Roma – L’Italia perde il 41% dell’acqua nelle sue reti di distribuzione prima che raggiunga il rubinetto. A Potenza la quota sfiora il 70%, in Sicilia supera il 55%. Questi dati, emersi al CNPR Forum “Acqua, emergenza da gestire o risorsa su cui investire?” promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili, sintetizzano il nodo strutturale del dibattito sulla sicurezza idrica in Italia.

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Il piano infrastrutturale e gli investimenti PNRR

Nel corso dei lavori Giorgio Maria Bergesio (Lega), vicepresidente della commissione Industria del Senato, ha ricordato che il Piano nazionale degli interventi infrastrutturali per la sicurezza del settore idrico ha individuato, tramite il bando 2024, circa 400 opere strategiche — acquedotti, invasi, reti di adduzione, sistemi di approvvigionamento. Le domande hanno superato i 12 miliardi di euro; nel 2025 è già stata finanziata una prima tranche da 954 milioni, con una seconda da circa 900 milioni in fase di definizione. “Uno strumento del genere non si è mai avuto da quando è nata la Repubblica”, ha osservato Bergesio.

Massimo Milani (FdI), segretario della commissione Ambiente della Camera, ha ricordato i 4,5 miliardi di euro del PNRR destinati alle risorse idriche, con un primo stralcio da 1 miliardo approvato a settembre 2024. Il 40% delle risorse è diretto al Centro-Sud. A questo si aggiunge il decreto Siccità del 2023, con commissario straordinario e cabina di regia interministeriale.

Dalla proposta M5s ai certificati blu

Patty L’Abbate (M5s), vicepresidente della commissione Ambiente della Camera, ha illustrato una proposta di legge sulla gestione idrica che introduce i “certificati blu” — strumento analogo ai certificati bianchi per l’energia per incentivare la riduzione degli sprechi. Ha sottolineato che il comparto agricolo consuma il 70% dell’acqua disponibile, che le condotte perdono il 45% del flusso e che le acque reflue vengono riutilizzate solo per il 4% del potenziale. “La politica delle emergenze non va bene. Bisogna agire in termini di prevenzione”, ha detto L’Abbate.

Marco Simiani (PD), componente della commissione Ambiente della Camera, ha stimato in 3,5 miliardi di euro il costo degli interventi per rimettere in efficienza la rete idrica nazionale, con priorità al Mezzogiorno. Ha indicato nel riutilizzo delle acque reflue per uso industriale e agricolo e nella raccolta delle acque piovane le direttrici principali.

Il punto di vista dei professionisti

Elisabetta Polentini, commercialista e revisore legale dell’Odcec di Roma, ha sostenuto la validità del principio “chi inquina paga” per attribuire alle imprese i costi del trattamento degli scarichi, segnalando le difficoltà delle PMI: costi elevati, rischio di perdita di competitività e carenza di competenze tecniche. Tra le soluzioni proposte: finanza sostenibile, monitoraggio in tempo reale e figure specializzate come i water manager.

Paolo Longoni, consigliere dell’Istituto nazionale esperti contabili, ha richiamato il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) come strumento già disponibile ma sottoutilizzato. “Siccità e ondate di calore non sono più fenomeni eccezionali, ma strutturali destinati ad aumentare”, ha avvertito Longoni, indicando riduzione delle perdite nelle reti, modernizzazione dell’irrigazione agricola e riuso delle acque reflue come le tre priorità su cui la politica appare “ancora troppo incerta”. Il forum è stato promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili, presieduta da Luigi Pagliuca.