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Scusate, avete visto le biomasse?

Nel Pnrr c’è un grande assente: il comparto rappresentato dalla produzione di energia dalla parte biodegradabile ricavata dalla manutenzione dei boschi e delle attività agricole e agroindustriali

Vincenzo Caccioppoli
Scusate, avete visto le biomasse?

Se le rinnovabili mai come ora sono tornate al centro dell’attenzione, per il nuovo corso green e sostenibile che è uno dei pilastri del Pnrr, c’è un settore che sembra essere considerato come una sorta di figlio di un dio minore: l’energia ricavata da biomasse solide. Da mesi attende una decisione da parte del governo in merito al rinnovo degli incentivi, in vista della loro prossima scadenza. E questo malgrado le biomasse centrino tutti gli obiettivi di transizione ecologica del Piano di resilienza e resistenza: la produzione di energia da fonti rinnovabili, la sostenibilità ambientale, l’economia circolare, il taglio delle emissioni, la valorizzazione delle aree interne. 

Per questo Ebs (acronimo di Energia da Biomasse Solide), l’associazione che rappresenta i principali produttori di energia elettrica da biomasse solide, appunto, e raggruppa 19 operatori e 22 impianti di taglia superiore ai 5 MW su tutto il territorio nazionale, ha lanciato un accorato appello alle forze politiche. «Abbiamo da mesi sollevato il problema degli incentivi con tutti gli stakeholders - spiega Antonio Di Cosimo, il presidente di Ebs - Sono dieci anni che attendiamo che si rispettino impegni dell’articolo 24 del decreto 28 del 3 Marzo 2011, in cui appunto era stato stabilito il rinnovo degli incentivi per gli impianti a biomassa. Ma fino ad ora siamo in una sorta di limbo». 

Da dieci anni il settore delle biomasse si trova in una sorta di limbo che ostacola i nuovi investimenti

Una situazione che potrebbe avere ripercussioni pesanti sugli operatori, che tra pochi anni senza incentivi non potrebbero proseguire l’attività. E stiamo parlando di un settore che dà lavoro, compreso l’indotto, a circa 5000 persone che operano nei comparti agricolo, metalmeccanico, elettrico e della logistica, per un giro d’affari complessivo di 650 milioni di euro. «Senza certezza sugli aiuti le imprese non riescono a continuare la propria attività e fanno fatica a pensare a nuovi investimenti che rischiano di non poter ammortizzare per mancanza di un quadro normativo certo», lamenta il presidente di Ebs.

Tra gli obiettivi dell’associazione, nata nel 2016 e dal 2020 guidata, appunto, da Antonio Di Cosimo, vi è quello di rappresentare e tutelare lo sviluppo di tutte le imprese aderenti operanti nel settore della produzione di energia da fonti rinnovabili, nonché lo studio e la ricerca relativa alle biomasse solide e alle tecnologie ad esse collegate. A preoccupare l’associazione non è solo la questione della scadenza degli incentivi ventennali (certificati verdi) che arriverà, a meno di proroghe, già dal 2023, colpendo gli oltre 420 MW di impianti oggi in funzione. Questo avrebbe anche ovvie ripercussioni sugli obiettivi nazionali al 2030 in materia di rinnovabili: «Il mancato rinnovo degli incentivi significherebbe infatti sottrarre la quota delle biomasse già conteggiata per il raggiungimento degli obiettivi del Piano nazionale integrato per l’Energia e il Clima». Quello che resta ancora da capire, infatti, sono i motivi che hanno spinto per ora il governo a non inserire le biomasse, al contrario di altre fonti rinnovabili, all’interno del Piano di resilienza e resistenza. «Chiediamo uno spazio all’interno del Pnrr - dice il presidente Di Cosimo - Senza certezza sugli aiuti le imprese non riescono a continuare la propria attività e fanno fatica a pensare a nuovi investimenti che rischiano di non poter ammortizzare per mancanza di un quadro normativo certo». 

Eppure le biomasse sono una delle poche fonti rinnovabili che rispetta appieno tutti gli obiettivi stabiliti dal Green Deal europeo e ha il vantaggio di fornire una quota di energia superiore, grazie alla maggiore continuità di esercizio, rispetto ad altre fonti come eolico e solare (8.000 ore all’anno, contro le 2.500 del solare e le 1.500 circa dell’eolico). Insomma, le biomasse rappresentano uno strumento indispensabile per arrivare ad una progressiva decarbonizzazione. 

L’associazione Ebs riunisce gli operatori del settore che in Italia gestiscono 22 impianti di potenza superiore ai 5 mw

Le biomasse solide, che rappresentano la materia prima utilizzata dagli impianti a biomasse per ricavare energia, sono la parte biodegradabile ricavata dalla manutenzione dei boschi e delle attività agricole e agroindustriali. Per la produzione di energia elettrica il settore attinge, principalmente, da gestione del bosco, residui di campo delle aziende agricole, sottoprodotti derivati dall’espianto, sottoprodotti lignocellulosici come la paglia, residui delle attività di lavorazione dei prodotti agroalimentari e forestali, biomassa vergine ottenuta dalla lavorazione del legno (esclusa dal regime dei rifiuti). La destinazione energetica dei sottoprodotti agricoli, considerando che tutte le biomasse impiegate sono di provenienza italiana, si traduce spesso in un’occasione di reddito integrativo per le filiere agricole e agroindustriali. Ciò non inficia mai le coltivazioni destinate all’agroalimentare, ma ne valorizza i soli sottoprodotti in un perfetto schema di economia circolare che, ottimizzando le risorse produttive, contribuisce a garantire stabilità di mercato e costanza dei flussi finanziari e ne incrementa la sostenibilità. 

Un altro aspetto, tutt’altro che trascurabile, pensando per esempio all’emergenza incendi di questa estate (con aumento del 256% di roghi rispetto allo scorso anno), è quello del settore forestale, da cui deriva gran parte della materia prima per le biomasse solide. «L’attività della filiera crea valore per le comunità locali attraverso la manutenzione del patrimonio boschivo, spesso in aree interne e marginali. Le ricadute positive si possono riassumere nel mantenimento o ricostituzione di presidi attivi contro il dissesto idrogeologico e nello smaltimento di cascami e sterpaglie che altrimenti bruciate in modo inidoneo potrebbero generare incendi», dice ancora Di Cosimo. Basti pensare che per far fronte ai danni provocati dagli incendi di questa estate, si stima un costo di circa un miliardo di euro. Il funzionamento delle centrali a biomasse contribuisce proprio all’azione virtuosa di manutenzione del patrimonio forestale: grazie all’impiego costante dei residui e prodotti legnosi di scarso valore commerciale raccolti durante tutto l’anno, circa 330 giorni per 24 ore al giorno, questi diventano una risorsa utilizzata come combustibile, evitando l’abbandono di tali materiali o lo smaltimento con abbruciamenti che possono causare il propagarsi degli incendi. 

Ma tutto ciò evidentemente non basta per porre le biomasse  allo stesso livello di considerazione di altre fonti rinnovabili, come per esempio solare ed eolico. Questo forse anche perché il settore da tempo è al centro della polemica da parte di un certo ambientalismo di maniera, che non solo non lo ritiene una fonte rinnovabile, ma addirittura un’attività inquinante e dannosa per l’ambiente, per le sue emissioni di CO2 e per il disboscamento selvaggio. «Sono accuse ridicole - commenta Di Cosimo - I nostri impianti sono sottoposti a controlli rigidissimi in materia di emissioni. Siamo all’avanguardia in quanto all’abbattimento dei fumi. E per quanto riguarda gli alberi, vari studi di settore evidenziano che in Italia la superficie occupata da foreste è il triplo rispetto ai primi anni Venti del secolo scorso e la disponibilità di biomassa per utilizzi energetici è ampiamente sottoutilizzata. In dieci anni, tra il 1990 e il 2010, la superficie dei boschi in Italia è aumentata di quasi il 20%, mentre nell’ Unione Europea l’incremento è stato, per lo stesso periodo, appena del 5%».

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