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Il denim è circolare e... non passa mai di moda

Recuperare capi usati per creare nuovi modelli, utilizzando pochissima acqua ed eliminando tutti i materiali non riciclabili: così il brand Blue of a Kind ha declinato la sostenibilità in chiave fashion

13 Marzo 2021

Maddalena Bonaccorso
Il denim è circolare e... non passa mai di moda

Può esistere la totale (o quasi) sostenibilità nel mondo delle imprese di abbigliamento e moda? Sì, se l’azienda si regge sulle gambe dei sognatori, che prima ancora di lanciarsi nella produzione si fermano a riflettere su cosa voglia dire, davvero, non incidere sul nostro già tormentato pianeta in termini di acqua, colori, metalli, produzione e distribuzione.

È proprio quello che ha fatto Fabrizio Consoli (nella foto accanto) con il progetto Blue of a Kind, marchio dedicato al denim che ha visto la luce nel 2017 partendo da una semplice domanda scaturita durante un pranzo con un collega: «Qual è il materiale più sostenibile nel campo della moda?». Quello che già esiste: «Avevo alle mie spalle circa 15 anni di lavoro nel mondo dell’abbigliamento e soprattutto del denim», spiega Consoli, Ceo e founder del brand, «ma l’idea di Blue of a Kind è nata intorno al 2016, appunto da un pranzo di lavoro e da un semplice foglio di Word sul quale mi ero appuntato alcune idee. È stato una specie di volo pindarico, scaturito dal desiderio di fare capi in denim nuovi partendo da quelli esistenti, con un processo di vera riedizione: non quindi applicare qualche patch e far finta di aver dato nuova vita a un jeans, ma smontando i capi e rifacendoli ex novo in base alle nostre idee e alle tendenze della moda».

Era già evidente, allora, che la sostenibilità sarebbe stata una vera e propria chiave di volta, nel campo dell’abbigliamento e Consoli ha saputo letteralmente cogliere la palla al balzo. «Abbiamo studiato molto per riuscire a capire come realizzare questi prodotti e come ottenere una certa regolarità nella produzione», spiega il fondatore: «Siamo partiti dal problema delle fonti di approvvigionamento dei capi usati, quindi abbiamo cercato sia i grandi centri di raccolta di abbigliamento vintage e usato che i mercati più piccoli, in Italia e all’estero. Prediligiamo i centri dove ci danno la possibilità di selezionare i capi davvero uno per uno, a seconda della forma, del tipo di tessuto e del colore. La selezione è quindi già parte del processo creativo. Dopodiché abbiamo iniziato fisicamente a fare i “nostri” nuovi jeans, le nuove camicie in denim, i giubbotti: tutto con un procedimento complesso ma totalmente sostenibile».

Già, perché i vecchi jeans, dopo essere stati scelti accuratamente e igienizzati, arrivano nel laboratorio vicino a Milano dove troveranno nuova vita: vengono quindi scuciti, facendo particolare attenzione a togliere tutti i bottoni e i rivetti metallici (che per questioni di sostenibilità e riciclo non trovano posto nelle collezioni Blue of a Kind)  poi vengono riconfezionati in capi totalmente nuovi, basati su modelli propri. «Qui sta la grande differenza dei nostri capi», spiega Consoli: «Un denim classico, per farlo diventare bello e vissuto, viene sottoposto a lavaggi industriali e trattamenti con prodotti chimici che possono richiedere fino a 100 litri di acqua. Noi selezioniamo capi che abbiano già in partenza una colorazione ed un aspetto accattivante, così facendo  l’acqua non è mai parte del nostro processo produttivo».

Per quanto riguarda la clientela, Consoli non si pone limiti: vuole dare vita a collezioni incrementali, slegate quindi dalla stagionalità, che sappiano parlare a tutti (molti modelli sono genderless) e anche a tutte le fasce d’età: «Il nostro progetto ha l’ambizione di conciliare la fortissima valenza innovativa», conclude Consoli, «con la bellezza e lo stile, un processo produttivo sostenibile con un’estetica all’altezza del gusto contemporaneo».

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