Sempre la stessa storia. Prima ciechi o distratti. Poi isterici. Nessuno dei signori del denaro, nessuno dei grandi gestori globali dei patrimoni, entità finanziarie che a scriverne le cifre non basterebbero le vecchie nove colonne dei vecchi quotidiani, nessuno dei cosiddetti money manager di banche, assicurazioni, hedge fund ha avuto la vista lunga (e quindi le informazioni necessarie) per prevedere l’invasione dell’Ucraina anche se sono otto anni almeno (dal 2014) che Putin lancia segnali di insofferenza, segnali concreti, eserciti e carri armati schierati e movimentati alle frontiere di quella che fino al 1991 era una delle repubbliche dell’impero sovietico. Poi le truppe ricevono l’ordine di invadere il Paese, bombe e missili illuminano il cielo di Kiev una notte di febbraio e in poche ore collassa la resistenza dell’esercito regolare ucraino (mentre i vertici militari della Nato debbono ancora decidere che fare e il presidente Biden, che dell’Alleanza è, diciamolo pure, il capo supremo annuncia che nessun soldato americano andrà a morire per Kiev, per questa estrema propaggine dell’Eurasia), e allora che succede?

Così difficile prevedere l’andamento dei mercati?

 I mercati crollano (-30% solo la Borsa di Mosca che da sola brucia 200 miliardi di dollari di capitalizzazione; Milano e l’Europa fanno -4% in poche ore), s’infiammano i prezzi del gas, del petrolio, delle materie prime. Crollano le speranze di ripresa del Pil dei paesi europei dopo due anni di Covid mentre analisti cremlinologi e chief economist delle aziende finanziarie più rinomate si alternano su tv e giornali per spiegare chiarire illustrare gli scenari che nessuno aveva saputo prevedere. Del resto,  non l’aveva forse scritto anche l’autorevolissimo Economist, all’indomani della crisi di Cuba nel 1962 (quando il leader sovietico Nikita Kruscioff, quello che batteva con una scarpa sul banco del consiglio di sicurezza dell’Onu, scena iconica della politica mondiale al tempo della Guerra Fredda) che prevedere l’andamento dei mercati, insomma fare della geopolitica non era compito della “business community”, era – per dirla con un’espressione inglese – come “fare dei progetti sulla superficie di una cometa”? E quindi, mercati ciechi prima della guerra e isterici dopo (salvo calmarsi in fretta come ricorda un esperto di storia economica come l’americano Niall Ferguson, docente ad Harvard, nel suo fondamentale “Earning from History?” e già il titolo dice tutto).

«La geopolitica non è un affare della finanza»

Pensate che all’inizio di febbraio, cioè due settimane prima del discorso di Putin che annunciava di non sopportare più quella repubblica di nazisti e nazionalisti, una sua personale ossessione e una spina nel fianco della Grande Russia, gli analisti e gli strategist di Amundi, il colosso europeo del risparmio gestito (750 miliardi di euro di attivi, controllato da Credit Agricole e Societé Générale) stimavano al 10% la probabilità di un’invasione di tutta l’Ucraina, al 30% un’incursione limitata, per esempio ai territori delle repubbliche autonome del Donbass, e al 60% la possibilità di una risoluzione pacifica, il trionfo finale della diplomazia. Ma di che stupirsi, scrive sul Wall Street Journal Pippa Malmgren, una dei family banker della famiglia Bush, la geopolitica non è un affare della finanza, soprattutto oggi che la gran parte delle transazioni globali è gestita dagli algoritmi e dall’intelligenza artificiale. Come a dire che le decisioni di un capo di Stato sono più difficili da prevedere di quelle di un capo azienda. Nel caso specifico, prevedere le mosse di Putin – si legge ancora sul Wall Street Journal – è più difficile che stimare le prossime mosse di Zuckeberg (Facebook) o di Musk (Tesla).

Nelle crisi i risparmiatori vanno sempre verso i beni-rifugio

Forse lo studio della storia potrebbe venire in soccorso, ma neanche questo è sempre vero, come insegna il professor Ferguson, noto anche ai lettori italiani del Corriere della Sera e del Sole-24Ore. Per dire, durante le crisi politiche e le guerre i risparmiatori, meglio gli investitori, di solito corrono verso i beni rifugio come l’oro (che in effetti è salito subito dopo l’invasione dell’Ucraina). Invece, durante la Seconda guerra mondiale la Borsa di Londra, dopo i primi scossoni, si apprezzò assai di più dell’oro. Forse gli investitori sapevano in anticipo che gli Alleati avrebbero vinto la guerra? In effetti il barometro dei rischi geopolitici è difficile da decifrare dai signori del denaro (che però sanno ben comprendere la geopolitica quando c’è da fare affari e questa è una bella contraddizione a prima vista).

Gli investimenti fuggono dai Paesi emergenti

Anche la Fed americana, la più potente banca centrale al mondo, ha il suo speciale barometro dei rischi geopolitici da consultare nei momenti-chiave quando c’è da attivare le leve della politica monetaria. Ebbene questo particolare barometro negli ultimi dodici mesi non ha dato segnali allarmanti. La colonnina è salita sì del 50% ma in ogni caso meno del 1991 (prima guerra del Golfo e invasione dell’Irak) e del 2001 (attentato alle Torri gemelle). Ma c’è un’altra conseguenza delle crisi geopolitiche che, sotto sotto, impatta sui mercati. Gli investimenti fuggono dai paesi emergenti e corrono a ripararsi nei mercati più sicuri, per esempio i Treasury Bond degli Stati Uniti. É accaduto durante le guerre del Golfo e gli attentati dell’11 settembre: allora le Borse mondiali hanno perso tra il 10 e il 15% mentre i Treasury Bond hanno visto il rendimento crescere tra il 2 e il 6%. Certo la Russia di Putin non è un paese emergente ma un paese finanziariamente arretrato, senza un vero mercato dei capitali e in mano ad una ristretta oligarchia di capitalisti-criminali. Sarà per questo che Putin piace tanto a gente come Salvini e a tycoon come il vecchio Silvio (dacie e lettoni a parte). Ma questo, come avete capito, è un altro discorso. Anche se sullo sfondo resta sempre il solito odore dei soldi.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.

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