Milano – La riforma dell’ordinamento e l’ingresso dell’intelligenza artificiale ridisegnano il lavoro dei commercialisti, e proprio il rapporto tra commercialisti e intelligenza artificiale è stato il filo conduttore del Cnpr forum “Dalla riforma dell’ordinamento al futuro della professione di commercialista”, promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili, presieduta da Luigi Pagliuca. Il confronto, che ha riunito parlamentari di maggioranza e opposizione e i vertici delle associazioni di categoria, si è mosso lungo una domanda centrale: se la professione sia in grado di governare le due transizioni o destinata a subirle.

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Compensi fermi e peso della burocrazia

La prima condizione riguarda la sostenibilità economica dell’esercizio professionale. Per Andrea De Bertoldi, deputato della Lega in commissione Finanze, il punto di partenza non è tecnologico, ma tariffario: “Il futuro dei professionisti deve partire dall’adeguamento dei compensi dei ctu per arrivare a quello delle tariffe dei commercialisti che sono vecchie di oltre dodici anni“. L’estensione dell’equo compenso a tutta la clientela, conquista che rivendica alla maggioranza di governo, è a suo avviso il passaggio necessario per incoraggiare i giovani ad avvicinarsi alla professione.

Al nodo dei compensi si somma quello della stratificazione normativa. Chiara Tenerini, componente della commissione Lavoro della Camera per Forza Italia, chiede al legislatore il coraggio di procedere con le semplificazioni e avverte che mantenere norme obsolete e sovrastrutturate finirebbe soltanto per appesantire il sistema. Sulla stessa linea Sabatino Broccolini, commercialista e revisore legale dell’Odcec di Teramo, per il quale la nuova disciplina dovrà ridurre il peso della burocrazia e riconoscere il valore intellettuale e sociale di una categoria che resta interlocutore strategico di imprese, cittadini e pubblica amministrazione.

Commercialisti e intelligenza artificiale da governare

È su questo terreno già fragile che si innesta la tecnologia. Antonio Misiani, vicepresidente della commissione Bilancio del Senato per il Partito Democratico, riconosce che un sistema fiscale complesso come quello italiano continuerà a richiedere commercialisti, ma avverte che lo sviluppo e l’utilizzo delle nuove teconologia e dell’AI in particolare  vanno comunque gestiti: “Alcuni processi come quello dell’ingresso dell’IA devono essere governati se vogliamo evitare conseguenze sociali rilevanti”. Il riferimento è alle società di consulenza che stanno riducendo le assunzioni perché utilizzano software di intelligenza artificiale, un fenomeno che a suo avviso va normato sul piano della formazione e delle politiche del lavoro e fiscali.

La richiesta di regole arriva anche dall’interno della categoria. Marco Cuchel, presidente dell’Associazione Nazionale Commercialisti, descrive una professione che sta cambiando pelle rapidamente e indica nell’IA un supporto capace di liberare tempo da destinare alla consulenza, a condizione che siano fissate regole precise di utilizzo e percorsi di formazione dei professionisti. Più critica Loredana Lesto, consigliere nazionale dell’Anc, che rovescia la prospettiva: il progresso tecnologico è in atto, ma non è affatto certo che la categoria lo stia governando, e l’ingresso dell’IA nel progetto di riforma fiscale la coglie senza una strategia definita.

Il timore della sostituzione resta però minoritario. Cuchel lo considera un’ipotesi remota, mentre Mario Michelino, presidente dell’Andoc, pur descrivendo un’intelligenza artificiale entrata a gamba tesa negli studi, insiste sul fatto che la conoscenza di base del commercialista resta il presidio di controllo e rivendica il riconoscimento delle esclusive in materia contabile. È la stessa lettura di Daniela Dondi, parlamentare di Fratelli d’Italia in commissione Giustizia della Camera, che ha aperto i lavori: “L’IA dovrà essere un partner senza prendere il sopravvento. Saremo comunque sempre noi al centro dell’attività professionale e dei rapporti con i clienti”.

Il divario tra chi si adegua e chi resta indietro

Se la sostituzione è improbabile, il rischio si sposta altrove. Marco Natali, presidente nazionale di Confprofessioni, lo individua nella distanza che si aprirà dentro la categoria: “Ci saranno due tipi di professionisti: chi sa utilizzare un certo tipo di strumenti e chi non sapendoli utilizzare entrerà in un limbo diverso e verrà escluso dal mercato”. La risposta, sostiene, non è difensiva ma organizzativa: mantenere il rapporto di fiducia con il cliente, fare sistema e accompagnare le imprese assistite verso dimensioni maggiori e, dove possibile, verso i mercati internazionali.

In questa direzione si muove la lettura più propositiva emersa dal forum. Giulio Centemero, presidente della delegazione italiana presso l’assemblea parlamentare del Mediterraneo, immagina gli studi come “nodi di una blockchain semi pubblica dove far circolare gli smart contract”, capaci di trasformare l’IA in uno strumento di produttività e di accompagnare imprese e cittadini verso l’inclusione digitale, in un ruolo di ponte tra contribuenti e amministrazione finanziaria. Domenico Posca, presidente di Unico, si spinge oltre e dichiara di attendersi più dall’intelligenza artificiale che dalle novità normative, ricordando che la categoria è abituata a restare sul mercato senza esclusive.

Le incognite dei decreti attuativi

Le conclusioni dei lavori, coordinati da Anna Maria Belforte, sono state affidate a Paolo Longoni, consigliere dell’Istituto nazionale esperti contabili, che ha riportato il confronto sul terreno più concreto: la riforma si definirà davvero solo con i decreti attuativi, chiamati a sciogliere numerosi nodi ancora aperti. L’accesso anticipato alla professione, con il tirocinio di diciotto mesi durante l’ultimo biennio della laurea magistrale, punta a renderla più attrattiva ma appare insufficiente ad affrontare la crisi delle vocazioni. È qui, più che sull’intelligenza artificiale, che si misurerà la tenuta del nuovo ordinamento.