C’è un’impresa bresciana, la Effebiesse spa, che produce componenti in zamac (una lega di alluminio, rame e cobalto) destinati all’automotive, che ha ricevuto a luglio una bolletta dell’elettricità di quasi 75mila euro con un incremento del 400% rispetto alla bolletta di luglio 2021 e una bolletta del gas di oltre 77mila euro, + 512% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e che per resistere nell’immediato sul mercato non ha potuto fare altro che tagliare un turno della produzione visto che il fornitore di energia, la Shell Energy Italia, che ha anch’essa i suoi problemi, non ha accettato la rateizzazione. E c’è la Nebrodi Inerti srl, 13 dipendenti a Brolo, un paesino sulla piccola cordigliera siciliana, ha visto raddoppiare la bolletta della Green Network spa (società peraltro poi fallita, ndr) da 18mila a 39mila euro e ha deciso di resistere fino ad intaccare la soglia del 15% del suo conto economico, poi si vedrà. Sono due tra le tante storie drammatiche meritoriamente raccontate, giorno per giorno, da una rubrica giornalistica del Sole 24 Ore in cui il giornale della Confindustria sotto la testata un po’ naif di “Bollette fuori controllo” racconta la crisi energetica con nomi e cognomi.

Ma ci sono anche storie di resistenza possibile, anche se non sempre espressa. Come quella della Maccagnola Williams, un’azienda zootecnica del Mantovano con 220 vacche in produzione, la cui bolletta è triplicata (da 3.500 a 11mila euro) e ora la famiglia, costretta tra l’altro a strapagare i mangimi (60mila euro a tonnellate invece che 40mila), pensa seriamente di dotarsi di un impianto fotovoltaico anche se non ha ancora un’idea dei costi e del ritorno dell’investimento, il cosiddetto “pay-back”.

Per le società agricole come la Maccagnola, in effetti, il passaggio all’autoproduzione di energia, che è il passaggio-chiave per mettere in sicurezza i bilanci delle piccole e medie imprese come si vedrà in questa inchiesta, è oggi ancora più semplice grazie al Clean Energy Package (anche noto come Winter Package), un insieme di atti legislativi dell’Unione Europea volti a ridisegnare il profilo del mercato elettrico europeo. Solo che nessuno lo ha spiegato alla nostra famiglia di allevatori mantovani e a migliaia di Pmi. Mentre il “self help”, chiamiamolo così, diventare autoproduttori è probabilmente la strada più semplice e più immediata per mettersi al sicuro da tutte le possibili fluttuazioni del mercato energetico, gas o elettricità.

L’indicazione arriva con chiarezza da un ingegnere, Massimo Beccarello, che si occupa da sempre di mercati energetici, che insegna la materia all’università milanese della Bicocca e che da anni ha portato queste sue competenze all’interno di Confindustria (è il responsabile delle politiche energetiche dell’organizzazione). Beccarello non ha dubbi: chi può, nel vasto e variopinto settore delle Pmi, deve diventare un “consumatore protagonista” o da solo, se ne ha l’attitudine e le risorse, o in alleanza con i colleghi con i quali sviluppare vere “energy community”. Tutte fanno riferimento, chi più chi meno, al “Clean Energy Package” europeo (2016) contenente misure relative a (testuale) “efficienza energetica, energie rinnovabili, assetto del mercato dell’energia elettrica, sicurezza dell’approvvigionamento elettrico e norme sulla governance dei mercati” (su quest’ultimo punto, e il caso Ttf insegna, la Commissione non ha saputo fare granché, ma lo si poteva immaginare).

Ma il cuore del pacchetto – ascoltiamo ancora un Beccarello più che ottimista (sicuramente molto più del quotidiano della sua organizzazione) – è tutto (legge il documento europeo sull’I-pad) nelle «azioni volte ad accelerare l’innovazione dell’energia pulita e a favorire le ristrutturazioni edilizie in Europa. Contiene misure per incoraggiare gli investimenti pubblici e privati, per promuovere la competitività delle imprese UE e per ridurre l’impatto della transizione all’energia pulita».

Ragionando in termini macro, secondo la Commissione, il Clean Energy Package potrà produrre un aumento dell’1% del Pil nell’arco del prossimo decennio, oltre a creare 900.000 nuovi posti di lavoro, mobilitando fino a 177 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati ogni anno a partire dal 2021. Insomma, le imprese – a cominciare proprio dalle più piccole – dovrebbero, secondo il responsabile politiche energetiche di Confindustria, pensare autonomamente ai loro fabbisogni di elettricità e gas cercando tutti i possibili finanziamenti per ricoprire il tetto dei loro capannoni di impianti fotovoltaici, dotarsi di inverter e di batterie per accumulare l’energia prodotta e tutti gli altri interventi che servono.

Per questo c’è il Clean Energy Package, otto atti legislativi, tutti già formalmente approvati e pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea.  E poi, per venire all’oggi, ci sono il Pnrr e tutte le altre iniziative messe in atto dagli ultimi governi compreso il tanto criticato (per altre ragioni) Superbonus 110% che ha per obiettivo l’efficienza energetica non solo di edifici residenziali e palazzi ma anche di stabili industriali e capannoni.

«Se si vuole,  i soldi per fare efficienza energetica e tagliare anche radicalmente le bollette si trovano» aggiunge con una risata liberatoria il professor Giovanni Battista Zorzoli, una leggenda del settore energia (così lo ha definito “Il Manifesto” in una recentissima intervista in cui Zorzoli dava dell’incompetente al ministro Cingolani), un professore di novant’anni che ha iniziato la carriera insegnando fisica dei reattori nucleari al Politecnico di Milano e che ora presiede con autorevolezza l’Aiee, l’Associazione italiana economisti dell’energia, un think tank che tutti i governi, compreso l’attuale, consultano quando c’è da prendere decisioni sull’argomento (l’ultimo paper, ricorda Zorzoli che in passato è stato anche nei board di Eni, Enel e altri colossi del settore, riguardava proprio le speculazioni sul prezzo del gas al mercato olandese del Ttf: «Mettevamo in guardia il governo e lo sollecitavamo a intervenire nelle sedi europee ancora prima che scoppiasse la guerra. Non se n’è fatto niente, naturalmente!».

I soldi si trovano, dice Zorzoli , mentre partecipa a Rimini all’Energy Business Forum del 23 settembre (tutto dedicato alle rinnovabili), e non è vero che le banche sono ostili, indisponibili a finanziare i progetti per le rinnovabili aziendali. Si tratta, invece, per Zorzoli e anche per Beccarello, di progetti “bancabilissimi” che hanno un pay-back di appena quattro anni. Come a dire che dopo quattro anni l’azienda ha conquistato la sua indipendenza energetica, può strappare le bollette e giocarsi in bilancio i certificati di efficienza energetica, 250 euro per tonnellata equivalente petrolio.

Tutto questo a patto – avverte il professor Zorzoli che non sopporta il pessimismo di Davide Tabarelli, presidente della bolognese Nomisma Energia, anche lui professore universitario, di cui parleremo tra poco – a patto che il governo che verrà (tanto il ministro Giorgetti, profetizza Zorzoli, sarà riconfermato alla guida del Mise) metta ordine nei vari provvedimenti (decreti Aiuti, Pnrr, etc.) e crei un Fondo di garanzia per le pmi che vogliono investire in efficienza energetica attraverso le rinnovabili. Sintesi: se i soldi ci sono, le banche sono garantite e le procedure burocratiche semplificate, è fatta; la battaglia contro il caro-bolletta è vinta.

Il professor Tabarelli da Bologna, come si diceva prima, anch’egli consultatissimo dai politici e dai media, ha tutt’altra visione. Diciamo che vede nero – solo le imprese a basso consumo di energia, insomma le non-energivore, potranno superare l’inverno del razionamento – e per farlo capire lancia lì una provocazione che ci spinge agli scongiuri: «Solo una recessione ci salverà!». Non è detto che non abbia ragione perché è evidente, senza essere malthusiani, che non si potrà andare avanti con i soliti Decreti Aiuti…

(per imprese e famiglie), con sostegni pubblici alle bollette visto il livello del nostro debito pubblico. E non è detto che basterà coprire il tetto del capannone o della palazzina uffici con un tappeto fotovoltaico per scampare alla crisi. «Quest’idea dell’autoproduzione la sento ripetere da decenni» dice sconsolato Tabarelli «Perché non s’è fatto? Eppure, quanto a tasso di resilienza gli imprenditori italiani non hanno nulla da imparare: flessibilità, fantasia, capacità di innovare sono il loro Dna. Allora mi chiedo: perché non l’hanno fatto prima?».

Forse perché prima il costo del fotovoltaico non era alla portata di tutti i bilanci aziendali, gli risponde il “leggendario” Zorzoli, il nuclearista pentito (“Guardate la Francia che deve razionare l’energia o comprarla dalla Germania anche con 58 reattori talmente vecchi che più producono e più perdono”) che si dice pronto a sfidare il Tabarelli in un contest dell’energia sulle pagine di Economy.

Insomma, le rinnovabili sono (sarebbero) l’unica possibile “exit strategy” per la maggior parte delle pmi italiane che hanno sempre pagato l’energia più cara rispetto ai concorrenti europei, almeno il 30% in più – sul punto Zorzoli e Tabarelli concordano – anche se in Italia il gas non manca. E qui è bene chiarire: fino a qualche anno fa se ne producevano 17miliardi di metri cubi, un discreto contributo rispetto alla domanda (attuale) di 73 miliardi di metri cubi mentre oggi il gas “made in Italy”, chiamiamolo così, non supera i 2,4 miliardi di metri cubi. Risultato: andare a tutta manetta (o a tutto gas, se volete) con le centrali a carbone, risparmiare, razionare, trovare tutti i modi per produrre consumando meno (lavorando di notte o nei giorni festivi quando le tariffe sono meno alte, per esempio) o rivedendo i processi produttivi.

È la ricetta del professor Tabarelli che applica anche a sé stesso: ha comprato una bombola di gas Gpl e se l’è portata a casa perché non si sa mai. «Consiglio ai piccoli imprenditori che strillano, a ragione, per il caro bollette di procurarsi qualche bombolone di Gpl e anche qualche gruppo elettrogeno con relative taniche di gasolio perché il taglio della luce quest’inverno è più di una fosca previsione».

Certo non basteranno i vari Decreti Aiuti (l’ultimo è arrivato in Parlamento alla vigilia delle elezioni e i soliti grillini, campioni di erogazioni pubbliche, si sono messi di traverso) con i vari tagli alle voci, fiscali e no, della bolletta. Ne è consapevole perfino la Cna, la Confederazione nazionale artigianato (600mila aziende iscritte per 44 mestieri e con 1,2 milioni di dipendenti) che, pur insistendo sul punto, almeno in questa fase emergenziale (ha organizzato dei “Faccia a faccia” con i leader politici visibili in streaming sulla piattaforma dell’organizzazione), insiste molto sulla strategia dell’autoproduzione.

Barbara Gatto, responsabile delle politiche ambientali della Cna, fa lo stesso ragionamento del professor Beccarello di Confindustria che abbiamo già sentito: le piccole e medie imprese debbono essere spinte a mettersi insieme, a consorziarsi per creare piccoli impianti (fotovoltaici, eolici, etc) per l’autoproduzione di energia. La leva è il credito d’imposta, dice Barbara Gatto, che in questo momento è al primo posto tra le richieste di Cna alla politica: oggi copre fino a 60 kilowatt di energia autoprodotta, deve arrivare almeno fino a 200. Poi, continua la dirigente della Cna, ogni azienda deve trovare la sua strada e le sue strategie per ridurre i consumi. Per dire, e l’esempio può anche far sorridere, le aziende del settore benessere potrebbero ricalibrare la loro offerta puntando sui massaggi piuttosto che sulle lampade solari che consumano molta, moltissima energia.

Anche se è evidente che una vera strategia di risparmio energetico non si può fare con interventi-spot (questi servono per l’emergenza), ma con scelte aziendali di medio-lungo periodo e allora «non è detto che la tempesta perfetta di oggi non sia un’occasione per innovare e fare davvero efficienza» come suggerisce il responsabile della comunicazione istituzionale di Italgas Claudio Urciolo.

Insomma, vedendola in positivo forse per migliaia di pmi che per decenni hanno considerato il costo dell’energia una voce marginale del conto economico tanto era a buon mercato (seppure il 30% in più rispetto agli altri Paesi come s’è detto), è venuto il momento di fare quel che consiglia di fare il gruppo Renovit, un sistema di imprese, controllate da Snam e da Cassa Depositi e Prestiti, che ha fatto del risparmio energetico il suo business (e significativamente il suo pay-off è “L’Italia che rinnova”). Vale a dire: auditing energetico, energy management, monitoraggio e gestione di quel che si consuma, da quali fonti e con quale performance che è anche uno dei modelli contrattuali che Renovit (con le sue controllate Tep, Evolve e Mieci tutte guidate da manager come Marco Bianchi, Gianluca Zonta e Christian Acquistapace, ingegneri cresciuti alla scuola di aziende come E.On o Falck) propone ai suoi clienti, privati e pubblici. In una parola: più ti faccio risparmiare (con i miei sistemi di impianti di cogenerazione, trigenerazione, fotovoltaico, etc.) e più mi paghi.

Nel sito di Renovit (www.renovit.it) c’è una bella galleria di “case history”, dall’azienda che produce formaggio in Valtellina al palazzo degli uffici della multinazionale a Roma, che può ispirare in questo frangente tante Pmi che cercano il modo per sfuggire alla tagliola energetica.

Debbono farlo da sole e in fretta, senza lamentarsi troppo. In una battuta: darsi una mossa per non prendere la scossa. 

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.