Juve in vendita
ANDREA AGNELLI GIANLUCA FERRERO PRESIDENTE JUVENTUS PAVEL NEDVED

Polemista, editorialista, opinionista. Una vita a masticare calcio e sputare sentenze sull’italico mondo pallonaro e con una costante che nessuno gli potrà mai contestare: schiena dritta e niente peli sulla lingua. Anche a costo di essere impopolare e controcorrente. Il che, per un cronista dovrebbe essere la regola, ma non in Italia, e non nel mondo del giornalismo sportivo, notoriamente infarcito di quella che Josè Mourinho – non a caso uno dei personaggi prediletti del nostro interlocutore – ebbe a chiamare “prostituzione intellettuale“.

Insomma, Giancarlo Padovan, storico direttore di Tuttosport, è l’uomo con la postura più adatta a giudicare il calcio nazionale scosso in queste settimane dalla bufera giudiziaria abbattutasi sulla F.C. Juventus e che ha portato i tifosi a discutere più di plusvalenze e doping finanziario che di risultati, classifica e fuorigioco non fischiati.

Lui che dagli anni ’70, quando ha iniziato a consumare chilometri e tastiere per raccontare l’Italia del pallone, di scandali e buriane ne ha visti tanti: dal calcio-scommesse del 1980 alla più recente “Calciopoli” del 2006. Lui – soprattutto – che tra il 2002 e il 2008, appunto quando diresse il quotidiano sportivo torinese, ebbe la possibilità di osservare da un punto di vista privilegiato il microcosmo dipinto a strisce bianconere.

GIANCARLO PADOVAN GIORNALISTA E DOCENTE DI TEORIA E TECNICA DELL’INFORMAZIONE SPORTIVA UNIVERSITA’ CATTOLICA MILANO

Direttore Padovan, la Juventus è stata condannata…. -15 punti di penalizzazione, dirigenza azzerata, futuro in bilico… che succede?

Con la presidenza di Andrea Agnelli e la dirigenza affidata a Nedved, Cherubini e Paratici (quindi dopo la partenza di Giuseppe Marotta, approdato all’inter), la Juventus ha perso la leadership tecnica (veniva da nove scudetti consecutivi) e ha appesantito il deficit in maniera significativa. A contribuire, in modo decisivo, a questo fenomeno, aveva provveduto l’acquisto di Cristiano Ronaldo: 105 milioni di euro più, ovviamente, il suo ingaggio mostruoso. Ovvero 33 milioni di euro netti l’anno, 66 a stagione per il club. Non so se prima o dopo (ma forse c’è sempre stato), è prosperato il fenomeno delle plusvalenze fittizie, ovvero la pratica di attribuire un valore smisurato a calciatori giovani o di nessuna rilevanza tecnica, con i quali imbastire operazioni contabili utili a restaurare i bilanci. Ritengo corretto dire che tutti vi hanno fatto ricorso e che, da almeno trent’anni, se ne è abusato.

E allora perché a finire nel mirino della giustizia, ordinaria e sportiva, è stata la società bianconera?

Per due ragioni: le inchieste della magistratura sollecitate dai rilievi della Consob e il fatto che dalle inchieste siano emerse intercettazioni che hanno portato alla revocazione del processo sportivo. In primo e secondo grado, infatti, tutte le società coinvolte erano state assolte. Ora, per accertare quanto il calcio italiano sia compreso in questo marchingegno, bisognerebbe che ogni procura della Repubblica competente lavorasse come quella di Torino e arrivasse alle stesse conclusioni. Intanto, secondo la Corte di giustizia, la Juve aveva elaborato un vero e proprio sistema di plusvalenze fittizie, mentre altre società (non  a caso non punite) avevano partecipato solo saltuariamente. Ora non credo che per i legali della Juventus sia troppo difficile dimostrare la contraddittorietà delle motivazioni. Oltre al vizio di forma che sta sopra a tutto: essendo stata già giudicata (ne bis in idem), la Juve e le altre non potevano affrontare un altro grado di giudizio.

Quindi le penalizzazioni potrebbero essere ritirate?

Credo che anche se dovesse essere cancellato il meno 15, la Juve sarà sicuramente giudicata per due altri filoni giudiziari: le plusvalenze opache realizzate con società “amiche” e la manovra stipendi. E’ chiaro, anche a chi non sia juventino, che è in atto una manovra giudiziaria di enorme portata tesa a declassare il club (esclusione dalle Coppe e probabile retrocessione in serie B magari con penalizzazione) in modo da ridimensionarlo in maniera definitiva.

Una sorta di “Calciopoli bis” i cui mandanti potrebbero essere i vertici dell’Uefa, ancora imbufaliti per la vicenda Superlega che aveva visto Andrea Agnelli tra i primattori. La dirigenza decapitata si spiega anche con questo. Elkann aveva mal digerito sia gli ultimi e, però, necessari aumenti di capitale, sia il fallimento cosmico del cugino Andrea quando si era esposto per la creazione della Superlega. Nel giro di 48 ore il progetto era stato smantellato dal ritiro di tutte le società inglesi e anche di Milan e Inter.

Torniamo però alla questione centrale: lei pensa che il doping finanziario sia equiparabile a quello sportivo, in termini di gravità?

Sì, il doping finanziario rappresenta senz’altro l’alterazione delle norme. Tuttavia mi preme far presente che esisterebbe, a livello europeo, quindi a livello Uefa, il regolamento del fair play finanziario. La norma base è la seguente: si può spendere in base a quanto si guadagna. Eppure ci sono società come il Paris Saint Germain, il Manchester City e il Chelsea che sono pozzi senza fondo e arrivano a sborsare – è il caso del Chelsea – 400 milioni di euro solo per il recente mercato invernale. Più in generale l’intera Premier League ha un rapporto imparagonabile con gli altri campionati, tanto da far dire a molti che la competizione è impossibile perché impari.

Insomma, il caso Juve sarebbe solo la punta dell’iceberg di un fenomeno degenerativo molto più ampio?

Sì, come si desume da quanto scritto finora, la Juventus è solo la punta di un fenomeno di complessa lettura. Plusvalenze e bilanci “abbelliti” ci sono ovunque, mentre non sono ovunque le Procure dotate dell’intenzione di punire in maniera radicale. Il calcio – come la politica – è l’arte del possibile. E, a volte, tutto è possibile. Anche l’illecito tollerato o accettato. 

Calcio e Borsa… un binomio che non funziona?

La Juventus, ultima tra le società quotate, ha avviato il delisting. La ragione, almeno secondo me, è che i controlli sono più frequenti e serrati senza portare a reali benefici. Anzi, come nel caso Juve, è stato l’avvio del disastro.

E nel sistema generale del calcio italiano? Cosa sta succedendo?

In Italia il sistema calcio è in crisi profonda. Sia perché gli anni della pandemia hanno dissanguato le casse della società, sia perché, e soprattutto, la vendita all’estero dei diritti televisivi è troppo bassa e, a volte, del tutto inesistente. Il problema è che il nostro campionato non attira più né spettatori (televisivi), né investitori pubblicitari per cui realizzare grandi introiti da distribuire alle società è un’ipotesi puramente illusoria. L’ultimo calciomercato, ovvero quello invernale, chiuso il 31 gennaio, ha avuto un volume di affari bassissimo, pari a quello della Championship, la serie B inglese. Oggi nel mondo sono venduti e visti la Premier, la Liga, perfino la Bundesliga. L’Italia, sempre meno appetita dai calciatori di valore, è ormai al livello della Ligue 1 dove, però, giocano, anche se in una squadra sola, Messi, Neymar e Mbappé.

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Davvero senza  sceicchi e stadi-centro commerciale non c’è futuro?

Il grande calcio europeo è fatto dai fondi di investimento e dalle ingenti capacità che hanno i regnanti dei Paesi Arabi. La stessa Juventus, unica società italiana nella storia ad essere appartenuta alla stessa famiglia, potrebbe – una volta risanati i debiti e riacquisito un valore di mercato superiore al miliardo di euro – essere ceduta. Tra l’altro è uno dei pochi club in Italia che abbia lo stadio di proprietà, diventato un must per produrre utili. Il punto è questo: per competere o, almeno avvicinare, la Premier il mecenatismo (Berlusconi, Moratti, Agnelli) non basta più. Quindi o si accetta il modello alternativo o – tranne virtuose eccezioni – si diventa subalterni al prodotto di qualità. 

E l’aspetto sportivo? Con i ragazzi reclutati dalle scuole calcio a pagamento, il rischio che i talenti veri rimangano fuori dal giro con grave nocumento per tutto il sistema calcio nazionale, è più di un’ipotesi…

Il dilemma dei talenti che si perdono, purtroppo è annoso. Non sono le scuole calcio a tarparne le ali, ma la scomparsa del calcio da strada, l’agonia degli oratori, la concorrenza della tecnologia, la durezza degli allenamenti, lo spirito di sacrificio. Per ultima, ma non ultima, c’è una sorta di desuetudine al calcio anche tra gli spettatori più giovani. La tendenza degli adolescenti (14/18 anni) non è più quella di guardare una partita per intero, ma di soffermarsi, a match concluso, sugli highlights. E se il calcio da salotto non cattura più, figurarsi quello da campo dove bisogna correre, sudare, sgomitare e, se va bene, uno su un milione ce la farà a giocare tra i professionisti.

C’è un modello all’estero al quale possiamo guardare?

Il modello all’estero è l’Ajax, un grande club con un vivaio straordinario che lancia giovani calciatori e promettenti allenatori senza paura di sbagliare. E se accade, l’anno dopo si riprova con la stessa filosofia. I migliori vengono ceduti a prezzi altissimi e si ricomincia dal basso per formare una squadra di livello. E’ vero, l’Ajax non vince in Europa da molti anni, ma, oltre ad avere una storia ricchissima, ha sempre lo sguardo rivolto al futuro. Ovviamente è perennemente in attivo e investe in strutture e reclutamento.

Ad un livello superiore non va dimenticato il Bayern di Monaco. Ma, da questa stagione, anche il Napoli potrà dire di avere vinto, prodotto conti in ordine e evitato ingaggi stratosferici. Gli manca il settore giovanile, ma fa scouting in maniera ottimale: pagare poco, vendere a tanto, vincere (finalmente). E con la squadra che hanno allestito De Laurentiis e Spalletti non conquisteranno solo lo scudetto. Corrono, a buon diritto, anche per la Champions League. Non a caso il presidente ha concordato un rilevantissimo premio. Perché vincere, soprattutto in Europa, non aiuta solo a vincere. Ma anche a guadagnare. Quindi ad avere bilanci sani e non truccati.   

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