Federico Freni, sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze

«Il governo ritiene che solo facendo riacquistare centralità al mercato finanziario italiano potremmo sostenere adeguatamente la crescita del paese»: parola di Federico Freni, sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze nel governo Meloni (ma lo era già nel governo Draghi), che ha seguito personalmente il cosiddetto “Ddl mercati” con cui l’esecutivo intende svecchiare la normativa stratificatasi sull’antica Legge Draghi e sul Testo unico bancario in materia di Borsa, di società quotate e, appunto, di transazioni finanziarie: «Il mercato dei capitali domestico, soprattutto quello regolamentato – prosegue Freni in quest’intervista esclusiva a Economy – soffre da troppi anni di scarso dinamismo e di scarsa attrattività per le imprese, che hanno sempre preferito il canale bancario per finanziarsi. Il disegno di legge vuole intervenire su alcune aree prioritarie, seguendo le linee guida identificate nel Libro Verde del Mef, per rendere il mercato più competitivo e il capitale di rischio un’opportunità per le imprese».

Una riforma così tecnica e insieme ambiziosa sta incontrando un cammino parlamentare altrettanto complesso. Ma quali sono i capisaldi irrinunciabili, per il governo, che in ogni caso saranno rispettati?

La regolamentazione dei mercati finanziari è per sua natura tecnica e complessa, anche perché frutto di una produzione legislativa, sia a livello europeo che nazionale, che potremmo definire torrentizia. L’ampio e acceso dibattito che si è sviluppato intorno al provvedimento testimonia come, al netto dei tecnicismi e di istanze specifiche, da troppo tempo il Paese avesse bisogno di parlare in modo più organico del mercato e delle sue regole. Al mercato servono interventi di semplificazione della regolamentazione e di efficacia dei presidi.

Si discute molto – ed è giusto farlo, al di là di ogni concomitanza con casi specifici – sull’equilibrio ottimale tra nitidezza e incisività del governo dell’impresa e piena rappresentanza degli interessi delle minoranze azionarie nella governance stessa. Qual è a suo avviso il criterio per individuare quest’equilibrio?

Il mercato è soprattutto il luogo nel quale si compongono gli interessi, non solo il luogo in cui si consumano gli scontri. Quindi individuare un punto di equilibrio è un esercizio necessario, anche se talvolta complesso. Scopo degli interventi del Ddl è far guadagnare alle imprese maggiore dinamismo, nel rispetto della tutela delle minoranze: regole più chiare e più efficaci, non meno regole.

Altra questione aperta è quella della differenziazione delle categorie di titoli in base alla stabilità del possesso. Aiuta molto le imprese familiari a gestire con stabilità ma sottrae ai mercati quell’ingrediente molto richiesto che è la contendibilità. Cosa ne pensa?

Il governo societario è uno degli elementi fondamentali per migliorare l’efficienza economica e la crescita e per aumentare la fiducia degli investitori. Negli ultimi anni abbiamo assistito troppo frequentemente a imprese, anche di grandi dimensioni, che decidevano di quotarsi su altri mercati europei: dobbiamo chiederci perché e, se nel rispetto della contendibilità, si possano individuare delle risposte utili.

Recentemente Borsa Italiana Spa ha auspicato un intervento a sostegno degli investitori italiani, qualcosa che possa incentivarli a collocare i loro capitali in aziende quotate, come accaduto sul fronte delle pmi e delle start-up. Cosa possiamo attenderci?

Gli incentivi di natura fiscale sono risultati spesso efficaci per orientare il risparmio verso le aziende quotate e verso le Pmi e per ampliare la platea degli investitori. Come accaduto ad esempio per i Pir. L’efficacia dello schema di incentivi deve tuttavia essere coniugata con la sua stabilità nel tempo. Troppo spesso tali incentivi sono stati oggetto di continue revisioni, che hanno avuto il risultato di creare incertezza e volatilità, riducendo la propensione ad investire.

Un altro tema delicato è quelle delle regole e della loro applicazione. A suo avviso l’attuale assetto istituzionale delle Authority è quello giusto o può essere migliorato?

L’attuale assetto istituzionale delle authority è frutto di una riflessione articolata nata negli anni dall’esigenza di rafforzare talune funzioni di garanzia, di controllo e regolazione, affidandole ad organismi neutri e terzi rispetto al Governo. L’attuale assetto, anche grazie all’elevato livello tecnico e di professionalità dei componenti delle authority, ha dimostrato una buona capacità di tenuta anche di fronte alle crisi degli ultimi anni. Certamente nel contesto complesso in cui viviamo la costruzione di maggiori sinergie potrebbe portare dei benefici.