Ci piace l'ingresso di Sias in Confindustria. Non ci piace il messaggio troppo esplicito di Profumo

Ci piace. Tanti saluti ad Aiscat e alle vecchie lobby

Dopo la scissione dall’Ucina, Beniamino Gavio prepara l’ingresso di Sias in Confindustria.  E la politica di Governo citata da Palenzona non c’entra

Con finezza intonata al girovita, Fabrizio Palenzona – monumentale pluripresidente dell’Associazione delle concessionarie autostradali Aiscat – ha voluto ricollegare la scelta del gruppo Gavio di lasciare l’associazione, annunciata ai primi di dicembre, alla «tendenza del Governo verso un modello di concessione in house» che «rende meno interessante il futuro del settore per i grandi investitori privati». In realtà la lettera con cui la Sias – il gruppo autostradale controllato dall’imprenditore di Alessandria Beniamino Gavio – ha annunciato la propria uscita non c’entra con i Gialloverdi. La società ricorda di aver intrapreso «nuove politiche industriali che hanno puntato sulla diversificazione geografica e sulla promozione e sviluppo di progetti greenfield, sfruttando le competenze interne». Oggi «Sias non è solo gestore di concessioni autostradali, ma player globale protagonista dell’intero ciclo di vita di una infrastruttura, con particolare attenzione al tema della sicurezza: dalla promozione al finanziamento, dalla progettazione alla costruzione, dalla gestione alla manutenzione della stessa».

Il “trasloco” vale doppio perché controbilancia il divorzio da Confindustria nel settore nautico

Più chiari di così. E il trasloco di Sias è annunciato: dall’Aiscat a Confindustria, il che vale doppio, essendo stato Gavio tra i promotori della scissione di un gruppo di società cantieristiche nautiche dall’Ucina, associazione confindustriale, e quindi non essendo tacciabile di alcuna soggezione verso la confederazione. Il fatto è che i vecchi lobbisti hanno fatto il loro tempo, insieme alle millanterie di potere che hanno già funzionato troppo a lungo. E gli imprenditori di nuova generazione internazionali e dinamici come Beniamino Gavio cambiano sanamente aria.

Non ci piace. Intesa e il Profumo di «public»

Il messaggio lanciato da Francesco Profumo in un’intervista sulle pagine del Sole 24 Ore è sibillino. O forse troppo esplicito

Esiste qualcuno, sull’orbe terracqueo, che disponga del cifrario con cui decifrare il messaggio cifrato che Francesco Profumo, già presidente del Cnr e poi ministro dell’Istruzione nel non memorabile governo Monti ed oggi presidente della Fondazione San Paolo di Torino ha mandato urbi et orbi sull’azionariato di Banca Intesa? In un’intervista esclusiva al Sole 24 Ore, Profumo ai primi di dicembre ha detto due cose: una ovvia, che cioè Intesa deve aprire all’internazionalizzazione (nelle scuole di giornalismo insegnano che quando un’affermazione ha un contrario assurdo, è ovvia, e sarebbe assurdo che Intesa non volesse internazionalizzare, come peraltro già fa); e l’altra inattesa, che cioè la banca guidata con mano ferma e risultati eccellenti da Carlo Messina deve viaggiare verso un riassetto del controllo sul modello della public company. Il che detto dal presidente del suo primo azionista suona strano. Apoditticamente, come se fosse pacifico.

Il presidente di Fondazione San Paolo sposa il modello della società a proprietà diffusa. Come se fosse naturale e scontato

E perchè mai? O forse anche sì, ma sarà mai questa una materia da trattare con questo approccio leggerino, come se riguardasse un tema-bazzecola? Nel merito, che una banca sistemica delle proporzioni di Intesa non possa avere un padrone unico e totipotente, è pacifico. Ma che due grandi fondazioni, come Torino e Cariplo, con qualche socio privato di supporto, possano continuare a controllare una sufficiente quota di Intesa da proteggerla contro take-over ostili, farebbe piacere saperlo. Perché disfarsi di una simile tranquillizzante certezza? Già Pioneer è stata venduta agli stranieri, con in pancia 200 miliardi di euro di risparmio italiano. Vogliamo proseguire?