definitivamente scolpito nella roccia della mentalità capitalistica americana che detta legge nel mondo, la responsabilità sociale dell’impresa consiste solo nell’accrescere i suoi profitti, rispettando le leggi; sono tutte finte, quindi, le proteste di eticità che contraddistinguono gran parte della gnagnera buonista di chi predica i principi Esg e poi fa il contrario…

È vero che Friedman precisa, chiarissimamente, nella chiusa di quel mitico articolo sul New York Times del 1970, che l’impresa deve perseguire il profitto “fintanto che opera entro le regole del gioco, ossia si impegna in una concorrenza aperta e libera senza alcun inganno o frode”. Ma per l’appunto la scrittura di queste regole viene condizionata dalla forza del lobbying o, semplicemente, a suon di stecche.

Dunque attenzione: il primo dividendo dell’intelligenza artificiale viene visto e cercato, oggi, dagli imprenditori di tutto il mondo innanzitutto nel risparmio che può rendere possibile sul costo del lavoro. Nei modi più ovvi, dai risponditori automatici delle centrali radiotaxi (vedi alla voce: “Roma”) alle traduzioni di testi semplici, ai calcoli basici. Poi verrà il resto: funzionalità manifatturiere assorbite dai sistemi, attività logistiche robotizzate e via discorrendo.

Va tutto bene, anzi andrebbe benissimo, a una condizione: che la produttività ottenuta utilizzando così l’AI e la robotica venisse “devoluta” a pagare comunque tutti i lavoratori attivi, anche a fronte di minor lavoro erogato, che è poi un modo per finanziare quei consumi senza i quali non c’è crescita: sarebbe logico farlo.

Ma purtroppo è inutile illudersi. Se ci aspettiamo comportamenti spontanei di equità e autotutela resteremo delusi. Prima ci sarà la rissa competitiva, poi – forse – il ravvedimento. Nel frattempo, c’è solo da sperare che il tormento di una fase sociale devastante quale quella che ci aspetta, forse anche violenta, duri poco e conduca a qualcosa di sensato. Ma le avvisaglie sono pessime.