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Promossi o bocciati ecco la pagella per gli Esg

Ora che gli investimenti inseguono la sostenibilità, c'è fame di rating. Ecco quali sono i parametri che contano nell'algoritmo di Standard Ethics, l'agenzia di rating indipendente che ora valuta anche le obbligazioni

Marina Marinetti
Promossi o bocciati ecco la pagella per gli Esg

In Italia c'è una transizione nella transizione: quella energetica porta con sé nuovi criteri di business. Lo testimoniano gli upgrade di Standard Ethics, l'agenzia self-regulated che da Londra assegna i rating Esg: per Snam e A2A l'outlook è diventato positivo, Terna è passata a EE- (adequate) dal precedente E+ (non-compliant) e Acea da EE- a EE (strong). Il rating Esg, d'altronde, è un imperativo categorico in un momento in cui i flussi finanziari si stanno spostando pesantemente verso la sostenibilità. Ma come funziona esattamente l'assegnazione del rating non finanziario? «Ogni volta che entriamo in un nuovo mercato, che si tratti di un settore o di uno Stato, selezioniamo le prime 30 o 40 società per capitalizzazione e flottante, per offrire un benchmark di riferimento al mercato», spiega a Economy Jennifer Mancini, che in Stardard Ethics è Unsol team coordinator. Unsol è il nome in gergo dei rating non richiesti (unsolicited, appunto) utilizzati per offrire agli stakeholder degli indici-benchmark come i due lanciati lo scorso anno, ovvero lo SE European Utilities Index (nel quale figurano le italiane Enel, Snam, Erg, Italgas e Terna) e lo SE European Multi-Utilities Index (che include nei 15 constituents A2A; Acea, Hera e Iren). «Per assegnare il rating facciamo riferimento al nostro algoritmo proprietario: ci permette di essere liberi e indipendenti dai vari kpi utilizzati un po' alla buona».  Per garantire accuratezza e comparabilità, quindi, Standard Ethics utilizza un proprio algoritmo a sei gruppi di variabili: «La prima variabile della formula (Fc) è relativa alla concorrenza, ci fa capire come si muove l'azienda a livello commerciale all'interno del suo mercato», spiega Jennifer Mancini. Standard Ethics, quindi, valuta positivamente l'azienda che compete e affronta il mercato in modo appropriato, mentre considera negativamente elementi di rischio come antitrust, indagini, multe o sanzioni, evasione fiscale o semplicemente una posizione di privilegio che potrebbe, nel lungo periodo, rivelarsi problematica. «La seconda e la terza variabile della formula ((Sa e Mw) ci permettono di capire come l'azienda si comporta nei confronti suoi investitori». In particolare si analizza l'importanza di aspetti sensibili per gli azionisti di minoranza o per i nuovi azionisti, ad esempio per quanto riguarda i patti parasociali (non giustificati da esigenze operative), il doppio diritto di voto, la presenza di un azionista di controllo, i conflitti di interesse e la scarsa contendibilità. «Ci avvaliamo dei documenti pubblici di investor relations, che in molti casi sono ardui da reperire nonostante la pubblicità sia obbligatoria», sottolinea l'analista di Standard Ethics. La quarta variabile (Id) si concentra su governance, gestione e controllo dei rischi Esg, modelli di reporting e composizione del consiglio di amministrazione: «verifichiamo se c'è indipendenza del Cda, focalizzandoci sulla parità di genere e sull'inclusione. Se un'azienda dice di essere orientata alla gender e quality e poi non ha donne in posizioni apicali o nel Cda, se un'impresa che opera in più Stati non include nel management rappresentanze delle diverse nazionalità, insomma se qualcosa non torna ce ne accorgiamo. Analizziamo anche i potenziali conflitti di interesse tra consiglieri e azienda e verifichiamo quanto le scelte effettuate siano slegate da pressioni e ingerenze, per capire quanto gli azionisti di minoranza siano effettivamente tutelati». E finalmente arriviamo ai fattori Esg: la quinta variabile (Cg) valuta l'allineamento con strategie come la Cop21 di Parigi per la riduzione degli effetti climatici o le linee guida dell'Ocse per le imprese multinazionali come esempi. «Valutiamo il codice etico dell'azienda», continua Jennifer Mancini, «quanti riferimenti a strategie Esg internazionali ci sono nelle policies dell'azienda, misuriamo la distanza tra le azioni volontarie dell'azienda e le indicazioni di Ue, Ocse, Onu. Andiamo a valutare il report sulla sostenibilità delle aziende che lo redigono: fondamentalmente, se i numeri mancano significa che manca il controllo. E, anche se non ci sono target espliciti (es. la carbon neutrality entro il 2030), andiamo a vedere la reportistica: se è redatta su base Gri - il Global Reporting Iniziative, uno degli standard di riferimento dei bilanci di sostenibilità, ndr - se esiste il Communication on Progress del Global compact, che viene redatto ogni anno su specifici parametri, o l'Integrated reporting framework, che è una modalità delle linee guida sulla base delle quali interpretare la propria reportistica Esg, perché è confrontabile e ci fa capire l'impegno effettivo dell'azienda».

I rating di standard ethics prendono in considerazione anche l'effettiva tutela degli investitori di minoranza

«La nostra chiave è l'investment grade model», sottolinea Manfredi Morello, Sol - che sta per "solicited" - team coordinator di Standard Ethics: «il rating che emettiamo dev'essere fruibile solo ed esclusivamente dal mercato. Si tratta di una differenza sostanziale rispetto ad altri tipi di valutazioni che vengono fornite da diverse case di consulenza generando confusione. La nostra è un'agenzia indipendente dal mercato e non c'è alcun tipo di contatto con gli investitori». Ciò non toglie se il mercato è a caccia di Esg, sono sempre di più le società, quotate e non, che richiedono a Standard Ethics la pagellina di sostenibilità. «Per quanto riguarda il solicited corporate rating l'algoritmo lo stesso, l'analisi la stessa, ma gli strumenti di lavoro e i processi sono leggermente diversi», spiega Manfredi Morello. «Standard Ethics in questo caso instaura una relazione confidenziale tra le parti per la raccolta di informazioni, che non possono essere usate al di fuori del rapporto col cliente: non collaboriamo ad attività di asset management, non effettuiamo consulenza verso terzi, e lasciamo al cliente la decisione di divulgare l’ottenimento del rating. Non lavoriamo attraverso questionari, ma ci basiamo su guidelines interne che elaboriamo in regime di severa riservatezza, che restituisce una mappatura con un approccio olistico di tutti i rischi Esg suddivisa in circa 230 punti di analisi. «Facciamo anche una serie di verifiche sulle informazioni che ci vengono inoltrate: il nostro è un rating di compliance rispetto alle indicazioni internazionali».

Un lavoro intenso che porta all'elaborazione della guidelines in 34 giorni, cui, dopo altri 15 giorni, segue il report finale con la proposta di rating. Nei successivi 5 giorni il comitato di rating interno e indipendente dà il suo parere sulla proposta. «Se la società sotto rating fa parte dei nostri indici, la comunicazione è obbligatoria e pubblica», continua l'analista di Standard Ethics. «Le società sono molto propositive, si spendono volentieri, spesso il nostro percorso risulta poi uno strumento utile per le aziende per redigere il loro piano strategico».

La chiave che l'agenzia adotta è l'investment grade model: il rating emesso dev'essere fruibile solo dal mercato

Ma non di sole azioni (quotate) vive il mercato: ci sono anche le obbligazioni. Così, sul finire dello scorso anno, è nato il Security Standard Ethics Rating dedicato alle emissioni obbligazionarie tradizionali o altri tipi di strumenti di debito: nel primo benchmark, composto da 60 rating attribuiti ad altrettante emissioni di general purpose bond quotate sul mercato secondario con scadenza almeno decennale e un ammontare pari o superiore a 2 miliardi di dollari, di tricolore figurano solo tre emissioni di Intesa San Paolo in scadenza nel 2030 e nel 2035 con rating EE e outlook stabile. «Assistiamo a un trend positivo delle emissioni verdi e abbiamo messo a punto una nuova metodologia per assegnare le valutazioni anche a emissioni general purpose», spiega Manfredi Morello. Tra le prime aziende a richiedere a Standard Ethics una valutazione del proprio programma di euro commercial paper (che arriverà fino a 2,5 miliardi di euro) figura Snam, che ha ottenuto un EE (adequate): «È un caso particolarmente interessante», conclude l'analista di Standard Ethics «oltre al rating di base si analizzano le intenzioni di utilizzo del capitale raccolto sul mercato per finanziare i propri obiettivi legati a tematiche di sostenibilità su tre grandi aree: neutralità climatica, economia circolare e uguaglianza di genere. La valutazione, quindi, riguarda non solo il lato corporate, ma anche lo strumento in sé. Snam ha accettato formalmente nel memorandum di Borsa la clausola di condizionalità, secondo cui il programma manterrà l'acronimo Esg solo se la società conserverà l'investment grade da parte di Standard Ethics.».

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