Coronavirus, si va verso la proroga al 31 dicembre dello stato di emergenza

Quando poi un giorno ripenseremo al Coronavirus e a quella scia di disastri che ha trascinato con sé, tra le mille brutture che ricorderemo dovremo però tributargli anche un omaggio: aver finalmente dato un’accelerata alla digitalizzazione del nostro Paese. E no, non è una boutade. Se fino ad ora chi lavorava da casa veniva guardato con sospetto – al grido di “bello stare in pigiama tutto il giorno” – da chi invece usciva materialmente ogni mattina per recarsi al lavoro, improvvisamente la prospettiva si è ribaltata. Nel celeberrimo (o famigerato) Dpcm dell’8 marzo scorso si invitavano le aziende ad attivare tutte le modalità di “telelavoro” o smart working in modo da limitare gli spostamenti dei dipendenti. Ma già prima del Covid-19 si stava lentamente muovendo qualcosa che riguardava un numero di persone decisamente variabile. Basti però pensare che secondo l’Agi, l’Associazione dei Giuslavoristi Italiani, circa 600.000 sono le persone che hanno attivato il contratto sul lavoro agile previsto ormai da tre anni. Ma c’è poi l’esercito nutritissimo dei freelance, che svolgono da una postazione diversa da un ufficio – tipicamente il domicilio – le proprie mansioni. Quanti? Si parla di oltre 5 milioni di persone, ma il censimento è complicato. Quindi, se il Coronavirus ha fiaccato la nostra economia per chissà quanto tempo, non è riuscito a distruggerla definitivamente proprio grazie all’attivazione di un meccanismo di digitalizzazione che soltanto dieci anni fa sarebbe stato impossibile da attuare.

La base giuridica in Italia è la Legge 81 del 2017, che istituisce l’accordo individuale tra azienda e lavoratore per l’attivazione della possibilità di lavorare da remoto. Tipicamente, una volta a settimana, ma le modalità cambiano. Fondamentale è, piuttosto, l’individuazione del cosiddetto “luogo sicuro”, ovvero un domicilio o sede che garantisca il trattamento corretto delle informazioni aziendali. Perché per parlare di smart working e non di semplice emergenza, è necessario che il dipendente possa adoperare strumentazione fornita dall’azienda (tablet, pc, smartphone) e possa accedere in sicurezza ai server. Solo in questo modo la sua operatività sarà totalmente garantita. Anche dal punto di vista assicurativo, la casa o il luogo sicuro diventano a tutti gli effetti postazioni di lavoro, con tutte le coperture previdenziali previste dai contratti di categoria.

La mancata introduzione di sistemi di smart working costa quasi una busta paga all’anno per ogni dipendente

La mancata introduzione di questi sistemi di smart working – oggi solo il 7% degli italiani lo impiega contro il 17% della media europea – costa quasi una busta paga all’anno (1.300 euro) ai dipendenti e fino a 200.000 euro all’anno alle aziende. È quanto emerge da uno studio condotto da Variazioni, una società di consulenza specializzata in innovazione organizzativa. Come si arriva a definire questa cifra? Prima di tutto perché ogni giorno il lavoratore medio italiano impiega 89 minuti per recarsi al lavoro. Se si tagliasse questo tempo si otterrebbero sette giorni lavorativi all’anno. Che lo smart worker non impiegherebbe per “farsi gli affari suoi”, ma per lavorare! Dalla survey di Variazioni, infatti, emerge che il 24% delle ore non usate per il commuting vengono reinvestite nel lavoro. Ovvero, 21 minuti al giorno. Inoltre, lo smart working ha sì le stesse regole dell’impiego svolto in ufficio, ma ad esempio non beneficia dei buoni pasto e delle indennità da trasferta. Un risparmio che si può riassumere in 250 euro all’anno per singolo lavoratore. Infine, sempre Variazioni dimostra quello che molti, troppi manager ancora non hanno introiettato: lavorare da casa non significa produrre di meno, ma anzi l’esatto opposto. Il 95% del campione intervistato per la survey ha dichiarato che gli obiettivi sono stati raggiunti dai lavoratori smart in modo più produttivo.

Il problema, poi, sta in due dettagli non esattamente di poco conto. In primo luogo, le infrastrutture di rete che, nonostante un piano di banda larga e ultralarga da ultimare entro il 2020, continuano a zoppicare (per non dire di peggio) soprattutto nei piccoli comuni. Così, mentre a Milano si sfreccia a quasi 1 Gbit al secondo, in provincia si festeggia quando si raggiungono i 10 Mbit. Vedere per credere: l’avanzatissima regione Lombardia, come testimoniato dal sito del Piano strategico per la banda ultralarga, è già coperta al 95,4% nei suoi 1.531 comuni, ma quel 4,6% viaggia a velocità più che ridotta. Il che non significa soltanto avere difficoltà a vedere i film in streaming ma, più banalmente, ad accedere in maniera confortevole ai server aziendali, che spesso contengono file pesanti e difficili da aprire se non si dispone di una rete efficace.

Le infrastrutture di rete come la banda larga continuano a zoppicare, fatta eccezione per i grandi centri urbani

Il 5G, con la sua copertura capillare di antenne – almeno 5.000 nuove installazioni – potrebbe risolvere questo problema, ma la sua diffusione non è prevista fino al prossimo anno. Il secondo problema, invece, riguarda la sicurezza informatica. Se il dispositivo normativo infatti prevedrebbe che al lavoratore siano forniti tutti gli strumenti tecnologici, infatti, è tutt’altro che infrequente che il dipendente impieghi il proprio computer o smartphone per accedere ai dati aziendali. Risultato: senza un’adeguata copertura dai rischi informatici la catastrofe è dietro l’angolo. Per questo gli “ethical hacker” (che possiamo tradurre come hacker buoni) di Yarix – azienda che fa parte di Var Group – hanno stilato un decalogo dei comportamenti da adottare durante il periodo di lavoro da casa. Così, a fianco alle buone norme che andrebbero adottate a prescindere (cambiare la password, non agganciarsi a reti pubbliche non protette, non aprire mail sospette), vengono indicati alcuni accorgimenti che contribuiscono a lavorare in un ambiente sicuro. Ad esempio, le famose chiavette Usb, diventate ormai il gadget per antonomasia, sono un veicolo potentissimo di infezioni. E infine, attenzione ai rischi “accidentali” in casa. Perché la presenza di soggetti che normalmente non fanno parte del luogo di lavoro (figli, animali domestici e così via) possono diventare un “pericolo” se dovessero schiacciare inavvertitamente comandi sulla tastiera.

SOLIDARIETA’ DIGITALE

Un altro valore che sembra riuscire a emergere in un momento storico votato all’individualismo è quello della responsabilità collettiva. Così, su iniziativa della ministra dell’innovazione Paola Pisano(nella foto), è stata creata la “Solidarietà digitale”. Di che cosa si tratta? Di imprese e associazioni che mettono a disposizione di aziende e privati servizi tecnologici gratuiti. Partner grandi e piccoli hanno deciso di “metterci la faccia”. WindTre, Tim e Vodafone per quanto riguarda le telecomunicazioni hanno esteso la connettività (in alcuni casi rendendola illimitata) per i clienti business e retail. Colossi come Microsoft, Ibm e Cisco hanno messo a punto piattaforme per lo sviluppo dello smart working offrendole a titolo totalmente gratuito, così come Connexia. Google ha reso accessibile a tutti il pacchetto premium per i servizi di videoconferenza. Sempre in tema di connessione remota, Join permette servizi audio-video, mentre Sygma Connect garantisce accesso remoto ai pc. Amazon ha messo a disposizione un canale per l’impiego dei suoi servizi di cloud computing. Italia Online ha aumentato lo spazio disponibile per un anno delle caselle di posta. E ancora: il gruppo Gedi ha messo a disposizione 50.000 abbonamenti gratuiti tra Stampa e Repubblica; #piùlibrimenostress garantisce un e-book gratuito a chiunque ne faccia richiesta; la piattaforma di streaming Infinity ha raddoppiato il periodo di prova “free” portandolo a due mesi. Smart Tales offre un abbonamento gratuito a una libreria di volumi interattivi, educativi e che insegnano le materie Stem. La piattaforma online Babbel, studiata per insegnare le lingue, mette a disposizione degli studenti italiani sei mesi di corsi gratuiti. Infine, ShippyPro, che si occupa di spedizioni, garantisce per tre mesi i propri servizi in maniera “free”.

E molti altri sono pronti a partire.