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sustainability & circular economy

Contrastare il climate change è una questione di resilienza

Hera è stata la prima multiutility in Italia a dare l’esempio, con una politica di costante e progressiva contrazione dei consumi idrici delle proprie attività. Ecco come funziona il suo modello integrato

16 Gennaio 2021

Marco Scotti
Contrastare il climate change è una questione di resilienza

Indovinello: qual è quell’evento che potrebbe costare fino all’8% del Pil pro-capite nel nostro paese – ovvero fino a 110 miliardi di euro all’anno – nei prossimi 30 anni? La risposta non è una nuova pandemia, ma il cambiamento climatico. Il punto fondamentale, che ancora non si comprende, è che il climate change non è un evento ipotetico da contrastare, ma una realtà da combattere perché è un dato di fatto che la temperatura globale si sia alzata, che piova meno ma in maniera più concentrata e che si stia assistendo a una progressiva desertificazione di molte aree intorno all’Equatore, ma non solo. Infatti, non è una questione che riguarda soltanto quei popoli che hanno avuto la sfortuna di nascere in quella zona del mondo: la siccità si traduce nell’impossibilità di coltivare, che a sua volta costringe milioni di persone a migrare verso altre aree del globo. Insomma, una catastrofe di proporzioni indicibili.

Il grippo ha aperto i propri impianti al webdoc “adaptation” dedicato alle soluzioni per il cambiamento climatico

Secondo il Cmcc (Centro euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), che ha realizzato un documento dal titolo inequivocabile – “Analisi del rischio” – il cambiamento climatico avrà un impatto su tutto il territorio italiano, ma ci saranno delle zone maggiormente vulnerabili come i centri urbani. «Le città – ci racconta Marta Ellena, ricercatrice del Cmcc – sono costituite da materiali artificiali che, in caso di caldo estremo o precipitazioni cospicue, non sono in grado di mitigare gli effetti dei due fenomeni. Così si creano isole di calore o zone alluvionali. Intorno alla metà di questo secolo avremo temperature in aumento di oltre due gradi e arriveremo al 2100 con un incremento di cinque gradi centigradi rispetto all’epoca pre-industriale, con evidenti impatti sulla capacità di adattamento della popolazione». 

In effetti, non devono ingannare le piogge torrenziali che si abbattono in primavera e autunno sul nostro Paese: il dato complessivo annuo è in calo, ma quello di un determinato momento è talmente più elevato del normale che i terreni non riescono ad assorbire in modo efficace. Anche le fogne delle città, progettate per raccogliere determinate quantità di acqua piovana, “impazziscono” di fronte alle precipitazioni più aggressive. Scarsa quantità di acqua, quindi, che sfocia in una bassa qualità delle risorse idriche. Per questo motivo si sono avviati progetti come quello di 100 Resilient Cities, di cui fanno parte Roma e soprattutto Milano, che proprio sulla gestione delle risorse idriche ha già iniziato a lavorare da tempo. 

Ma se le istituzioni hanno più o meno chiare l’urgenza e la necessità di intervenire in maniera sostanziale per evitare la catastrofe, che cosa stanno facendo le aziende? Da tempo Esg è diventato un termine invalso, ma quando si tratta di azioni concrete le cose si fanno un po’ più nebulose. Certo, in molti hanno già avviato piani che minimizzino l’impatto sull’ambiente, ma, come si suol dire, la strada è ancora lunga. Ci sono però – e per fortuna, vien da dire – alcuni esempi eccellenti. Uno di questi è rappresentato da Hera, la multiutility dell’Emilia Romagna che risponde ai bisogni di oltre quattro milioni di persone e che non può quindi permettersi di stare a guardare. Come? Prima di tutto investendo. L’azienda mette sul piatto oltre 100 milioni di euro ogni anno solo nel comparto idrico, riuscendo a mettere in sicurezza il servizio integrato e a garantirne la continuità anche in situazioni particolarmente critiche. Tutto questo passa attraverso un modello di business resiliente e un forte radicamento territoriale, che invita cittadini e imprese all’uso responsabile e sostenibile della risorsa e nell’ambito del quale è proprio Hera, per prima, a dare l’esempio, con una politica di costante e progressiva contrazione dei consumi idrici delle proprie attività.

«Ragionare dal punto di vista di una multiutility sul fenomeno della gestione idrica comporta due enormi temi – ci racconta l’amministratore delegato di Hera Stefano Venier -. Il primo è quello della resilienza attiva, il secondo quello della resilienza adattiva. Fanno parte del primo gruppo tutti gli interventi per riuscire a limitare i danni di eventi estremi, come nel caso di esondazioni od ondate di calore. Al secondo fanno invece riferimento investimenti e modelli di gestione che cambino definitivamente l’approccio al business. È sicuramente più complesso, ma è l’unico modello che regge». Proprio la multiutility con sede a Bologna ha voluto “metterci la faccia” aprendo le porte dei propri impianti al webdoc Adaptation, progetto di “constructive journalism” dedicato alle migliori esperienze di adattamento al cambiamento climatico. Affrontando il caso emiliano-romagnolo e la sua situazione idrica, Adaptation mette infatti in evidenza le tante eccellenze amministrative, industriali, scientifiche e civiche grazie alle quali questa regione – in controtendenza rispetto a gran parte del Paese – si sta adattando con efficacia a una delle sfide più decisive del nostro tempo. Cruciale, in tutto questo, il ruolo di Hera, secondo operatore a livello nazionale nel settore idrico. 

L’azienda garantisce non soltanto la qualità dell’acqua, attraverso impianti di potabilizzazione e laboratori di analisi assolutamente all’avanguardia, ma anche e soprattutto la disponibilità, attraverso un sistema di acquedotti vasti e interconnessi sempre più sensibili, gestiti anche da remoto attraverso il proprio centro di telecontrollo, unico in Europa, e ulteriormente monitorati da tecnologie avanzate, come quelle satellitari, per la ricerca e la costante riduzione delle perdite idriche.

Le acque reflue vengono trattate per restituirle all’ambiente in una forma compatibile a consentirne ulteriori usi

Un’altra fondamentale sfida è quella relativa alle acque reflue, che vengono trattate dalla multiutility nei depuratori secondo tecniche e tecnologie diverse, biologiche e meccaniche, affinché sia possibile restituirla all’ambiente in una forma compatibile con ulteriori usi umani, ma anche con gli ecosistemi e la loro biodiversità, perseguendo così la piena circolarità nella gestione della risorsa. Tra le eccellenze del comparto fognario-depurativo al centro di Adaptation, in particolare, il Piano di Salvaguardia della Balneazione di Rimini, il più grande intervento di risanamento fognario realizzato in Italia negli ultimi vent’anni, con l’obiettivo di eliminare gli sversamenti a mare e proteggere così, al tempo stesso, l’ambiente e la spiccata vocazione turistica dell’economia locale.

«Bisogna pensare che il cambiamento climatico non rende solo meno confortevole la nostra vita – aggiunge Venier – ma anche, restando nel nostro settore, più difficoltosa l’erogazione del servizio ai cittadini. La situazione poi va guardata in modo organico: è vero che a dicembre abbiamo avuto intense precipitazioni, ma il 2020 è stato meno piovoso del 2019, a sua volta meno “bagnato” del 2018 e via dicendo. Una spirale negativa. Noi abbiamo il compito di garantire la disponibilità dell’acqua e dobbiamo cambiare la cultura e la mentalità. L’Italia è uno dei pochi paesi che utilizza una sola volta la goccia d’acqua, mentre altri stati come il Texas, la California o Singapore, riescono a impiegarla nuovamente fino a dieci volte. Il nostro sforzo, per ora, è cercare di averla a disposizione almeno un’altra volta e ci siamo già riusciti con il 4% delle acque depurate, liberandone la disponibilità visto che fenomeni come le bombe d’acqua rendono più complessa la raccolta».

Infine, tornando ancora al mero fattore economico, il cambiamento climatico è un problema di dimensioni enormi soprattutto in un Paese come l’Italia che si poggia su un’industria come quella del turismo. Secondo modelli econometrici che quantificano l’impatto anche dal punto di vista settoriale, si rischia un calo di ricchezza fino al 15% con un incremento di “soli” due gradi rispetto a ora perché le stagioni saranno meno invitanti per viaggiare. Inverni più caldi significheranno ridotta possibilità di sciare; estati più piovose costringeranno a contrarre il tempo passato al mare. Siamo sull’orlo di un precipizio potenzialmente senza fondo, di cui abbiamo iniziato a vedere poco sotto la superficie. Serve, immediatamente, un’inversione di tendenza e favorire lo sviluppo di soluzioni concrete da parte di istituzioni e aziende. 

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