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sustainability & circular economy

La sfida green fa competere l’impresa

L’Italia è seconda al mondo (dopo la Germania) per propensione alla sostenibilità. Ma non è un “merito”, quanto piuttosto una necessità. Intervista a Ermete Realacci, presidente della fondazione Symbola

30 Marzo 2021

Riccardo Venturi
La sfida green fa competere l’impresa

Ermete Realacci

L’Italia parte in vantaggio nella corsa all’economia green grazie a un dna produttivo abituato a far fronte alla scarsità di materie prime, e anche per questo rispettoso dell’ambiente. Ma è un vantaggio che rischia di non essere compreso e quindi sfruttato appieno. Parola di Ermete Realacci, presidente della fondazione Symbola, che in questa intervista avverte: per aiutare le imprese italiane a esprimere la loro vocazione green ci vuole la consapevolezza delle loro caratteristiche uniche al mondo, accompagnata da regole certe. Secondo l’ultimo rapporto Greenitaly realizzato con Unioncamere, sono oltre 432mila le imprese che hanno investito negli ultimi 5 anni in prodotti e tecnologie green, quasi una su tre; e proprio le imprese green hanno dimostrato di reagire meglio alla crisi pandemica in termini di fatturato, occupazione, investimenti in R&S. 

Le nostre aziende recuperano molte più materie prime coinvolte nel loro ciclo produttivo rispetto alle concorrenti europee

Realacci, anche in Italia cresce la spinta alla produzione green?

Negli ultimi anni è sistematicamente cresciuta la quantità di imprese che ha fatto investimenti orientati in senso ambientale. Ma voglio essere chiaro: questi investimenti spesso non sono dovuti a sensibilità ambientali specifiche, ma all’antropologia produttiva italiana. Per dirla con lo storico dell’economia Carlo Maria Cipolla, sono dovuti alla maniera in cui nel corso dei secoli si è organizzata la capacità dell’Italia “di produrre all’ombra dei campanili cose belle che piacciono al mondo”. Queste aziende, che sono anche quelle che innovano di più e creano più posti di lavoro, non è che siano state formate da Legambiente o da Greenpeace, ma risentono delle caratteristiche italiane del fare impresa. Per esempio un indicatore molto interessante per l’Italia è quello dell’economia circolare: le nostre aziende recuperano molte più materie prime coinvolte nei cicli produttivi rispetto alle concorrenti europee. 

Diamo qualche numero?

Secondo i dati Eurostat l’Italia è in assoluto il Paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti: 79%, il doppio della media europea (39%) e molto più degli altri grandi Paesi (la Francia è al 56%, il Regno Unito al 50%, la Germania al 43%). La sostituzione di materia seconda nell’economia italiana comporta un risparmio pari a 23 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e a 63 milioni di tonnellate di CO2. 

Questi risultati sono dovuti alle leggi?

No: ai nostri cromosomi, all’antropologia produttiva italiana di cui sopra. Siamo un Paese povero di materie prime, quindi nel corso dei secoli siamo stati spinti, costretti, a usare quella grande fonte di energia rinnovabile e non inquinante che è l’intelligenza umana. E abbiamo costruito filiere produttive che sono più efficienti: gli stracci di Prato, i rottami di Brescia, le cartiere della Lucchesia. La spinta al green non nasce in Italia da specifiche politiche - in qualche caso troviamo leggi più avanzate nelle normative di altri paesi europei - ma dalla propensione naturale all’innovazione in campo ambientale. L’università di Oxford alla fine dell’anno scorso ha presentato uno studio dal quale risulta che l’Italia è al secondo posto per propensione ad avere attività più attente al green dopo la Germania e davanti a Stati Uniti, Austria, Danimarca e Cina; ma per lo studio potenzialmente siamo primi al mondo. È un ottimo punto di partenza anche per utilizzare al meglio le risorse del Recovery Fund. 

Realacci, intende dire che stiamo perdendo di vista le specificità che possono essere i nostri punti di forza?

Quando ci rapportiamo al tema della green economy dovremmo ricordarci che siamo italiani, e che questa è una chiave che rende evidente quel che dice l’Europa. Nel Next generation Eu c’è un’accelerazione molto forte sul tema della transizione verde e della green economy non solo perché è necessario per la crisi climatica, ma perché questa sostanzialmente è una vocazione produttiva che rende più competitive le imprese; questo vale a maggior ragione per le imprese italiane. Secondo me questa è la chiave del futuro, ma spesso la politica non la capisce, non la legge: Houston, abbiamo un problema! Sono le stesse caratteristiche che hanno permesso alle imprese green di reagire meglio alla crisi pandemica: la capacità di fare dei nostri cromosomi un fattore produttivo. Una parte di questa maggiore efficienza è dovuta al fatto che le nostre produzioni sono più orientate alla qualità, alla bellezza, quindi producono più ricchezza usando meno materie prime: certo sono meccanismi che è difficile far capire a un’agenzia di rating...

L’antropologia produttiva italiana è verde non per vocazione ma perché siamo poveri di materie prime

E Bruxelles?

L’Europa si sta muovendo con grande visione e lucidità, perché ci dice che il Recovery fund va destinato a tre blocchi di questioni: sanità, inclusione e coesione; transizione verde e lotta ai cambiamenti climatici; digitale. Il 37% di questi fondi, che ricordo per l’Italia sono 209 miliardi di euro tra i vari strumenti, quindi la bellezza di 78 miliardi di euro, vanno destinati ad affrontare la crisi climatica. E l’economia circolare è centrale in questa sfida che punta anche a dare maggior forza alla nostra economia. Siamo di fronte a una partita di grande importanza dal punto di vista ambientale, tecnologico, di innovazione e economico, perché è la base della futura competizione globale. L’Italia ha molto da dire proprio perché parte avvantaggiata dai suoi cromosomi.

Cos’altro manca nel nostro approccio alla nuova frontiera green?

La capacità di evocazione. Mi è sempre piaciuta una frase di Saint-Exupery: se vuoi costruire una nave non radunare uomini per raccogliere legna e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio infinito. Qual è il mare ampio e infinito per il mondo oggi? Proprio quello green. Non è un caso che l’obiettivo di azzerare le emissioni di Co2 nel 2050 è stato adottato dopo l’Europa dal Giappone, dalla Corea, presto dagli Stati Uniti di Biden – la California l’ha già fatto – la Cina l’ha preso per il 2060. Lo fanno perché sono diventati più buoni? Non credo. Per paura della crisi climatica? Un po’ sì, ma soprattutto perché sanno che quello è il driver: una prospettiva in cui noi abbiamo molto da dire, anche perché una parte importante della nostra economia va già in quella direzione.

Ci fa un esempio?

In passato abbiamo avuto nel mondo dell’economia e della politica una specie di tormentone: quanto siamo sfortunati rispetto alla Francia perché ha Edf con il nucleare! Noi eravamo i calimeri perché non avevamo le centrali nucleari. Adesso non c’è un francese che sa fare i conti che non scambierebbe di corsa Edf con Enel, perché con una scelta molto netta, favorita proprio dal fatto che non avevamo l’eredità nucleare, Enel è diventato il più grande produttore mondiale di energia rinnovabile, e oggi è la società elettrica più capitalizzata in borsa al mondo. Si consideri che un grosso impianto solare da poco autorizzato in Portogallo prevede un costo per kw ora che è un decimo di quello ipotizzato per un nuovo impianto nucleare in Grecia su tecnologia francese.

Ben 70 milardi del Recovery Fund vanno destinati ad affrontare la crisi climatica e l’economia circolare, oggi sfide centrali

Ci fa anche un altro esempio?

Siamo i più importanti costruttori di giostre del mondo. I bambini di Pechino, Shangai, Copenhagen, Coney Island giocano su giostre italiane, che vincono perché sono più attente alle culture locali, più adattabili, più belle, ma anche perché essendo più leggere consumano la metà dell’energia di quelle tedesche. Ma non è che i produttori di giostre del Polesine siano stati convinti a consumare meno energia da Greta Thumberg: hanno capito che gli faceva vendere più giostre, si poteva fare e l’hanno fatto. Se scateni questa bestia l’Italia è fortissima; ma per scatenarla devi dare regole certe, e dire alle imprese dove bisogna andare.

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