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L’intelligenza artificiale entra sempre più spesso nelle aule di giustizia, ma non può ancora ribaltare una sentenza definitiva senza solide garanzie scientifiche. Con la sentenza n. 29015/2026, la Corte di Cassazione ha stabilito che gli elementi ottenuti attraverso software basati sull’AI non possono essere considerati automaticamente “nuove prove” idonee a giustificare la revisione di una condanna penale. Una decisione destinata a fare giurisprudenza, mentre cresce il ricorso agli strumenti di intelligenza artificiale anche nelle consulenze tecniche e nelle indagini.

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La decisione della Cassazione

La Suprema Corte – si legge su Il Sole 24 Ore – ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato contro la decisione della Corte d’Appello che aveva respinto la richiesta di revisione di una condanna definitiva per falso ideologico e truffa ai danni dei fondi strutturali e comunitari destinati alla Regione Lombardia.

La condanna si fondava principalmente sul contenuto di alcune intercettazioni telefoniche. La difesa sosteneva invece che, grazie a una nuova analisi fonica, fosse possibile dimostrare che la voce intercettata non appartenesse al ricorrente.

Il nodo dell’intelligenza artificiale

Per sostenere la richiesta di revisione, i periti della difesa avevano utilizzato un software di confronto vocale basato sull’intelligenza artificiale e sull’analisi comparativa di dati biometrici.

Secondo la Cassazione, l’utilizzo di tecnologie più avanzate non è di per sé escluso. I giudici riconoscono infatti che nuovi strumenti scientifici possono rappresentare una prova nuova quando consentono di ottenere dati oggettivi, prima non disponibili, capaci di modificare la valutazione dei fatti. Nel caso specifico, tuttavia, questo requisito non è stato soddisfatto.

Perché la revisione è stata respinta

La Corte ha evidenziato come il ricorrente non abbia fornito elementi sufficienti a dimostrare l’effettiva innovatività e l’affidabilità del metodo utilizzato. In particolare, la documentazione prodotta non spiegava in modo adeguato le metodologie impiegate dal software, il loro grado di validazione scientifica né le ragioni per cui i risultati ottenuti avrebbero dovuto ribaltare le conclusioni raggiunte nei precedenti gradi di giudizio.

Le indicazioni fornite sono state ritenute troppo generiche e prive di un reale contenuto informativo tale da consentire ai giudici di attribuire valore probatorio alle nuove analisi.

L’AI non basta senza validazione scientifica

La sentenza chiarisce quindi un principio destinato ad avere un impatto crescente con la diffusione dell’intelligenza artificiale nel settore legale: i risultati elaborati da sistemi AI non costituiscono automaticamente una nuova prova.

Per poter incidere su una sentenza definitiva, gli strumenti utilizzati devono essere accompagnati da una metodologia trasparente, scientificamente validata e in grado di dimostrare un reale avanzamento rispetto alle tecniche già disponibili.

Il pronunciamento della Cassazione conferma così un approccio prudente verso l’impiego dell’intelligenza artificiale nei procedimenti giudiziari, ribadendo che l’innovazione tecnologica, da sola, non è sufficiente a modificare gli esiti di una decisione passata in giudicato.