Per anni la grande finanza internazionale si è retta su un equilibrio tanto semplice quanto fragile: gli Stati Uniti importavano beni dal resto del mondo e, in cambio, i Paesi esportatori reinvestivano i dollari incassati acquistando Treasury. Un circuito perfettamente oliato, che teneva insieme deficit commerciale e deficit fiscale americano.
Oggi, però, quel meccanismo si sta incrinando. E lo scossone arriva da due protagonisti inattaccabili fino a pochi anni fa: Cina e Giappone.

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Pechino, che al suo apice deteneva oltre 1.300 miliardi di dollari di titoli del Tesoro statunitense, ha ormai ridotto la propria esposizione quasi della metà. I dati più recenti indicano un portafoglio sceso a circa 700 miliardi, un livello che retrocede la Cina dal ruolo di storico primo acquirente estero a quello di comprimario. A superarla, in modo quasi sorprendente, è stato il Regno Unito, che oggi detiene il 9,7% dei Treasury posseduti da investitori stranieri, contro il 7,6% di Pechino. Un ribaltamento impensabile fino a dieci anni fa, quando la Cina aveva in mano un terzo di tutto il debito Usa collocato oltreconfine.

Il Giappone, a sua volta, sta tagliando la propria presenza sui bond americani, favorito da un contesto interno radicalmente cambiato. Con l’inflazione tornata al 3% e un governo deciso a sostenere politiche economiche espansive in scia all’eredità “abenomica”, i rendimenti nipponici stanno correndo come non accadeva da oltre quindici anni. Il decennale giapponese ha toccato l’1,88%, il trentennale sfiora il 4%. Rendimenti di questa portata non solo attirano gli investitori domestici, ma rendono molto meno conveniente guardare ai bond stranieri come si è fatto negli ultimi quattro decenni.

Il movimento di rientro del capitale verso Tokyo sta dunque sottraendo ulteriore domanda ai titoli statunitensi, proprio nel momento in cui Washington avrebbe più bisogno di sostegno estero. Con un debito complessivo arrivato a 36mila miliardi di dollari e una spesa per interessi che supera i 1.000 miliardi l’anno — più del budget militare — gli Stati Uniti si trovano davanti a una questione di sostenibilità che non è più teorica.
Il venir meno di due acquirenti storici come Cina e Giappone rende il quadro ancora più delicato.

Non stupisce, dunque, che nelle ultime settimane i tassi globali si siano mossi in maniera sincronizzata, anche quando le politiche delle diverse banche centrali sembrano puntare in direzioni opposte. La Federal Reserve, alle prese con un’inflazione ancora inchiodata vicino al 3%, potrebbe decidere un taglio da 25 punti base nella riunione del 10 dicembre. La Bank of Japan, invece, il 19 dicembre potrebbe optare per un rialzo del costo del denaro, scelta sostenuta da mercati che già prezzano una probabilità intorno al 70%.

Questa divergenza non ha impedito però una dinamica più ampia: la risalita dei rendimenti sui principali mercati obbligazionari ha provocato una fuoriuscita di circa 1.000 miliardi di dollari dai bond globali nel giro di poche sedute. Una correzione brusca, che ha riportato la capitalizzazione complessiva del mercato dalle precedenti 75mila a 74mila miliardi di dollari. L’interconnessione tra Tokyo, Washington e le piazze europee appare oggi più forte che mai, e un ulteriore irrigidimento della BoJ potrebbe scatenare nuovi deflussi dagli asset occidentali per riportare capitali in Giappone.

Una dinamica che i gestori si troveranno a monitorare con ancora più attenzione quando partirà l’anno nuovo e verranno meno le tipiche operazioni di fine esercizio, tra window dressing e strategie per mettere in sicurezza la performance. Per ora, nonostante i sobbalzi sui bond, i mercati azionari continuano a viaggiare su livelli elevati, vicini ai massimi raggiunti a fine ottobre, quando lo spiraglio di distensione tra Donald Trump e Xi Jinping aveva disteso temporaneamente gli umori.

Ma l’onda lunga del disimpegno asiatico sui Treasury resta un fattore di instabilità. L’equilibrio che per anni ha permesso agli Stati Uniti di finanziare il proprio debito grazie alla fame di dollari del resto del mondo sembra avviarsi all’archiviazione. E un nuovo schema, per ora, non è ancora stato scritto.