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ECONOMIA CIRCOLARE

Se il buon senso si perde in un bicchiere d’acqua

Dalla Plastic Tax agli equivoci sul Pet: il vicepresidente di Mineracqua Ettore Fortuna spiega a Economy cosa c’è di sbagliato nell’accanimento contro il settore delle acque minerali

29 Gennaio 2021

Marco Scotti
Se il buon senso si perde in un bicchiere d’acqua

«Quelli che si riempiono la bocca con il termine sostenibilità quando si parla di acque minerali mi fanno ridere: lo sa quanto inquinano le bottiglie di vetro? Lo sa che per fare una doccia normale servono 80 litri? E allora di che cosa stiamo parlando? Sembra che tutti i mali provengano dal nostro comparto ma la realtà è ben diversa». Ettore Fortuna, vicepresidente di Mineracqua dopo due mandati da presidente, è un fiume in piena (è proprio il caso di dirlo). D’altronde, in vita sua ne ha viste tante: da direttore del personale della Recordati scoprì di notte, durante un’ispezione, che un suo dipendente era un postino delle Brigate Rosse e che la medesima organizzazione terroristica lo aveva condannato a morte, tanto da costringerlo a emigrare (senza la famiglia) a San Francisco. E poi, una volta tornato in Italia, prima fu protagonista della clamorosa “serrata di ritorno” della Deltasider di Piombino perché non si trovata un accordo con i sindacati, quindi divenne direttore generale della Borsa inaugurando il mercato telematico e sancendo la nascita delle Sim, le società d’intermediazione mobiliare. Dal 2010 è entrato in Mineracque e da allora di cose ne sono successe parecchie. A partire dal famoso referendum “sull’acqua pubblica” (che in realtà non c’entrava granché con lo slogan dei promotori) risoltosi poi in un nulla di fatto. Anzi, in una bolla d’acqua. Nel frattempo, negli ultimi quattro anni sono stati attivati investimenti per quasi 12 miliardi nel settore idrico. Qualcosa si muove, dunque, ma la perdita media nel nostro Paese è del 43%. In pratica, per ogni litro che passa dai nostri rubinetti, se ne perde una bottiglietta lungo il tragitto. Un vero problema soprattutto in epoca in cui la gestione delle risorse è diventata fondamentale. Eppure, sono soprattutto le acque minerali a essere viste come responsabili del principale impatto ambientale e, per questo, si vorrebbe introdurre una plastic tax che penalizzerebbe il settore.

Per ogni litro che passa nei nostri acquedotti, se ne perde una bottiglietta lungo il tragitto: la perdita media è del 43% 

Fortuna, dunque è sempre colpa vostra…

Le ultime notizie sembrerebbero positive per noi: la “plastic tax” slitterà al 1° luglio 2021. Il rinvio è già stato formalizzato dopo l’avvio dell’iter in commissione bilancio. Ma questo non ci ferma: lavoriamo ancora di più per far capire le nostre ragioni che non vengono prese in considerazione. Stiamo cercando di fare un lavoro didascalico, partendo dall’assunto che le plastiche non sono tutte uguali, come i metalli.

Sì, ma come i metalli, se abbandonate nell’ambiente o se non debitamente riciclate possono fare disastri, no?

Ovviamente, ma la nostra plastica si ricicla al 100%, significa che da una bottiglia potenzialmente se ne può ricavare un’altra in un circolo infinito.

Perché potenzialmente?

Perché al momento il decreto ci consente di utilizzare solo fino al 50% di plastica riciclata per motivi igienico-sanitari. Nonostante, ovviamente, ci sia un processo di pulizia chimica che dovrebbe lasciare tutti tranquilli. Ora sembra che con la nuova Legge di Bilancio si potrebbe raddoppiare questo limite. Anche perché di pet riciclato in giro ce n’è pochissimo, viene quasi tutto usato dal tessile per fare i tessuti in pile.

Ci spiega meglio che cos’è il pet?

Si tratta di un polimero eccezionale, brevettato nel 1962. A mio parere è la seconda grande invenzione nella chimica plastica. In questo momento, tra l’altro, sta vivendo un periodo di grande “celebrità”: in pet sono fatte le cannule, i contenitori, le bottiglie, le flebo o le siringhe che entrano in ospedale. Pensi che una grande casa di moda realizza vestiti in cui il filato di cachemire si incontra con il pet. Il risultato è una fibra estremamente resistente e lavorabile.

Ma allora se il pet è davvero questo prodotto miracoloso, perché c’è questa opposizione?

È quello che mi chiedo anche io. Giustamente – e finalmente – si parla di sostenibilità, ma questo tema deve essere in qualche modo, perdoni il bisticcio, sostenuto dalle istituzioni con degli incentivi. Invece oggi una tonnellata di pet costa in media il 30-40% in più della plastica non riciclata. Ribadisco, invece, che le plastiche non sono tutte uguali. Tant’è che Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi, ndr) ha aggiornato le sue tariffe. La gestione del pet costa 208 euro alla tonnellata, gli “imballaggi non riciclabili allo stato delle tecnologie attuali” è di 546 euro. Mi pare che l’idea di mettere una plastic tax sia più frutto della scarsa conoscenza da parte delle istituzioni dell’argomento sostenibilità più che di un reale intento di riduzione delle emissioni.

Non potreste usare il vetro per imbottigliare l’acqua?

Ma per carità! Lo sa che la plastica è quattro volte più sostenibile del vetro? Anche perché negli ultimi anni la tecnologia di produzione è migliorata moltissimo, riducendo l’ingombro e aumentando la possibilità di carico, cosa che invece non si può fare con il vetro. Però mi rendo conto che non è facile far capire quanto complesso sia questo mondo. 

Parliamo anche di vile denaro: come sta il comparto delle acque minerali? Ci dà un po’ di numeri?

Partiamo da quelli più semplici: il consumo medio pro-capite di acqua minerale in Italia è di 260 litri all’anno, meno di un litro al giorno. Al contempo, ognuno di noi utilizza 250 litri di acqua potabile ogni 24 ore. Basti pensare che una doccia “normale”, senza eccessivi indugi, impiega circa 80 litri. 

Il Covid vi ha condizionati?

In effetti qualcosa è cambiato e non certo in meglio. Lato horeca, cioè il consumo in bar e ristoranti, quando siamo ripartiti a giugno dovevamo risalire da una contrazione del mercato del 90%: sembrava che stessimo ripartendo, poi il nuovo lockdown, seppur non più così severo come in precedenza, ci ha tagliato le gambe. Volendo fare un consuntivo direi che nei misi fino a settembre eravamo risaliti fino al -25%, ora direi che complessivamente il 2020 si è chiuso per l’Horeca tra il -35 e il -40%.

E il consumo domestico?

Siamo cresciuti ma non in modo così robusto come ci si potrebbe attendere. Abbiamo avuto un incremento dello “zero virgola”, ma è da segnalare che tra l’ultima settimana di ottobre e le prime tre di novembre abbiamo visto una nuova accelerata. Questo perché il timore di nuove chiusure, poi realizzatesi solo in parte, ha spinto nuovamente gli italiani a fare scorte a causa del clima di incertezza. Se proiettiamo i numeri sulla fine dell’anno 2020, ma faremo il consuntivo nelle prossime settimane di questo 2021, possiamo immaginare una crescita del valore dell’1%.

Com’è la composizione dei vostri canali di vendita?

Bar e ristoranti valgono il 20% delle vendite, la gdo il 70 e il restante dieci è il dettaglio tradizionale e il porta a porta. L’acqua, oltretutto, è un prodotto povero, a basso valore aggiunto. Per questo siamo così preoccupati perché qualsiasi tassa ci può penalizzare anche in maniera sensibile. I consumatori poi non sono legati al marchio, ma guardano altre voci.

Che tendenze avete notato?

L’incremento sensibile del peso dei discount. La gente ha meno reddito disponibile e compra dove le cose costano meno. Nei supermercati a basso costo l’aumento è stato del 6-7% rispetto allo scorso anno, ma questo perché l’acqua viene venduta a 11 centesimi al litro, ovvero circa al costo. Ma se su una tonnellata di Pet venisse messa un’accisa da 450 euro, questo si tradurrebbe in un incremento del prezzo di vendita del 30-40%. 

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