Ci piace: sui fondi Ue Milano fa sul serio imitiamola / Non ci piace: Borsa italiana ora lo Stato non ripeta i suoi errori

Ci piace: sui fondi Ue Milano fa sul serio imitiamola

Il Comune riesce ad aggiudicarsi nuovi finanziamenti europei vincendo i bandi appropriati

Due buone notizie dal fronte milanese sulle prospettive dell’impiego dei fondi europei da parte del nostro Paese e dei suoi enti territoriali. A metà aprile il Comune di Milano ha saputo che una propria manifestazione di interesse per alcuni interventi sulle aree urbane finanziabili dall’Unione europea, al termine di un complicato processo di selezione, è stata accettata e finanziata per circa 9 milioni di euro. Il progetto riguarderà essenzialmente il sostegno alla popolazione anziana (cam, csrs e molte altri servizi).

E non basta. Sempre il Comune di Milano nella sua “Commissone politiche europee” ha fatto il punto sullo stato di attuazione e valorizzazione del cosiddetto programma Reacteu. Ebbene: dalla valutazione è emeso che sono aumentati i fondi per le città metropolitane (da 815 milioni a 1 miliardo di euro) e nei prossimi giorni si saprà di quanto per Milano. Saranno comunque fondi europei significativi (70/100 milioni) da investire sulla transizione ambientale (90%) e sulla coesione sociale (10%) entro il 2023: cioè subito.

Le due segnalazioni – che non a caso provengono da un vero esperto di politiche europee come il consigliere comunale Carmine Pacente – dimostrano che l’approccio ai sussidi comunitari per essere vincente dev’essere estremamente professionale e competente.

Finora in Italia le cose sono andate prevalentemente in modo diverso. E molti, troppi enti locali hanno rinunciato per insipienza a oltre la metà dei fondi europei potenzialmente a loro riservati. Ecco: non possiamo più permettercelo.

Non ci piace: Borsa italiana ora lo Stato non ripeta i suoi errori

Tra il 2007 e il 2021 le banche italiane vendettero il 29% che avevano nella Borsa di Londra

La memoria del mercato è quella del pesce rosso: cinque minuti, ed è tutto cancellato. Ma sul futuro di Borsa Italiana Spa abbiamo raggiunto livelli da paradosso.

Spieghiamoci. Dopo la vendita della nostra Borsa da parte del Lse (London stock exchange) alla francese Eurnext, si è diffuso una senso di anacronistico panico: “Dio mio, Dio mio, se vendiamo la Borsa il Paese è a rischio”. Vero (forse), ma questo rischio era stato già nel 2007, quando le banche italiane – che avevamo corrisposto alla privatizzazione della Borsa decisa, chissà poi perché, dal Tesoro, comprandosela per la misera di 25 milioni di euro – decisero di venderla a Londra, diventando in cambio azioniste del colosso londinese, tra tutte, per il 29%, per un controvalore di quasi 200 milioni, e poi vendettero, a prezzi man mano calanti, tutte le loro quote fino ad uscire completamente nel 2012. Insomma: se cane da guardia dovevano essere, non lo furono. E – furbe furbe – hanno lasciato un gruppo che dopo la loro uscita ha decuplicato il suo valore. Chiaro?

Con una simile premessa, il 7% del capitale di Euronext che verrà sottoscritto da Cdp in cambio – o meglio: in contemporanea con – dell’acquisizione di Borsa Italiana è ben fragile baluardo dei nostri interessi nazionali.Però è vero che i fondi attivisti hanno dimostrato che per chi ci sa fare anche una sola azione basta a dare la linea, o correggerla, alle grandi società di interesse pubblico quotate in Borsa. Certo che anche su questo dossier la Cassa depositi e prestiti si conferma ago della bilancia degli interessi italiani. Speriamo bene!