Che Mario Draghi possa deliberatamente compiere un gesto di ripicca nel caso in cui non verrà eletto alla Presidenza della Repubblica e dimettersi da premier, è una baggianata stratosferica che solo qualche zelante imbecille può sostenere. È invece possibile che una crisi di governo sia innescata da una spaccatura sul Colle tra i partiti della demenziale ma larghissima maggioranza che sostiene il governo Draghi. E che questa crisi possa anche spingere Draghi a rassegnare le dimissioni. Questo, sì, è possibile: ma comunque non probabile.

Ragioniamoci sopra (cfr: Luca Zaia). Nelle prossime ore – tra 12 ore e 72 ore – un nome per il dopo-Mattarella verrà pur fuori. Difficile che questa scelta abbia un unico vero vincitore. La ricerca caotica di nomi “unitari” nasce proprio dal fatto che né LegaPd osano andarsi a contare alle urne, alla luce dell’imprevedibilità degli schieramenti mobili, dai deputati del gruppo misto al gregge grillino, dalle frizioni interne al centrodestra a quelle del centrosinistra. Ma poniamo che si arrivi alla nomina della presidente del Senato Casellati, inappuntabile formalmente per qualsiasi partito ma sostanzialmente indigeribile per la sinistra, e quindi col voto contrario di Letta & C.: cosa è pensabile che farebbe, il Pd? Uscirebbe dalla maggioranza che sostiene Draghi prendendosi la responsabilità di far cadere il premier più apprezzato al mondo che l’Italia abbia mai avuto? O ingoierebbe il rospo?

Ribaltiamo il ragionamento: poniamo che con un blitz il Pd riuscisse a eleggere Paolo Gentiloni. Cosa farebbe la Lega a Montecitorio e a Palazzo Madama? Uscirebbe dalla maggioranza che sostiene Draghi con il bel risultato di spingere il Paese verso elezioni anticipate dove con tutta probabilità Fratelli d’Italia potrebbe ancora incrementare i propri consensi a tutto danno della stessa Lega? Improbabile. E del resto, gli attuali parlamentari temono il voto anticipato come il fumo negli occhi. Sarebbe una beffa andare a casa a sei mesi dal conseguimento dell’ambito traguardo del vitalizio, soprattutto per i tantissimi che quegli scranni non li rivedranno mai più. Certo, Draghi masticherà amarissimo se non verrà eletto.

La caduta di stile di Draghi

Affermando in conferenza stampa che “il governo ha fatto la gran parte delle cose che è stato chiamato a fare” e che “se la politica è d’accordo, il governo può andare avanti indipendentemente dal premier” ha spudoratamente manifestato il suo desiderio di salire al Colle, con una caduta di stile e un’ingenuità impensabili in uno come lui. La verità, infatti, è che il governo ha appena iniziato a fare, anzi: progettare, le cose che è stato chiamato a fare. E che sul nome di un premier diverso da lui le forze di coalizione farebbero ancora più fatica ad accordarsi di quanta ne stiano facendo per convergere su un presidente della Repubblica. Però Draghi – in quest’evenienza – dovrà tenersi in bocca la sua amarezza. Ve lo immaginate uno col suo profilo che deliberatamente scateni una crisi politica nonostante il sostegno dei partiti? Apparirebbe come un personalismo inaccettabile, come un capriccio da bambino. E lui si è definito “nonno al servizio delle istituzioni”. Nonno, non nipotino.

Allora per uscire dalle secche, ci sarebbe un solo modo – a parte quello di andare in ginocchio a implorare nonno Mattarella di riaprire gli scatoloni e non traslocare dal Quirinale per altri 12 mesi – individuare un nome super partes, una figura non riconducibile a un partito – ma magari a un’area -in grado di far agglutinare i consensi della sinistra, assieme a quelli della destra a cui – per una questione di numeri, seppur risicati – spetta comunque dare le carte. Per cui Salvini, che dopo il forfait di Berlusconi si è intestato questa etichetta a doppio taglio di kingmaker, la smetta di pensare a blitz suicidi e prove di forza stile Papeete (che stavolta finirebbero per costargli la segreteria) e faccia lui il nome. Un nome su cui far convergere gli stessi voti che formano la maggioranza di unità nazionale. Con 500 morti al giorno e un debito pubblico salito ieri a 2.689 miliardi non possiamo permetterci ancora certi penosi balletti.