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GREENWASHING

Si fa presto a dirsi green ma Bruxelles fermerà i furbetti

Contro il fenomeno del greenwashing un nuovo regolamento europeo detterà i parametri secondo i quali un’attività economico-finanziaria si potrà definire davvero sostenibile. Però la strada è tutta in salita

2 Maggio 2021

Riccardo Venturi
Si fa presto a dirsi green ma Bruxelles fermerà i furbetti

Che la sostenibilità sia ormai un tema all’ordine del giorno è senz’altro un fatto positivo. Ma accanto a imprese che perseguono seriamente un’attività sostenibile, ce ne sono altre che lo fanno solo a parole. 

L’action plan della commissione europea riguarda anche le imprese che dovranno rendicontare il proprio impatto ambientale

È il fenomeno del greenwashing, tanto più insidioso in quanto far parte di indici di sostenibilità più o meno ufficiali dà accesso a finanziamenti altrimenti irraggiungibili. Per arginarlo da Bruxelles è arrivato un chiaro segnale: il 10 marzo è entrato in vigore il primo regolamento europeo adottato nell’ambito dell’Action Plan Ue per la finanza sostenibile, che vuole definire come riconoscere un’attività economico-finanziaria davvero sostenibile. Andrea Baranes, vicepresidente di Banca Etica, in questa intervista a Economy parla di greenwashing e della nuova normativa europea. Sono le stesse caratteristiche di Banca Etica a renderlo adatto ad affrontare lo scabroso argomento: «Per ogni richiesta di finanziamento svolgiamo un’istruttoria economica, ma parallelamente anche una di valutazione di impatto sociale e ambientale; e, unici in Italia, pubblichiamo sul nostro sito tutti i finanziamenti erogati alle persone giuridiche».

Baranes, il greenwashing è così diffuso?

Purtroppo sì, e riguarda molto anche le imprese quotate; noi lo vediamo da un punto di vista finanziario, perché prima di investire cerchiamo di fare un’analisi accurata. Uno dei problemi di fondo è che mancano criteri condivisi per definire cosa sia la sostenibilità, il che permette ancora oggi di autodefinirsi sostenibili in base a parametri arbitrari. Faccio un esempio nel settore bancario finanziario, che poi vale anche per altre categorie: molte banche si definivano sostenibili guardando unicamente agli impatti interni. È bello che una banca utilizzi lampadine a basso consumo e usi carta riciclata nelle filiali, ma se poi finanzia per miliardi di euro le peggiori centrali a carbone del mondo forse abbiamo un’idea di sostenibilità diversa... Ci sono anche fondi di investimento che ancora oggi si scelgono come benchmark, per esempio, l’indice medio di Wall Street, che al 20% è composto da aziende che lavorano carbone e petrolio; creano un fondo in cui i combustibili fossili sono il 19,9%, e magnificano il fatto che stanno facendo un fondo green perché hanno sottopesato la composizione del fondo rispetto a un benchmark che loro stessi si sono dati. Così possono andare a dire in giro che sono un fondo green, anche se di fatto continuano a investire pesantemente nei combustibili fossili. 

Come si può evitare che questo accada?

Il problema è trovare criteri condivisi. In questo senso è benvenuto tutto l’action plan della Commissione europea sulla finanza sostenibile, perché riguarda il mondo finanziario e degli investimenti, ma anche le imprese che dovranno rendicontare i propri impatti in termini ambientali e di clima. Con la creazione della cosiddetta tassonomia si va a vedere per ogni settore merceologico quali sono gli impatti secondo diverse direttrici: cambiamenti climatici, biodiversità, gestione dei rifiuti e delle risorse idriche, e così via. Dettagliare gli impatti positivi e negativi per attività merceologica potrebbe essere un bel passo avanti per creare una metodologia condivisa, ed evitare queste fughe in avanti in cui ognuno può dirsi sostenibile. Nella stessa direzione un’altra iniziativa interessante è quella sul reporting non finanziario.

Banche e gestori hanno lanciato l’allarme sui costi necessari per la compliance

Cosa si propone?

Il lavoro sul non financial reporting directive dovrebbe permettere di individuare criteri il più possibile condivisi per la redazione dei bilanci sociali. Quello della tassonomia sociale è un percorso più complicato, perché è più difficile avere un riscontro quantitativo: un conto è misurare le tonnellate di CO2, un altro il diritto del lavoro o i diritti umani. Ma è in qualche modo più semplice per le grandi imprese quotate, che hanno a disposizione capitali e risorse umane, più difficile per le Pmi: per loro è molto costoso e impegnativo in termini di compliance ottemperare a tutte le richieste normative europee. 

Quale sarà in termini di costi l’impatto sulle imprese di queste nuove normative europee?

È ancora molto da vedere. Si stanno levando grida d’allarme da parte delle imprese che dicono che ci potrà essere un costo enorme. Le stesse banche e i gestori dicono che il costo per rispettare tutti i criteri della tassonomia sarà molto elevato in termini di compliance. La prima parte del regolamento europeo sulla finanza sostenibile è entrata in vigore il 10 marzo, ma è solo una tappa di un percorso di lungo periodo. Per le stesse aziende ci sarà un impatto di compliance, perché dovranno essere loro a rendicontare nei bilanci la propria sostenibilità, in modo da essere incluse dai gestori nella quota sostenibile dei portafogli. Questo riguarda per ora principalmente le imprese quotate, che hanno maggiore facilità e disponibilità per adeguarsi alle normative europee; i fondi di investimento, così come i fondi pensione, non investono se non marginalmente in imprese non quotate.

Quanto sarà importante per le imprese certificare la propria sostenibilità secondo la tassonomia Ue?

Sempre di più. Infatti ci sono forti pressioni di lobby che cercano di includere alcuni settori che rischiano di essere esclusi. C’è chi dice che ci sia il rischio di una bolla green, perché specie all’inizio poche imprese saranno in grado di certificare la propria sostenibilità. Ci potrebbe essere quindi una corsa da parte dei fondi e dei gestori a investire nelle imprese che per prime riusciranno a certificarsi secondo gli standard dell’Ue. Allo stesso tempo c’è chi cerca di allargare i paletti. Nelle ultime settimane per esempio alcuni paesi, spinti dalle lobby del gas, si sono messi di traverso in sede di Consiglio europeo. Fanno pressioni per ammorbidire l’approccio proposto da Commissione e Parlamento, chiedendo che il gas sia considerato un combustibile di transizione tra i carburanti fossili e le rinnovabili. Si sta dunque ancora discutendo di dove fissare i paletti. 

E le aziende quotate?

Per loro è ancora più importante. Gran parte dei fondi di investimento e dei fondi pensione vuole rendicontare ai propri clienti che è attento alla sostenibilità. Le aziende quotate che non rientrano in quei fondi rischiano che le loro azioni e obbligazioni siano molto meno appetibili sul mercato, e sempre meno in un prossimo futuro. Il valore delle azioni è un aspetto centrale non solo per i proprietari, che sono quasi sempre i grandi investitori istituzionali, i fondi pensione, di investimento, le assicurazioni; ma anche per i top manager, la cui remunerazione è in buona parte legata a stock options e al valore delle azioni. Vediamo già adesso l’attenzione che pongono la gran parte delle aziende quotate per rientrare nei vari indici di sostenibilità come il Dow Jones Sustainability index, perché molti fondi vogliono dirsi sostenibili investendo solo o quasi solo nelle imprese che rientrano in quegli indici. Quando ci sarà questa certificazione dell’Ue, a maggior ragione non averla significherà rischiare di essere esclusi da una fetta crescente di investitori istituzionali.

Quali sono gli aspetti più importanti ancora da definire nella nuova normativa Ue?

Non c’è ancora chiarezza su un punto fondamentale: se un fondo sostenibile debba investire al 100% in imprese sostenibili, o meno. Al momento peraltro sono previsti due diversi livelli: uno per le attività che sono fin da subito più seriamente sostenibili, l’altro per quelle che aiutano la transizione, andando “verso” la sostenibilità. Il problema è capire che cosa significa... Ci sono forti pressioni perché si affermi un’interpretazione meno stringente. Qualunque industria automobilistica, per esempio, sta facendo investimenti sui motori elettrici o a basso consumo. Ma se è sufficiente investire in R&S per dire che si va verso la sostenibilità, allora in realtà non c’è nessuna selezione. Il diavolo, al solito, è nei dettagli. 

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