Ci vorrebbe un nuovo Aiuti, che spiegasse e circoscrivesse il rischio di contagio
Fernando Aiuti bacia una sua paziente di Aids

Va bene, con qualche fatica l’abbiamo capito: il problema non è tanto la pericolosità dell’epidemia, ma la facilità, rapidità e capillarità del contagio. Dicono gli esperti, i fautori del coprifuoco deciso in tanti comuni d’Italia, dell’’isolamento, dell’autoisolamento e della quarantena: “Sono misure necessarie per impedire che l’epidemia si estenda al punto da mettere in ginocchio la struttura sanitaria, pregiudicandone la capacità di curare i pazienti gravi”. In sostanza: tanti contagi, tanti malati, troppe richieste di terapia intensiva, insostenibili, e dunque una morìa di anziani. Perciò o si blocca il contagio, costi quel che costi, o si andrà verso un disastro sanitario.
Ok, chiaro.
Però preservare la buona salute della popolazione – obiettivo primario – al costo di far perdere un mese di Pil al Paese, mettendo in ginocchio finanza pubblica ed economia privata, non è una mossa geniale.
Non si poteva far qualcosa di più, di meglio?
Si è scelto di terrorizzare tutti per indurli a starnutire nel gomito e starsene alla larga da qualsiasi “assembramento” umano. Beata solitudo, sola beatitudo. Non c’era nient’altro da tentare? Era proprio necessario proibire del tutto la socialità per impedire che i raffreddati starnutissero e tossissero in faccia al prossimo?
Dicono gli esperti: “Non avete idea di quanti contagiati abbiamo trovato all’indomani dell’ultimo week-end prima del panico, con i locali aperti tutta la notte!”. Be’, innanzitutto ecco un dato che sarebbe stato interessante divulgare. Dicendo ai ragazzi: siete dei coglioni, voi sì. E niente, col popolo bue non si ragione, si mettono divieti e si semina psicosi, solo così faranno le cose giuste.
Sarà, ma comunque: non possiamo accontentarci. Non possiamo accettare l’idea – cinese, ovvero totalitaria – che non si possa far entrare nella zucca vuota del popolo coglione l’idea che girare in pace si può, andare al ristorante si può, anche a ballare, ma che bisogna intanto stare attenti a non sputare in faccia al prossimo quando si tossisce o si starnutisce.
Torna in mente, con riconoscenza e nostalgia, Fernando Aiuti, immunologo di chiara fama, passato a miglior vita nel 2019. Ve lo ricordate? Chi ha i capelli grigi senz’altro sì. Correva l’anno 1991 e la psicosi da Aids – un virus allora inesorabilmente mortale, ad altissimo tasso di contagio in alcuni cluster sociali come i tossicodipendenti da siringa, gli omosessuali maschi e in generale le persone con abitudini sessuali marcatemente promiscue – aveva contagiato tutti. La gente non distingueva tra la profonda contaminazione legata ai microscambi ematici possibili nel corso di un rapporto sessuale o di un’iniezione con il superficialissima contatto di un bacio sulla bocca.
E così, Aiuti…Cosa fece? Rileggiamolo da Wikipedia, il volto sano del web: “Il 2 dicembre 1991 in risposta all’articolo di un quotidiano che riportava la falsa teoria che l’HIV si potesse trasmettere con un bacio, decise, di comune accordo, di baciare la propria paziente sieropositiva venticinquenne Rosaria Iardino durante un congresso alla fiera campionaria di Cagliari. Un reporter fotografò la scena, e l’immagine fece il giro del mondo”.
Fu uno choc emotivo e culturale rivoluzionario. Si capì che per prevenire il contagio da Aids era necessario e sufficiente evitare scambi ematici, quindi usare siringhe sterili e preservativi nei rapporti sessuali. Fatto questo, si poteva baciare chiunque. Senza patemi, senza anatemi.
Ecco: che bello se oggi spuntasse fuori un nuovo Aiuti, che autorevolmente facesse capire che non basta andare al ristorante e, ignari, capitare al tavolo accanto di un portatore sano di coronavirus per contagiarsi. Bisognerebbe usarne il bicchiere, o le posate, o avere la somma sfortuna che quello ci starnutisse in faccia da venti centimetri.
Speriamo che si trovi preso un nuovo Aiuti. Prima che i ristoranti chiudano tutti.