Poche illusioni: ci aspetta un autunno di grande sofferenza

“Abbiamo consapevolezza sulle nostre capacità imprenditoriali, non abbiamo paura di rinventarci e adattarci ai nuovi consumi, ci vogliono però regole chiare e precise per mettere l’imprenditore in condizione di operare” così interviene Gianluigi Cimmino amministratore delegato di Pianoforte Holding che controlla due marchi del made in Italy, Carpisa e Yahamay, a SOS Investire il format web del nostro Gruppo.

Tante aziende hanno visto crollare la propria attività e sicuramente voi tra queste, che cosa state facendo, come state reagendo?

Dal punto di vista operativo noi siamo praticamenti fermi dal 6 marzo, e ovviamente non incassiamo un euro da tale data. Tutti i punti vendita, non solo sul territorio italiano ma in tutti gli altri 40 paesi dove abbiamo una presenza diretta e indiretta sono coinvolti dal lockdown. L’unico Paese in questo momento, dove si potrebbe riaprire è la Cina ma qui  non abbiamo una presenza di punti vendita, ma soltanto una presenza di uffici di produzione e resourcing. Siamo dunque fermi con i punti vendita e lo stesso vale per la sede di Nola quindi di Carpisa.

Siamo operativi due giorni a settimana a Gallarate, centro di sviluppo interno di prodotto, nella realizzazione di mascherine che però sono riservate agli interni e alla comunità locale. Non abbiamo dunque avuto una riconversione, ma siamo facendo una produzione di emergenza per la comunità locale.

Per il resto siamo fermi lavoriamo tutti da casa, abbiamo organizzato l’attività in comitati esecutivi per seguire giorno dopo giorno la crisi e quindi passiamo così le nostre giornate in collegamento cercando di adattare i piani a quella che è l’evoluzione delle 24 ore successive, perchè è molto difficile, chiaramente fare delle previsioni a medio termine.

Aspettiamo i provvedimenti del Governo e dell’Europa per il dopo crisi, ad oggi si capisce troppo poco, grandi annunci ma la burocrazia sembra aver bloccato tutto, che ne pensa?

 La situazione è chiaramente di grande frustazione per noi imprenditori e per il management coinvolto nella gestione di questa crisi. Questo perché gran parte del tempo lo trascorriamo cercando di interpretare quelli che sono gli annucci, gli annunci dei decreti e poi la pubblicazione dei decreti ufficiali. C’è quindi un’incertezza dal giorno uno di questa crisi su quelli che sono i provvedimenti che il Governo dovrebbe mettere in atto per cercare di ridare alle imprese condizioni di sostenibilità

C’è pochissima chiarezza, c’è un continuo cercare di anticipare quanto più possbile determinati provvedimenti per gli imprenditori e per le imprese, ma le imprese in questo momento stanno per esaurire se non hanno già esaurito la liquidità.

Quindi è chiaro che è difficilissimo fare previsioni soprattutto su come affrontare la riapertura perché adesso si danno le date 4 maggio, 10 maggio, 12 maggio, 14 aprile  ma in realtà sono date viste da noi con un certo distacco, questo perché non abbiamo la frenesia di ripartire se le condizioni non cambieranno.

Molto probabilmente tanti di noi decideranno di non riaprire e quindi di continuare questo stato di lockdown avvalendosi magari degli ammortizzatori sociali, e questo perché la ripartenza allo stato attuale non può essere affrontata dalle aziende. 

Ci sono poi degli ambiti sui quali il Governo e i legislatori non sono intervenuti e sui quali si dovrà operare con una certa rapidità. Nel nostro caso ad esempio, quelli che sono i contratti di affitto, quindi tutti i contratti di locazione, tutto il rapporto sulla rendita dei negozi dei punti vendita.  Quello che è il rapporto tra rendita del capitale e rendita lavoro è stato stravolto, tutti quelli che erano i paradigmi pre-covid non sussistono più, quindi noi abbiamo bisogno di interventi per far chiarezza in quei ambiti che sono stati stravolti dal virus, altrimenti è una catena di “no pago”  ma il non pago a catena determina poi il blocco dell’economia. Meglio dunque avere delle regole chiare e precise e stabilirle in funzione di quello che sta accadendo.

Il dopo arriverà…magari andremo anche al mare…che ne pensate? 

Non abbiamo assolutamente paura di addattarci ai consumi e al nuovo modo di consumare creando anche delle nicchie di mercato che seguono l‘evoluzione di questa crisi. Dall’intimo antibatterico, la mascherina coordinata, il copri-mascherina, dei set da viaggio per viaggi molto più brevi e che siano dei set di sicurezza soprattutto per il lavoratore più che per il viaggiatore.  Abbiamo tante idee non in cantiere ma sulle quali stiamo già lavorando.

Il problema, mi dispiace tornare a sottolinearlo, non è la capacità dell’impresa di rinventarsi, il problema è dare delle sicurezze, delle regole ad un nuovo contesto competitivo che è mutato e nel quale non possiamo competere e operare se non c’è un intevento chiaro da parte del Governo. Dovrebbe essere un diritto costituzionale, il libero diritto di esercitare l’impresa in un contesto dove le leggi e le regole vengono fatte dallo Stato, ma se il contesto è profondamente mutato allora deve esserci un intervento del legislatore per mettere in condizione l’imprenditore di operare. 

La differenza non la fa neanche il prodotto che andremo a consumare. Questo perché se si stabilisce poi, che potrà entrare un cliente alla volta in un negozio, che il negozio dovrà avere le barriere di plexiglass e dove dovrò spendere almeno 2000 euro al mese per il collaboratore per metterlo in sicurezza è chiaro che qualunque cosa mi possa inventare, qualunque cosa posso pensare come prodotto di vendita, sono messo fuori gioco dalla realtà del contesto che viviamo. 

Quanti negozi avete sotto i due marchi nel mondo?

Nel mondo tra i diretti e indiretti circa 1200 negozi, in Italia abbiamo un 70% di presenza di questi 1200 sempre tra diretti e indiretti, siamo quindi intorno agli 800 punti vendita. 

E il personale? 

Abbiamo 2500 adetti diretti, con l’indotto e quindi con l’affiliazione arriviamo tra le 8 -10 mila unità.

Per il piano normativo, bisogna rinnovare la pressione sul governo per otterene regole di buon senso? 

Guardi la Confindustria, come le altre associazioni di categoria, sicuramente starà facendo le sue pressioni. Ma nei nomi dei 16 tecnici più Colao di questo comitato non mi è parso di scorgere un imprenditore. Quindi bisogna anche capire queste pressioni dove vanno a parare ma questo vale anche per altre associazioni di categoria, siamo tutti sulla stessa barca che non è quella di Conte. Oggi i grandi numeri purtroppo non difendono, ma in questo contesto portano anche a grandi problemi.

Quello che abbiamo fatto è stato realizzato in un contesto competitivo a livello europeo e mondiale dove già partivamo tutte le mattine svantaggiati rispetto ai gruppi del Nord Europa, magari dell’Olanda o di altri paesi dove per tassazione e per servizi c’è una realtà molto diversa da quella italiana.  Quindi già affrontavamo un problema competitivo internazionale, globale con delle realtà più avantaggiate rispetto a noi.

Dopo questa crisi, immagino che l’Italia sarà ancor di più penalizzata essendo stata uno di quesi paesi colpiti maggiormente dal covid, quindi c’è ancora di più l’urgenza di un intevento dello Stato, del Governo per evitare che realtà come la nostra vadano potenzialmente a finire in mani straniere.

Il tessile e la moda vengono trattati a parole come settori strategici, ma nei fatti non lo sono, se lo fossero stati negli anni non avremmo perso marchi dal lusso a scendere,   acquisiti da gruppi starnieri. Adesso è chiaro che l’allarme ha raggiunto livelli altissimi, lo dico sinceramente che noi abbiamo la certezza sulle nostre capacità imprenditoriali, ma purtroppo non abbiamo certezze sull’esistenza delle nostre capacità nel contesto Italia oggi.