Le micro e piccole imprese (mPI) rappresentano una risorsa fondamentale per il nostro Paese, che devono però fare i conti con diverse problematiche legate al credito. Ad esse è dedicato Il Libro Bianco sul Credito alle mPI, di recente presentato a Roma presso gli Horti Sallustiani di Unioncamere, frutto del lavoro congiunto di Confidi Systema!, Federcasse, Banca AideXa, Finpromoter, Innexta e Gruppo NSA, con il supporto scientifico della professoressa Paola Paoloni dell’Università La Sapienza e promosso da Unioncamere. Un’occasione di confronto sul perché le mPI – nonostante i numeri che identificano il comparto – faticano ad accedere alle risorse finanziarie necessarie per innovare, crescere e aumentare la propria competitività a beneficio dell’intero sistema Paese.
Le mPI rappresentano il nucleo più diffuso dell’economia nazionale: circa 5,5 milioni di imprese, pari a circa il 95% del tessuto imprenditoriale, con un contributo stimato vicino a un terzo del Pil e a quasi metà dell’occupazione. Se si considera l’aggregato più ampio delle micro, piccole e medie imprese, il peso sale al 63% del valore aggiunto e al 76% dell’occupazione del settore delle imprese; le sole microimprese assorbono il 41% dell’occupazione, un dato nettamente superiore alla media delle economie avanzate considerate. Il Libro pone al centro dell’analisi questo aggregato partendo da un paradosso: le mPI sono una parte stabile e identitaria del capitalismo italiano e il loro radicamento riguarda non solo manifattura e distretti, ma anche commercio, turismo, servizi professionali, ristorazione e filiere territoriali. Questa frammentazione, tuttavia, si accompagna a una fragilità finanziaria specifica: le imprese minori dipendono quasi esclusivamente dal credito bancario, non accedono ordinariamente ai mercati obbligazionari, al private equity o alla Borsa, e risentono quindi in modo immediato di ogni irrigidimento degli standard creditizi.
L’andamento del credito conferma la natura strutturale del problema. Considerando come proxy le imprese con meno di 20 addetti, lo stock di prestiti bancari è passato da 171 miliardi di euro nel 2011 a circa 107 miliardi nel 2024, con una contrazione prossima al 37%. Nel secondo semestre 2025, mentre il credito bancario alle imprese nel loro complesso torna a crescere lievemente, quello destinato alle microimprese e alle realtà con meno di 20 addetti registra un’ulteriore riduzione di circa 5 miliardi. Il Libro Bianco ricostruisce questa dinamica attraverso quattro fasi.
La prima, tra 2008 e 2013, coincide con la doppia recessione, la crisi del debito sovrano e l’esplosione degli NPL, che hanno spinto le banche a ridurre drasticamente l’erogazione di credito. La seconda, tra 2014 e 2019, è la fase della politica monetaria espansiva, che ha favorito soprattutto le imprese più grandi e strutturate, lasciando le mPI in una ripresa solo parziale. La terza, 2020-2021, è dominata dal Fondo Centrale di Garanzia potenziato in chiave emergenziale: le coperture pubbliche fino al 90-100% hanno evitato un blocco del credito, ma l’aumento effettivo dello stock è stato inferiore alla mole di garanzie attivate. La quarta, 2022-2025, è segnata dal rialzo dei tassi Bce, che ha aumentato il costo del denaro e colpito con particolare intensità le imprese minori, già penalizzate da spread creditizi più elevati. È vero che incertezza, debolezza degli investimenti e maggiore autofinanziamento hanno ridotto in parte la richiesta di prestiti; tuttavia il documento insiste sul ruolo dell’offerta.
Molte imprese non chiedono credito perché prevedono un rifiuto o condizioni troppo onerose: una forma di razionamento “nascosto” che non emerge pienamente dalle statistiche ufficiali. Inoltre il credito, quando ottenuto, viene sempre più spesso usato per liquidità, rifinanziamento o stabilizzazione finanziaria, e meno come leva di investimento e crescita. Dal lato dell’offerta, i fattori restrittivi sono molteplici. Il primo è la maggiore rischiosità statistica delle mPI, legata a minore patrimonializzazione, volatilità dei flussi di cassa e dipendenza dai cicli locali. Il secondo è il peso della regolazione prudenziale: l’assorbimento di capitale rende meno appetibile il credito alle imprese minori rispetto ad attività bancarie più redditizie e a minore consumo patrimoniale.
Il terzo è rappresentato dalle diseconomie di scala: per una banca, istruire un piccolo finanziamento comporta costi fissi di analisi, compliance, antiriciclaggio, monitoraggio e recupero che non si riducono in proporzione all’importo. A questi fattori si aggiungono le asimmetrie informative: bilanci semplificati, scarsa standardizzazione contabile, assenza di business plan pluriennali affidabili e limitata disponibilità di dati rendono più difficile valutare il merito creditizio. Il consolidamento bancario e la riduzione degli sportelli hanno poi indebolito il relationship lending, cioè quella conoscenza diretta dell’imprenditore e del territorio che compensava in parte la povertà informativa dei dati quantitativi. I modelli algoritmici di scoring, pur utili per ridurre i costi, rischiano di penalizzare le imprese meno codificabili, perdendo le cosiddette “soft information”.
Andrea Bianchi, direttore generale di Confidi Systema!, nel corso della presentazione a Roma, ha dichiarato: «Il credito alle micro e piccole imprese non può essere letto solo attraverso modelli automatici o indicatori standardizzati. Serve conoscenza diretta del territorio, delle filiere, della storia imprenditoriale e delle prospettive concrete dell’azienda. La desertificazione bancaria e la riduzione della presenza fisica degli sportelli hanno indebolito proprio questa capacità di lettura. Confidi Systema!, come l’intero sistema dei Confidi, si è riorganizzato negli ultimi anni per presidiare questo spazio: essere vicini alle imprese, accompagnarle nella qualificazione della domanda di credito e riportare nel processo valutativo quelle informazioni qualitative che spesso fanno la differenza tra un’impresa esclusa e un’impresa finanziabile». Rilevante a questo punto il ruolo del Fondo Centrale di Garanzia: la sua funzione non è sostituire il sistema bancario, ma rendere economicamente sostenibile l’erogazione di credito alle imprese. Tuttavia, il documento ne evidenzia dei limiti: nel primo semestre 2025 una quota rilevante delle garanzie è andata a imprese già bancabili, mentre le realtà più piccole e vulnerabili hanno continuato a perdere credito.
Ciò indica un problema di addizionalità e di selettività dello strumento. Tra le proposte per modificare il funzionamento del Fondo, quella di creare un monitoraggio istituzionale stabile e tempestivo del credito alle mPI, integrando dati di banche, Confidi, intermediari finanziari e sistema camerale. Poi, differenziare le aliquote di garanzia in funzione del rischio: coperture più alte per le imprese con maggiore difficoltà di accesso al credito e più basse per quelle già solide. Infine, modulare le garanzie per dimensione aziendale, prevedendo coperture più elevate per le microimprese e aliquote decrescenti per imprese più strutturate. A queste proposte si aggiunge anche la creazione di un comparto dedicato alle garanzie di portafoglio per le mPI. L’obiettivo è superare l’antieconomicità delle istruttorie individuali su migliaia di piccoli prestiti, aggregando le operazioni in portafogli omogenei.
In questa architettura i Confidi assumerebbero un ruolo cruciale: grazie alla conoscenza delle imprese socie, alla prossimità territoriale e alla capacità di ridurre le asimmetrie informative, potrebbero diventare veicoli naturali per strutturare garanzie pubblico-private e accompagnare le imprese nella qualificazione della domanda di credito. «Dal nostro punto di vista», ricorda Andrea Bianchi, «auspichiamo che ogni intervento di riforma del Fondo di Garanzia sia orientato alla sua integrazione con la garanzia dei Confidi. L’esperienza della procedura “Importo ridotto” dimostra che processi più semplici e proporzionati possono facilitare l’accesso al credito per le imprese minori. Su questa linea, riteniamo utile coinvolgere stabilmente i Confidi anche nelle strutture di garanzia di portafoglio dedicate alle micro e piccole imprese, valorizzandone il ruolo nella selezione, nell’accompagnamento e nel monitoraggio delle operazioni». Altro tema è quello di superare la rigida distinzione tra liquidità e investimento, valorizzando invece la durata del finanziamento. Molte mPI chiedono liquidità ma poi utilizzano quelle risorse per sostenere investimenti, noleggio operativo, capitale circolante strutturale o continuità produttiva. Per questo il Libro Bianco propone di premiare maggiormente il credito a medio-lungo termine. «In questa prospettiva», conclude Bianchi, «la revisione della legge quadro sui Confidi del 2003 rappresenta un passaggio necessario per rafforzare la capacità del sistema di sostenere in modo più incisivo l’economia reale, ampliando gli strumenti operativi disponibili per i confidi».
















