Ci piace che gli utili di Acea valgono il quadruplo. Non ci piace l'accordo da Luxottina ed Essilor

Ci Piace, nel caos di Roma gli utili Acea valgono il quadruplo

La multiutility, nonostante una Capitale sempre più preda del caos, ha aumentato del 50% i margini, chiudendo il bilancio più profittevole della sua storia

Uno dice: vabbè, se un’azienda ex-municipalizzata fa molti utili, lo deve al fatto di essere leader di piazza e di avere i clienti assicurati. Dipende, però. Perché se quest’azienda ha sede nella capitale più caotica d’Europa – in alcune parti della quale, come giustamente e graziosamente la sindaca in persona dice che i cittadini “se si affacciano vedono la merda”; dove imperversano indisturbati, a capocciate, gli Spada e i Casamonica; dove le buche spaccano i semiassi, le scale mobili della breve e insufficiente metro s’accartocciano, dove l’Atac è un’azienda tecnicamente fallita e la sanità è al default, insomma, se quest’azienda ex municipalizzata ha sede a Roma – anche un solo euro di profitto acquista il valore di un miracolo.

Questo miracolo, piaccia o meno agli immancabili detrattori, si chiama Acea. L’amministratore delegato Stefano Donnarumma ha potuto celebrare il bilancio più profittevole di sempre della storia della società, con 933 milioni di euro di margine, per un incremento del 50%. Senza dimenticare la composizione variegata dell’azionariato, con la Suez, francese, che detiene il 23,3% – ed ha elogiato la gestione: “Un risultato mai raggiunto nella storia dell’azienda che racconta innanzitutto dell’impegno della nuova governance di Acea in termini di investimenti sulla rete idrica ed elettrica” – e Caltagirone che è pur sempre al 5%. Insomma, i rischi di fuoco amico perennemente in agguato. Buono anche il dividendo, 71 centesimi per azione, che daranno infatti una mano consistente ai conti del Campidoglio. Insomma, gestire bene un’azienda come l’Acea nel contesto reale di Roma è una prodezza. Chapeau.

Non ci piace, quell’accordo capestro tra Luxottica ed Essilor

Dopo una brevissima luna di miele, oggi tra Del Vecchio e Sagnières volano gli stracci sulle nomine dei manager e sui “pesi” in cda. Ma era evitabile!

«Non esistono joint-venture”, diceva Gianni Agnelli, “esiste solo un’azienda che ne compra un‘altra”: Sante parole che riecheggiano appropriate considerando la strana impasse nella quale si trova Luxottica, la multinazionale italiana degli occhiali, dentro Ellisor, la leader francese delle lenti. Pur controllandone il 32,5% del capitale con il 31% dei diritti di voto contro l’appena 4% che controllano i dirigenti e dipendenti francesi di Essilor, Del Vecchio ha accettato – sbagliando, si capisce ora! – il patto leonino di governare per tre anni pariteticamente il consiglio d’amministrazione dell’azienda unificata, con un pari numero di consiglieri, otto contro otto. E adesso ha accusato il capo del blocco francese, Hubert Sagnières, di aver violato gli accordi assumendo quattro top-manager senza il preventivo consenso del consiglio, cioè di Del Vecchio. Il francese lo ha contraccusato di aver invece tramato per imporre come direttore generale del gruppo Francesco Milleri, attuale a.d. di Luxottica, designato da Del Vecchio come suo successore in caso di sua scomparsa (Del Vecchio compirà 84 anni a fine maggio 2019). Insomma: l’apparente armonia su cui era basata la nascita dell’accordo era un bluff. Del Vecchio, imprenditore geniale e totipotente, fondatore dell’impero e titolare dell’ultima parola su qualsiasi materia, pur fautore di un’apparente managerializzazione di Luxottica, non ha mai mollato il potere sostanziale di un millimetro. I francesi hanno accettato l’accordo con un imperatore del genere con l’evidente (oggi) riserva mentale di condividere sul serio e non “a termine” un potere che i numeri non gli davano. Con simili premesse, comunque vada, sarà un insuccesso.