I commercialisti italiani stanno invecchiando, i giovani non arrivano e molti studi non hanno né i margini né la struttura per preparare il ricambio. Il primo Barometro dei Commercialisti di Wolters Kluwer Tax and Accounting Italia fotografa una professione ancora solidissima nel rapporto con i clienti, ma sempre più fragile nella capacità di garantirsi un futuro: oltre il 70% dei professionisti ha più di 50 anni, appena il 4% meno di 30 e soltanto il 13% degli studi si considera davvero pronto ad affrontare il passaggio generazionale.
La ricerca, condotta su 440 studi italiani, descrive una piramide demografica praticamente rovesciata. La fascia più numerosa è quella fra 51 e 60 anni, con il 38% del totale, seguita dagli over 60 al 33%. Tra 30 e 40 anni si trova appena il 7% dei professionisti. Numeri che trasformano quello della successione da problema futuro a emergenza presente: il 31% degli studi ammette esplicitamente di essere esposto alla mancanza di ricambio e un altro 26% non ha ancora affrontato seriamente la questione. Complessivamente, il 58% si trova quindi in una posizione di potenziale vulnerabilità.
Il problema è che agli studi non mancano soltanto gli eredi: mancano anche i candidati. Il 62% segnala forti difficoltà nel reperire professionisti qualificati. I profili più introvabili sono proprio quelli centrali nell’attività tradizionale, gli specialisti fiscali nel 39% dei casi e quelli contabili nel 38%. Tra chi fatica ad assumere, il 35% riconosce di non riuscire a offrire condizioni economiche competitive e il 27% ammette che lo studio professionale appare meno attraente rispetto ad altre carriere.
E quando i giovani entrano, spesso se ne vanno. Nel 32% dei casi lasciano per cambiare tipo di lavoro, nel 24% per l’eccessivo carico di attività. Non aiuta il fatto che il 57% degli studi non disponga di un programma strutturato e continuativo di formazione.
Dietro la crisi generazionale c’è infatti anche una crisi industriale del modello professionale. Lo studio medio italiano resta una microimpresa: il 58% ha fra uno e tre collaboratori fissi e oltre l’84% non supera le sei persone. Dimensioni che limitano capacità di investimento, innovazione tecnologica e possibilità di costruire percorsi di carriera abbastanza remunerativi da competere con aziende, banche, consulenza e grandi network professionali.
A comprimere ulteriormente gli spazi c’è la redditività. Il 71% degli studi non ha ritoccato le tariffe nell’ultimo anno, mentre il 45% dichiara di non riuscire a scaricare sui clienti l’aumento dei costi. Il 37% soffre i ritardi nei pagamenti e il 27% segnala la scarsa redditività delle prestazioni a tariffa fissa. Il risultato è che il 34% degli studi ha registrato un calo del fatturato nell’ultimo anno, con le difficoltà maggiori proprio nelle strutture più piccole.
A completare il quadro c’è un’attività ancora soffocata dagli adempimenti: oltre il 70% del tempo di lavoro viene assorbito da compliance fiscale, contabile e amministrativa. La consulenza a maggiore valore aggiunto cresce — il 32% degli studi registra un aumento dei ricavi da questi servizi — ma il 55% continua a dedicarvi meno di un quarto del proprio tempo. È qui che, secondo Wolters Kluwer, tecnologia e automazione possono diventare decisive: liberare ore oggi divorate dalla compliance, aumentare la produttività e creare spazio economico per servizi più remunerativi e carriere più attrattive.
Perché il paradosso ormai è evidente: gli studi conservano i clienti — l’88% mantiene quasi integralmente il proprio portafoglio — ma rischiano di perdere chi dovrà servirli domani. Il problema dei commercialisti italiani non è più trovare lavoro. È trovare commercialisti.
















