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sustainability & circular economy

Il nuovo eldorado della finanza si sigla “esg”

È partita la corsa a rebrandizzare i fondi di investimento come sostenibili. E il business “green” si sta affollando con una pletora di soggetti pronti ad assegnare il bollino Esg a chi se lo merita

23 Dicembre 2020

Marina Marinetti
Il nuovo eldorado della finanza si sigla “esg”

Non basta sostenere di essere sostenibili - e perdonate il bisticcio di parole - per esserlo veramente. Bisogna che a dirlo sia qualcun altro. Specie se si tratta di muovere soldi nel nuovo Eldorado degli investimenti Esg, che sta per Environmental, Social and Governance, ovvero ambiente, sociale e politiche aziendali, a indicare che un investimento è sostenibile su tutti i fronti. Lo sono - o comunque affermano di esserlo - più o meno un quarto degli attivi gestiti nel mondo. In valori assoluti, dai 18.276 miliardi di dollari del 2014 si è passati ai 30.683 di due anni fa ed entro il 2025 si stima che i miliardi saranno 44mila. E la pandemia non ha fatto altro che accelerare il trend: secondo l’ultimo Global Sustainable Fund Flows Report di Morningstar, nel secondo trimestre 2020 lo sviluppo dei prodotti si è mantenuto su livelli elevati, con 125 nuove offerte, in linea con gli ultimi cinque trimestri, e gli afflussi globali nei fondi sostenibili sono aumentati del 72% a 71,1 miliardi di dollari. Ma attenzione: Morningstar sottolinea come gli asset manager continuino a riallocare e rebrandizzare i prodotti convenzionali in fondi sostenibili, con 40 fondi di questo tipo in Europa e tre negli Stati Uniti solo nel secondo trimestre 2020. 

Solo nel secondo trimestre 2020 sui mercati finanziari sono approdati 125 nuovi fondi esg portando gli investimenti a 71,1 miliardi

Chi lo dice sa di esserlo?

Insomma, tutti si riscoprono “sostenibili”. Che poi lo siano davvero, è tutto un altro paio di maniche. Ecco perché per certificarlo bisogna ricorrere a rating e punteggi vari. Ad attribuirli sono i soliti noti: Msci (con Kld), Morningstar (con Sustainalytics), Thomson Reuters (con Asset4), Standard & Poor’s (con RobecoSam), Moody’s (con Vigeo-Eiris), Cerved (con Integrate). E anche qualche ignoto, o meglio, qualche new entry, agenzie nate appositamente per posizionarsi sull’Eldorado della sostenibilità, come Standard Ethics, nata nel 2001 come gestore di fondi etici e riconvertitasi nel 2014 nella prima agenzia indipendente di rating Esg con un algoritmo proprietario, a pagamento. In Italia a pagare per essere messe ogni sei mesi sotto la lente dello Standard ethics italian index sono quaranta grandi aziende (quella che figurano nella tabella sopra il titolo). E non sempre sono le stesse: per esempio nell’ultima edizione sono entrate Hera e Nexi, mentre Brembo e UbiBanca hanno alzato i tacchi. Poi ci sono quelle che nell’indice non figurano, ma si fanno comunque certificare, come Garofalo Health Care, che a ottobre ha ottenuto da Standard Ethics il rating investment grade EE- (“adequate”), con un outlook positivo che fa ben speerare per un prossimo upgrade al livello EE (“strong”).

Non basta pagare per definirsi “sostenibili”: bisogna sottoporsi al severo giudizio delle nuove agenzie di rating

«Se guardiamo le società italiane da noi valutate nonché componenti del nostro indice - spiega a Economy Jacopo Schettini Gherardini (nella foto a lato) Direttore di Ricerca di Standard Ethics – osserviamo un progressivo allineamento ai principi della sostenibilità. Secondo la nostra metodologia, e guardando i rating delle aziende italiane appartenenti allo Standard Ethics Italian Index, è evidente però che ci sia ancora tanta strada da fare per arrivare ad una buona governance della sostenibilità, dato che solo il 50% delle società appartenenti all’indice registra un livello di conformità ritenuto “adeguato”, con un rating pari o superiore a EE-». Segno che non basta pagare per diventare sostenibili. «L’essere sostenibili richiede un processo lineare», prosegue Gherardini: «è necessario finalizzare la propria forza creativa nel “come” collocarsi al meglio nell’ambito delle strategie Esg definite a livello internazionale. Il grado di sostenibilità raggiunto sarà la risultante delle proprie capacità organizzative e tecnologiche». Tutto ruota intorno alla comparabilità: «L’uso costante di una metodologia sistemica di rating di sostenibilità permette la fornitura di misure precise e comparabili nel tempo», sottolinea Gherardini, «vedendo quindi garantita la possibilità di confrontarsi con altre imprese sullo stesso piano e sulla base di sforzi misurabili e non su valutazioni Esg soggettive o morali, o valutazioni date da investitori e loro consulenti in base ai loro obbiettivi di investimento, tutte valutazioni che non aiutano a capire chi fa davvero meglio. Grazie ad un rating standard ed indipendente, indipendente rispetto agli asset manager soprattutto, il nostro cliente ha una opinione terza su dove lo si potrebbe collocare se lo mettessimo all’interno della mappa che traccia i confini della sostenibilità».

L’Italia si fa strada

Se l’Europa è avanti anni luce rispetto agli Stati Uniti - nel secondo trimestre 2020 ha raccolto l’86% degli afflussi globali, mentre gli Usa hanno assorbito solo il 14,6% - in Italia il mercato è - come dire? - ancora acerbo: l’ultimo report biennale della Global Sustainable Investment Alliance (Gsia) lo scorso anno censiva solo 167 fondi (su 4.881) classificati da Assogestioni come sostenibili, per un totale di 18,5 miliardi di euro su un mercato interno che gestisce masse complessive per 905 miliardi di euro, quindi il 2% circa dell’offerta in fondi comuni. «Nella finanza i temi Esg sono diventati ormai un fenomeno in grande crescita, grazie alla domanda di impegno sociale e sostenibilità che arriva dagli investitori nonché dai recenti sviluppi di una regolamentazione europea per questo tipo di investimenti», commenta Francesca Giubergia, presidente di Online Sim, la piattaforma digitale di Ersel (che gestisce circa 19 miliardi di euro di asset). Dopo aver sdoganato in Italia il robo advisor, Online Sim è ormai leader di mercato in Italia nel collocamento di fondi on line, con un’offerta di più di 4mila fondi comuni di oltre 150 case di investimento. «Si stima che entro il 2025 le masse investite in fondi Esg possano raddoppiare», spiega Giubergia: «ogni anno nascono indicativamente 350 nuovi fondi Esg, un’offerta che sta diventando molto ampia, e per gli investitori non è facile orientarsi. Di conseguenza, abbiamo integrato il nostro selettore fondi con filtri Esg ed abbiamo anche deciso di creare dei portafogli di fondi Esg. Al momento i due macrotemi del cambiamento climatico e dell’uguaglianza di genere rappresentano al meglio la richiesta di sostenibilità da parte dei nostri clienti». L’offerta di un portafoglio che investe sull’uguaglianza di genere è alquanto unica nel panorama: «l’investimento è in fondi azionari che privilegiano aziende attente al tema della partecipazione femminile nella direzione aziendale e con solidi fondamentali. Numerose ricerche dimostrano che l’uguaglianza di genere è positivamente correlata alle performance aziendali. Ad esempio, un’analisi del Peterson Institute for International Economics rivela come aumentare da zero al 30% la presenza di donne in posizioni di leadership sia associato, in media, ad un aumento del 15% degli utili. Inoltre, secondo McKinsey, le società che puntano sull’uguaglianza di genere hanno il 21% in più di possibilità di avere una profittabilità maggiore rispetto alle società che non lo fanno».

Ogni anno nascono circa 350 nuovi fondi esg e per gli investitori non è semplice orientarsi

Per la scelta e la costruzione dei due portafogli Online Sim si avvale della collaborazione di Mainstreet Partners, società d’investimento indipendente con sede a Londra: «Il modello d’investimento lavora secondo una logica core-satellite - spiega Giubergia - L’impianto principale del portafoglio è costituito da fondi generalisti a larga capitalizzazione che investono in aziende tradizionali con elevato profilo di sostenibilità, mentre la componente satellite è costituita da fondi azionari focalizzati su forti trend di crescita della domanda come per esempio energie rinnovabili, alimentazione sana, cure innovative, educazione ed uguaglianza di genere. L’obiettivo è ottenere performance finanziarie superiori rispetto agli indici tradizionali e realizzare risultati ambientali, sociali e di buon governo chiari e tangibili. Un investimento di 100mila euro nel nostro portafoglio modello sul cambiamento climatico comporta un risparmio in termini di CO2 da 25 a 35 tonnellate all’anno, pari ad una media di 220 viaggi tra Torino e Milano, o 6,5 milioni di litri di acqua risparmiata. Nel caso del portafoglio sull’uguaglianza di genere significa invece investire in aziende che hanno una percentuale di donne nel management tra il 27% e il 32%».

Attenzione alle regole

È chiaro che prima o poi sarebbero arrivati i paletti. A piantarli, tanto per cambiare, è stata l’Unione Europea con i primi due regolamenti attuativi del “Piano d’azione per finanziare la crescita sostenibile”: quello sui benchmark climatici (Azione 5) e quello sulla disclosure Esg per investitori istituzionali e consulenti finanziari (Azione 7). Il primo, in vigore dal 30 aprile di quest’anno, stabilisce norme armonizzate per l’introduzione dei Ctb, Climate Transition Benchmark e dei Pab, Paris-aligned Benchmark e introduce l’obbligo di disclosure sui temi di sostenibilità per tutti gli index provider. Il secondo entrerà in vigore il 10 marzo prossimo e stabilisce norme armonizzate sulla trasparenza su integrazione dei rischi di sostenibilità, considerazione degli effetti negativi per la sostenibilità nei processi d’investimento e comunicazione delle informazioni Esg dei prodotti. A corollario, una serie di norme tecniche elaborate dal comitato congiunto delle autorità europee di vigilanza (Eba, Eiopa, Esma-Esas). 

Sul tema della finanza sostenibile c’è una giungla normativa in continua evoluzione nella quale non è facile districarsi

Poi ci sono il Piano d’azione sulla finanza sostenibile lanciato il 6 dicembre scorso dall’Autorità bancaria europea e i decreti legislativi di recepimento delle Direttive Iorp II e Shareholder Rights II. Insomma, una giungla normativa nella quale non è semplice addentrarsi. «La nuova normativa comunitaria avrà un impatto diversificato a seconda della tipologia di soggetto finanziario; è pertanto fondamentale capire che cosa significhi “rischio di sostenibilità” per ciascuna realtà», spiega Mario Lisanti, Head of Banking alla sede milanese dello studio legale internazionale Ashurst. Che infatti ha già pronto - è proprio il caso di dirlo - il suo Esg Ready, uno strumento di consulenza legale digitale cloud-based per classificare i soggetti secondo la nuova normativa e generare tracker personalizzati che consentono un monitoraggio e una compliance trasparenti. «La materia ha tante sfaccettature: c’è l’aspetto regolamentare, quello ambientale, quello tecnologico», continua Lisanti. «Abbiamo creato un team multidisciplinare per cercare di semplificare la vita ai clienti». Che poi sono banche, sgr, intermediari finaziari, assicurazioni, fondi di investimento, ecc. 

«La normativa è in continua evoluzione e il team Ashurst di financial regulatory aggiornerà Esg Ready man mano che saranno pubblicate nuove linee guida, con conseguente automatica sincronizzazione con la piattaforma». Anche perché, fatta la regola, scivolare su una buccia di banana è un attimo. «C’è il rischio», conferma Lisanti «di multe, sanzioni, misqualification dei prodotti. Senza contare il rischio reputazionale di essere tacciati di greenwashing: nel mondo della sostenibilità, per chi, magari non volendo, viola le regole, c’è anche l’effetto boomerang».

Il real estate non fa eccezione

Al richiamo della sirena non sfugge neppure il real estate: «La valutazione Esg diventa parte integrante dell’analisi di valore di un portafoglio immobiliare», conferma Piercarlo Rolando, ceo di Rina Prime Value Services, società specializzata nei servizi immobiliari con una focalizzazione nell’ambito della valutazione e della certificazione tecnico immobiliare, che recentemente ha dato vita a un nuovo team dedicato alle due diligence Esg per supportare gli investitori professionali nel perseguire i propri obiettivi secondo gli standard Esg. Ma come stabilire il rating Esg di un portafoglio immobiliare? «Occorre una due diligence che preveda una valutazione omnicomprensiva finalizzata a valutare la sostenibilità dell’investimento sotto il profilo ambientale, sociale e di governance. Tra gli indicatori principali, la due diligence Esg prevede l’analisi e rendicontazione del consumo energetico e idrico, le emissioni di gas serra, la gestione dei rifiuti e le certificazioni di sostenibilità ambientale».

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