Fonte: International Sos
Franco Fantozzi

Va bene che “partire è un po’ morire”, ma magari è meglio evitare, di morire. Prima di mettersi in viaggio, quindi, va data un’occhiata alle previsioni. No, non quelle meteo: quelle dei rischi. «Per il prossimo anno si prevede che le tensioni geopolitiche, i disordini e l’instabilità politica avranno un impatto sulle operazioni delle aziende: l’instabilità globale sta emergendo in maniera evidente e quella che fino allo scorso anno veniva definita “permacrisi” è diventata “policrisi” legata non solo ai conflitti, ma anche a instabilità sociale e disinformazione», spiega a Economy Franco Fantozzi, senior security advisor di International Sos, leader mondiale nell’assistenza sanitaria e nei servizi di sicurezza, che ogni anno elabora un Risk Outlook con una mappa interattiva, concepita per aiutare le organizzazioni e i loro mobile workers a comprendere meglio i rischi globali.

Prendiamo il Mar Rosso, che collega l’Indopacifico con l’Atlantico e rappresenta circa il 12% del commercio mondiale (per un valore di 1,2 trilioni di dollari all’anno): dal canale di Suez transita circa il 40% dell’interscambio commerciale dell’Italia con i Paesi asiatici, per un valore intorno agli 83 miliardi di euro l’anno. La destabilizzazione di quest’area in seguito agli attacchi dei ribelli Houthi ha creato un problema non di poco conto per la supply chain: la rotta alternativa passa dal Capo di Buona Speranza, con la circumnavigazione dell’Africa e, di conseguenza, tempi (e costi) lievitati (oppure c’è la Rotta Artica, ma il discorso, per quanto riguarda tempi e costi, non cambia).

E non dimentichiamoci che il 2024 segna il 75° anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese: nel suo discorso di fine anno, il Presidente Xi Jinping ha sottolineato che «La Cina sarà sicuramente riunificata. Tutti i cinesi su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan dovrebbero essere legati da un obiettivo comune e condividere la gloria del ringiovanimento della nazione cinese».

«Nulla di nuovo sul fronte occidentale», ironizza Fantozzi: «riscontriamo una grossa preoccupazione per l’esacerbarsi della situazione a Taiwan, con un ulteriore punto di difficoltà, legato alla disinformazione, in un’area che si sta compattando sotto l’egida della triade formata da Russia, Cina e Corea del Nord. La difficoltà maggiore sta nell’acquisire informazioni attendibili». Ma tra le aree critiche non ci sono solo Taiwan, il Medio Oriente o l’Ucraina: cosa aspettarsi, dunque in questo 2024 che si è aperto con un nuovo fronte di guerra? «Oltre a Medio Oriente, Ucraina e Taiwan, non bisogna dimenticare le situazioni instabili in Africa, nella zona del Sahel», spiega Fantozzi, che alle spalle ha una carriera trentennale nell’Arma dei Carabinieri, la maggior parte dei quali nel Raggruppamento Operativo Speciale, incarichi all’Europol, ed è docente di “Tecnologie per la Sicurezza” alla Cattolica di Milano. «È vero che quest’anno alcuni degli aumenti più significativi del livello di rischio sono stati registrati in Libano, nei territori palestinesi, in Russia e nel Sahel. Ma anche il livello di rischio dell’Ecuador e di alcune zone della Colombia è aumentato a causa del costante aumento della criminalità e dei disordini. In altre regioni si è osservata, invece, una diminuzione del rating di rischio: ad esempio in El Salvador e alcune parti del Nepal».

Ma i rischi sono facilmente prevedibili, quando si hanno contatti sul campo con oltre mille sedi – quelle di Intenational Sos, ndr – e 9.000 organizzazioni clienti, tra multinazionali, Pmi, governi, istituzioni e Ong, e 13.000 esperti multiculturali in ambito sicurezza, medico, logistico e digitale che forniscono supporto e assistenza, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni all’anno».

Non solo: per la prima volta, la Risk Map 2024 include anche un indicatore del rischio legato al cambiamento climatico. I dati, elaborati da Inform (una collaborazione tra il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici e il Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea), forniscono stime dell’impatto del cambiamento climatico sul rischio futuro di crisi umanitarie e disastri. International SOS sta registrando una crescita del numero di allerte legate a eventi climatici e le aziende stesse hanno richiesto un maggiore supporto in questo ambito: nel 2023 International Sos ha emesso l’80% in più di allerte mediche legate a fenomeni di cambiamento climatico rispetto al 2022. Un esempio? Gli eventi di caldo estremo del 2023, con Cerberus, la prima vera e propria ondata di calore mai registrata che ha colpito l’Europa oltre ad avere un impatto a livello fisico, il caldo estremo può esercitare effetti negativi significativi anche sulla salute mentale, compresa quella della forza lavoro. Quanto al rischio medico, continua a variare a seconda dei Paesi e delle regioni: «due notevoli miglioramenti a livello di rischio medico quest’anno sono stati registrati in Bolivia e Costa d’Avorio, e sono in gran parte dovuti al graduale miglioramento dell’accesso a cure mediche di qualità, in particolare nelle città principali».

E dunque? «International Sos continua a sostenere le organizzazioni che operano in questi luoghi, fornendo informazioni verificate e indicazioni su come tali rischi impatteranno sulla loro forza lavoro o supportando le evacuazioni laddove necessario», rimarca Fantozzi. «È sempre bene acquisire informazioni dettagliate, articolate e attendibili in maniera continua. Ecco perché la Risk Map sul sito web di International Sos viene costantemente aggiornata, regione per regione. «E poi sarebbe opportuno avere già dei piani di crisis management e di evacuazione pronti. È grazie a piani già pronti e collaudati se all’inizio del conflitto nei territori palestinesi siamo riusciti a portare a termine con successo 50 trasferimenti via terra e quattro via charter per conti di aziende nostre clienti. Insomma: bisogna farsi trovare pronti».

Blocco di Suez, allarme rosso per Italia, mediterraneo ed economia mondiale

Un aumento dei noli marittimi (dal +150% fino al 250%), maggiori costi per polizze assicurative moltiplicati per venti volte in due settimane: la crisi della pirateria terroristica degli Houti nel Mar Rosso è un nuovo “cigno nero” per l’economia globale. I ribelli che sparano sui mercantili nello stretto di Bab el-Mandeb, in viaggio verso il Canale di Suez sanno quel che fanno. Ogni giorno nel Canale transitano merci per un valore compreso tra i 3 ed i 9 miliardi di dollari e arrivano nel Mediterraneo.

Per evitare gli attacchi un numero sempre maggiore di compagnie armatoriali ha scelto la rotta lunghissima della circumnavigazione dell’Africa: significa che per arrivare in Nord Europa occorrono almeno due settimane di mare in più, con i relativi costi di carburante e di esercizio; e che la maggior parte dei porti del Mediterraneo vegono bypassati. Insistendo tutto ciò su una componente del trasporto merci internazionale pari a circa il 50% del totale, è evidente il rischio duplice per l’ecosistema globale: una frenata del Pil, perché il business “ritardato” di tre settimane per i tempi più lunghi dei trasporti non lo si potrà recuperare sull’anno; e una nuova fiammata inflattiva sui prezzi, prima ancora che rientrasse quella accesa dall’aggressione russa all’Ucraina.

A valle di tutto ciò, gli istituti di ricerca e previsioni economiche vedono per lo meno grigio. Il Centro studi Confindustria (Csc) stigmatizza a sua volta il pericolo della frenata del business connessa alla crisi di Suez, ma soprattutto il nuovo rischio inflattivo potrebbe differire o addirittura vanificare la sospirata prospettiva del taglio dei tassi da parte delle banche centrali, sia l’americana Fed che l’europea Bce. Il Csc ha dedicato un focus all’export, definendo incerte le prospettive: a metà gennaio il traffico di navi nel Mar Rosso si è più che dimezzato, per l’Italia il 54% degli scambi è via nave, di cui il 40% tramite Suez. Più il blocco sarà prolungato, maggiori saranno gli effetti negativi sul commercio estero italiano e globale.

Al momento in cui questo numero di Economy viene chiuso, è già certo che l’Unione europea scenderà in campo militamente con una spedizione navale alla quale dovrebbe prendere parte l’Italia: «Siamo un Paese esportatore – ha detto il vicepremier Antonio Tajani – abbiamo il dovere di difendere le nostre navi mercantili. Non facciamo la guerra a nessuno, però difendere le navi italiane, che sono territorio italiano, è un dovere della Repubblica e del governo». È probabile che il via libera finale alla nuova missione navale europea contro gli attacchi Houthi arrivi a metà febbraio, il che significherebbe diventare operativi ancora più tardi, con i danni conseguenti. Gli Stati dell’Ue insistono però fin da subito che l’intervento nel Mar Rosso avrà carattere difensivo per proteggere le navi mercantili dagli attacchi che potrebbero sferrare i ribelli Houthi. Non è sul tavolo l’opzione di attaccare lo Yemen, come stanno facendo negli ultimi giorni Stati Uniti e Regno Unito. Il mandato – fanno trapelare diverse fonti diplomatiche – sarà di scortare le compagnie di navigazione e «l’idea è che le navi siano in grado di abbattere droni e razzi». «Non esiste un obiettivo o un’idea di un’operazione come quella che gli americani stanno proponendo nella stessa zona», ma piuttosto «si tratta di un carattere difensivo», assicura un’altra fonte diplomatica.

L’International chamber of shipping (Ics) ha con una nota elogiato le azioni e la presenza delle forze navali finora intervenute contro gli aggressori sottolineando il proprio auspicio di ulteriori  impegni della stessa natura nel prossimo futuro. L’intera architettura di sicurezza marittima della regione – ha rilevato – dovrebbe essere messa in campo per porre fine a questi attacchi e proteggere i nostri marittimi e la navigazione mercantile. L’industria continuerà a fornire indicazioni agli armatori e agli operatori e a collaborare con le potenze militari della regione per mitigare la minaccia alla navigazione rappresentata dagli Houthi.

Attenti: L’hacker Parla con la voce artificiale

Altro che comici russi. Siamo ampiamente al punto di poter ricevere una telefonata dal capo, proprio dalla viva voce del nostro capo, e sentirci dettare l’Iban di un bonifico urgente da fare subito. Peccato che quella voce sia sintetica, e dietro ci sia un sistema di intelligenza artificiale capace di dialogare per farsi gli affaracci suoi ai nostri danni: parola di Athos Cauchioli, un grande esperto di digitale che dopo alcuni anni “scapestrati” in cui era tentato di fare l’hacker, ha scelto la retta via e si è messa a fare lo sceriffo, il consulente di cybersicurezza: «Viviamo – spiega Cauchioli – in un periodo di acutizzazione di attacchi, anche perché purtroppo le aziende in alcuni casi, per la crisi generale che stiamo vivendo, hanno ridotto i budget per la sicurezza e… non era proprio il momento giusto. Molti pensano che la cybersecurity sia un problema altrui, quando vengono colpiti e capiscono che la campana è suonata per loro, si pentono di non aver investito, ma è tardi».

I riscatti che gli hacker chiedono in cambio della pace sono sempre in criptovalute. Ma come fanno a farsi pagare senza farsi scoprire? «Perché molti hacker aprono conti correnti in doppia valuta, fiat e cripto, su banche internazionali che accettano qualsiasi documento… appena arriva il pagamento viene convertito in cripto e fa perdere qualsiasi traccia. C’è già capitato di vedere anche attacchi hacker aiutati dall’intelligenza artificiale – prosegue Cauchioli – e purtroppo sono spesso andati a buon fine. Le istituzioni si agitano, ma possono fare ben poco. E molti sistemi pubblici sono vittime facili, perché hanno apparati e software obsoleti. Oggi viviamo in emergenza e non si fa prevenzione. Mi auguro che al più presto si possa fare solo prevenzione uscendo dall’emergenza».