Ci piace: se Bayer licenzia offre anche una “cura” / Non ci piace: le tasse ai Fang? Ma tanto le paghiamo noi

Ci piace: se Bayer licenzia offre anche una “cura”

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Per la chiusura di Filago incentivi all’esodo e sostegni alle aziende che assumeranno

La Bayer deve chiudere uno stabilimento che non produce più utili né può essere rilanciato. L’impianto si trova a Filago, in provincia di Bergamo e i 46 dipendenti che vi lavoravano dovranno dire addio. La cosa che piace, in questa triste vicenda, è che la Bayer, applicando il principio della sostenibilità sociale, non si limita a tagliare i posti e chi s’è visto s’è visto; non si limita a scaricare i costi sociali dei suoi tagli sull’erario pubblico. No: ci mette la faccia e soprattutto la tasca e dunque offre il rimborso della metà di un anno di retribuzione lorda a tutte le imprese del circondario che assumeranno i “profughi” di Filago. Secondo le indiscrezioni filtrate sull’accordo con i sindacati, Bayer offrirebbe anche un’alternativa ai dipendenti in uscita: incentivarne l’esodo con il valore cumulato delle mensilità che separano il lavoratore dal pensionamento, purché (è ovvio!) non superiori alle 36 mensilità. E altri incentivi proporzionati in vario modo all’anzianità aziendale ed anagrafica sono previsti per i dipendenti più giovani. Intendiamoci: non è il caso di fare santo subito il manager (o i manager) che si sono fatti venire queste idee. Si tratta però di prendere atto che una grande azienda ha il dovere morale di farsi almeno in parte carico dei costi monetari legati ai tagli del personale che produrranno futuri vantaggi economici… Questo genere di atteggiamento inizia a diffondersi, almeno tra le aziende ricche. Non è una conversione alla solidarietà o alle “benefit corporation” ma è certamente un passo avanti verso relazioni umane più… umane nel mondo del lavoro.

Non ci piace: le tasse ai Fang? Ma tanto le paghiamo noi

Google trasferisce il 2% di rincaro fiscale agli utenti. E lo dichiara senza pudore

Hanno veramente la faccia come il Doodle. E mostrano, quelli di Google, la loro vera anima: di monopolisti mondiali. Anzi, si sarebbe ben detto negli Anni Settanta: “sporchi monopolisti”. Tutti i governi del mondo – salvo quei pochi fuorilegge che vivono ricettando evasori fiscali, come l’Irlanda e alcuni altri anche in Europa – concordano nello stigmatizzare l’elusione fiscale continuata di Google e degli altri giganti americani dell’hi-tech e dunque quel 2% di rincaro fiscale è davvero un piccolo schiaffetto vescovile su un volto tributario che meriterebbe ben diversi manrovesci. Eppure Google, imperturbabile, trasferisce a noi, gli utilizzatori, il rincaro. E lo dichiara! “Le imposte sui servizi digitali aumentano il costo della pubblicità digitale e abbiamo appena informato i nostri clienti che a partire dal 1 Ottobre 2021 sarà previsto un costo aggiuntivo sulle fatture per la pubblicità mostrata in Italia”, recita un comunicato della Casa di Mountan View. Come possono permettersi una simile sfrontatezza? Semplice! Sanno di non avere concorrenti! Nessuno che approfitti di questa vergognoso scaricabarile per strappare clienti lasciando fermi i prezzi. Ecco cos’ha generato la collusione pluridecennale delle autorità americane con i Fang: impunità e arroganza. Sappiamo di chi è la colpa. Dei politici Usa sensibili alle insistenti – diciamo così – azioni persuasive dei lobbisti digitali. Però si divertano ora che possono, Google & C.: il vento sta cambiando anche in America. Questione di tempo, ma sarà spezzatino. E da un solo monopolista ne verranno fatti 10. Accadde ad At&t: e quella, almeno, le tasse le pagava.