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energia, si cambia!

Troppo bello per essere green

Vincoli paesaggistici e bocciature dei Beni culturali stanno frenando la corsa alle rinnovabili. In tre anni stoppati 9 gigawatt di impianti eolici. Di questo passo gli obiettivi del Pniec non li raggiungeremo mai

Riccardo Venturi
Troppo bello per essere green

Nove gigawatt di progetti per impianti eolici superiori ai 30 megawatt presentati in 3 anni! Bene, si dirà, significa che possiamo raggiungere gli obiettivi del Piano energia e clima! Peccato che siano stati tutti bocciati dal ministero dei Beni culturali. Le sovrintendenze, il cui parere sulla valutazione di impatto ambientale è necessario per impianti da 30 megawatt in su, non hanno approvato neanche un megawatt su novemila. Chi si stupisce che le aste indette dal Gestore dei servizi energetici per le Fonti energetiche rinnovabili vadano deserte o quasi, forse non sa che per partecipare si devono prima ricevere le autorizzazioni. Le poche centinaia di megawatt di eolico approvate negli ultimi tre anni sono tutte di progetti inferiori ai 30 megawatt, che in quanto tali hanno fatto la valutazione di impatto ambientale presso le Regioni, e non sono quindi passati dalle forche caudine del Mibact. Mettiamo le cose in chiaro: noi di Economy teniamo all’ambiente e anche al paesaggio italiano, che è doveroso preservare. Ma un conto è tutelare il paesaggio, un altro bocciare sistematicamente tutti i progetti di impianti eolici - e quasi tutti quelli degli impianti fotovoltaici. Come si può pensare in questo modo di riuscire a moltiplicare per dieci la potenza di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili installata ogni anno, dagli attuali 0,8 gigawatt a 7-8 gigawatt, l’unico modo per raggiungere l’obiettivo del Pniec a dire dello stesso ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani? «Quei 9mila megawatt presentati di eolico hanno ricevuto almeno quindici pareri da parte di diversi ministeri» dice Simone Togni, presidente dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev), «erano sempre tutti positivi tranne quello del Mibact. Ci sentiamo di segnalare questa stranezza: da un lato il governo assume impegni vincolanti in sede europea che se non raggiunti comporteranno penalità importanti, e il Pniec chiede al settore eolico un raddoppio della potenza attuale entro il 2030. Dall’altro uno dei componenti dello stesso governo, il Mibact, impedisce di fatto la realizzazione di questi obiettivi».

Un conto è tutelare il paesaggio, un altro bocciare tutti i progetti di impianti eolici e quasi tutti quelli di impianti fotovoltaici

Le cose non sono andate diversamente per il fotovoltaico, anzi alle aste l’energia solare è andata ancora peggio: doveva pesare per i due terzi della nuova potenza, si è fermata a un decimo, anche perché si è impedito di fare impianti nelle aree agricole, anche in quelle abbandonate. Una situazione che non è stata risolta dall’acclamato Dl Semplificazioni. «Sebbene siano state introdotte alcune misure che vanno nella giusta direzione, il Dl Semplificazioni, appena approvato, non riduce abbastanza la burocrazia per consentire al nostro Paese il cambio di passo necessario per raggiungere il target Green Deal. Così gli obiettivi di decarbonizzazione verranno raggiunti nel 2090 invece che nel 2030» ha avvertito Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura. «Mancano più ambiziose semplificazioni sul permitting per i nuovi impianti rinnovabili e per il repowering degli impianti esistenti, che permetterebbe di aumentare la produzione di energia verde senza occupare nuovo suolo. Gli impianti fotovoltaici su terreni agricoli abbandonati o degradati continuano a essere esclusi dalle aste Gse, che, come noto, sono state fino a oggi un completo fallimento anche a causa di tale limitazione». Secondo il recente Renewable Energy Report 2021, redatto dall'Energy&Strategy Group della School of Management Politecnico di Milano, la nuova potenza da rinnovabili installata in Italia nel 2020 è stata di 784 megawatt, il 35,4% in meno rispetto al 2019, a causa soprattutto del calo dei nuovi impianti eolici, precipitati del 79% dai 413 megawatt del 2019 agli appena 85 del 2020. «Sono fermamente convinto che il paesaggio italiano sia il più bello mondo da un punto di vista naturalistico, storico-architettonico, paesaggistico» sottolinea Togni, «abbiamo un sistema di tutele tra i migliori del mondo e da italiano ne sono felice. Ma i 9mila megawatt bocciati dalle sovrintendenze erano proposti da grossi operatori europei e mondiali delle rinnovabili, multiutility che fanno impianti in tutto il mondo seguendo le normative ambientali, non da deturpatori di paesaggi». Andare un po’ più nel dettaglio è utile per capire che siamo oltre i confini del buon senso. «Le normative applicate in Europa e in tante parti del mondo prevedono che nelle aree con vincoli specifici si debba verificare la compatibilità degli impianti» spiega il presidente di Anev, «per esempio se c’è una chiesa di particolare pregio artistico, non si possono mettere nelle sue vicinanze manufatti che possano ridurre la bellezza del paesaggio storico artistico. Le autorità dovranno dare indicazioni, per esempio di mettere gli impianti dall’altra parte rispetto al crinale con la chiesa in modo che da lì non si vedano. Se invece l’area è vicina a una vincolata, si deve fare non una valutazione di impatto ambientale ma uno screening più leggero, per verificare che non ci siano impatti particolari. Terza fattispecie è quella delle aree dove non ci sono vincoli specifici: in questo caso si possono fare tutti gli impianti che si vuole, nel rispetto delle normative».

E in Italia? «In Italia è diverso» puntualizza Togni, «dove c’è un vincolo, invece di dirti come fare l’impianto le sovrintendenze non te lo fanno fare e basta. Nelle aree vicine a quelle con il vincolo, e anche in quelle dove non c’è nessun vincolo, si deve fare sempre l’analisi dell’impatto ambientale, che dà esito negativo nel 100% dei casi. Se le sovrintendenze ritengono che non ci sia modo di mitigare l’impatto in nessun caso e in nessuna zona, beh allora il governo di cui il Mibact fa parte abbia la coerenza e il coraggio di dire: l’eolico non si può fare, e quindi l’obiettivo al 2030 per le rinnovabili non si può raggiungere».

I grandi gruppi internazionali delle rinnovabili di cui sopra non se ne preoccuperebbero più di tanto. Continuerebbero a fare quel che già fanno, spostare gli investimenti in altri Paesi, come la Spagna, dove mentre le nostre aste andavano deserte mettevano a gara 3 gigawatt, ricevendo un’offerta per 9: il triplo.

Altro che buon senso: l’ingessatura burocratica italiana arriva a paradossi tragicomici. «Oggi l’iter autorizzativo per un impianto eolico dura mediamente 5 anni e mezzo» insiste il presidente di Anev, «al momento di presentare la domanda si deve inserire il modello di aerogeneratore che si vuole utilizzare, che allora è l’ultimo grido, mentre dopo 5 anni e mezzo non viene più nemmeno prodotta. Ma quando accade di ottenere l’autorizzazione, se si volesse utilizzare una tecnologia più moderna di quella scritta nella domanda – oggi si possono utilizzare due generatori di nuova generazione al posto di 10 di quelle precedenti - si dovrebbe ricominciare tutto l’iter autorizzativo da zero. Il risultato è che ci sono 2500 megawatt di progetti eolici autorizzati ma non realizzati, perché aggiornare la tecnologia vorrebbe dire ricominciare un iter autorizzativo che dura anni».

All'estero in presenza di vincoli viene sempre presentata un'alternativa di progetto, mentre in Italia esiste solo la bocciatura

Nel frattempo, il governo sta procedendo alla revisione del Pniec per adeguarlo al nuovo ambizioso obiettivo dell’Ue: la riduzione di almeno il 55% delle emissioni di CO2 entro il 2030. I target diventano ancora più impegnativi: mission impossible? «Allo stato attuale e con questo passo» dice Vittorio Chiesa, direttore scientifico dell’Energy & Strategy Group della School of Management e presidente del Mip del Politecnico di Milano, «francamente immaginare che il raggiungimento degli obiettivi sia realistico, per usare un eufemismo è piuttosto ambizioso, se non irrealizzabile». Il problema non è solo quello della grande difficoltà con la quale vengono concesse le autorizzazioni all’installazione e alla realizzazione degli impianti. «C’è anche il fatto che nei piani di sviluppo, incluso l’ultimo Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec, ndr)» rimarca Chiesa, «sia sempre indicato con chiarezza il sistema di obiettivi ma non esplicitato in maniera chiara il modo in cui raggiungere gli obiettivi, il tipo di impianti – grandi, piccoli, a tetto residenziali, di grande taglia - avere un’idea di quali siano le quantità di produzione di ciascuna delle tipologie di installazione fa la differenza, e dovrebbe rappresentare anche quel punto di riferimento in base al quale definire e orientare gli strumenti di policy, gli obiettivi: anche questo secondo me incide».

Il Pniec dunque è un po’ come una mappa del tesoro in cui è indicato l’agognato forziere, ma non è dettagliato il percorso per raggiungerlo. Il rischio è che assomigli a un libro dei sogni.

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