C’era una volta una persona reale di sesso e genere non specificato che viveva in una dimora con una figura genitoriale acquisita e due coabitanti socialmente privilegiate. Poi arrivò un soggetto regale, non necessariamente azzurro, su un mezzo di trasporto equino potenzialmente problematico… A questo punto, persino la zucca chiede di essere lasciata fuori dalla policy. Così, il CEO entra nel castello, rimette il principe azzurro in sella, toglie qualche cartello linguisticamente sorvegliato e promette di liberare il regno dal “woke”.
Confesso che una certa ansia pedagogica Disney mi ha sempre lasciata perplessa. La parità di genere non chiede di cancellare la bellezza delle principesse, il romanticismo, il ballo, il desiderio di trovare l’amore o persino il principe azzurro. Peccato che negli ultimi anni, Disney abbia spesso preferito la didascalia alla fiducia nello spettatore. Su Disney+ sono comparsi avvisi sui “contenuti dannosi” prima di classici come Peter Pan, Dumbo, Il libro della giungla, Lilli e il vagabondo e Gli Aristogatti. In quest’ultimo il personaggio di Shun Gon è stato segnalato per la caricatura stereotipata dell’Asia orientale: occhi disegnati in modo caricaturale, accento simulato da un attore bianco e pianoforte suonato con le bacchette. In Peter Pan sono stati contestati i riferimenti offensivi ai nativi americani, in Dumbo la rappresentazione dei corvi, in Lilli e il vagabondo i siamesi Si e Am, costruiti su stereotipi asiatici. E la fiaba è diventata un corso obbligatorio di compliance culturale. Persino nei parchi a tema: Disney, fra 2021 e 2022, aveva rimosso da molti saluti dei parchi formule quali “ladies and gentlemen, boys and girls”, sostituendole con “dreamers of all ages”, “hello, everyone” e “hello, friends”, dentro un programma dichiarato di inclusione.
Josh D’Amaro è diventato CEO del gruppo nel marzo 2026. La sua gestione viene letta sui social come la fine dell’era woke Disney: ritorno di “ladies and gentlemen”, addio alle formule neutre, mille licenziamenti e restaurazione del regno fatato. Ecco appunto, la parte meno fiabesca: i licenziamenti. D’Amaro ha annunciato il taglio di circa 1.000 posizioni, che investe il marketing e, in misura diversa, studio, televisione, ESPN, prodotti, tecnologia e alcune funzioni corporate. Sui social, la mannaia è stata celebrata come “ritorno al buon senso”, collegando i licenziamenti alla guerra al gender-neutral . Ma chi lo presenta come la cacciata di mille sacerdoti del pronome sta solo aggiungendo una sceneggiatura alla nota di riorganizzazione, che parla invece diaccorpamento del marketing e del brand, di semplificazione dell’organizzazione, di necessità di una struttura più agile e tecnologica e, ovviamente, di riduzione dei costi, che alla fine è sempre la vera motivazione alla base dei tagli. Insomma, più organigramma che guerra santa contro le parole.
Resta però una domanda seria. Se una grande azienda desidera riportare al centro l’intrattenimento, le storie e il rapporto con un pubblico vasto, forse può farlo anche evitando quell’aria da seminario obbligatorio che, negli ultimi anni, ha avvolto parte della comunicazione Disney. Il pubblico non va trattato come una classe di persone da correggere prima dei titoli di testa. E nemmeno come una curva di tifosi a cui consegnare il contrassegno anti-woke all’ingresso del parco.
I conti, d’altra parte, invitano alla moderazione. Nel 2025 Disney ha registrato ricavi per 94,4 miliardi di dollari, in aumento del 3%, utile netto attribuibile alla società per 12,4 miliardi, contro 5 miliardi circa l’anno prima, e utile operativo dei segmenti per 17,6 miliardi, più 12%. Parchi, crociere, esperienze e prodotti hanno generato un utile operativo record di quasi 10 miliardi. Quindi no: l’azienda non è fallita perché qualcuno ha preferito “dreamers of all ages” a “ladies and gentlemen”. Ma i risultati non dimostrano neppure che una politica linguistica identitaria sia la formula magica per creare valore.
Le fiabe funzionano quando lasciano al pubblico un po’ di libertà. Anche quella di chiamare una signora “signora”, quando è una signora, senza convocare immediatamente il consiglio d’amministrazione del Regno Incantato.
















