Il voto contrario dell’Italia all’Ecofin dello scorso 12 aprile, insieme a quello dell’Ungheria di Orban, non è bastato: la direttiva europea sulle case green (Epbd, Energy performance of buildings directive) è stata approvata a maggioranza qualificata. Ora i Paesi membri hanno due anni di tempo per adeguarsi, presentando all’Ue un piano nazionale di ristrutturazione per raggiungere gli obiettivi. E che obiettivi: tutti gli edifici privati di nuova costruzione dovranno essere a emissioni zero a partire dal 2030, quelli delle autorità pubbliche già dal 2028. Per gli edifici residenziali non di nuova costruzione, i 27 dovranno garantire una riduzione dell’energia primaria media utilizzata rispetto al 2020 di almeno il 16% entro il 2030 e di almeno il 20-22% entro il 2035. Gli Stati membri dovranno inoltre ristrutturare il 16% degli edifici non residenziali che hanno le peggiori prestazioni entro il 2030 e il 26% entro il 2033, introducendo requisiti minimi nazionali di prestazione energetica da rispettare per tutto il settore dell’edilizia; e garantire, se tecnicamente ed economicamente fattibile, l’installazione progressiva di impianti solari negli edifici pubblici e non residenziali, in funzione delle loro dimensioni, e in tutti i nuovi edifici residenziali entro il 2030.

Gli edifici sono responsabili del 40% dei consumi energetici e del 36% delle emissioni di gas a effetto serra nell’Ue, secondo una valutazione della Commissione europea. Quindi agire è necessario: ciò non toglie che quelli dell’Epbd siano obiettivi particolarmente difficili da raggiungere, specie per un paese come l’Italia. Secondo il rapporto “Il valore dell’abitare. La sfida della riqualificazione energetica del patrimonio edilizio italiano” di Cresme, Fondazione Symbola, Assimpredil Ance e European Climate Foundation, il 72% dei nostri edifici ha più di 43 anni ed è stato costruito prima della legge sull’efficienza energetica (L. n.373/76); e il 68,5% delle abitazioni ha una classe energetica compresa tra la E e la G. «Il nostro patrimonio edilizio è caratterizzato da un lato da classi energetiche molto basse, ma allo stesso tempo da condizioni climatiche molto diverse» afferma Lorenzo Bellicini, direttore Cresme, «per migliorare le prestazioni energetiche degli immobili (ad esempio, migliorando di due classi energetiche attuali il nostro patrimonio edilizio) servirebbero tra i 260 e i 320 miliardi di euro. Occorre quindi pensare a modalità di intervento che garantiscano il raggiungimento degli obiettivi che ci vengono posti dall’Europa per gradi, partendo dagli edifici più energivori e con un percorso di medio-lungo periodo, che oltre a garantire un più corretto rapporto tra domanda e offerta, consentirebbe alle imprese  di programmare investimenti in grado di porre le costruzioni alla testa del processo di innovazione».

Secondo il rapporto, far salire di due classi energetiche il patrimonio edilizio residenziale permetterebbe la riduzione media del 40% della bolletta di una famiglia, pari a un risparmio annuo di 1.067 euro ai costi del 2022, e allo stesso tempo un incremento del valore delle abitazioni. Una casa ristrutturata vale infatti mediamente il 44,3% in più di una casa da ristrutturare, fino al 50,8% in più fuori dalle aree metropolitane in luoghi non turistici, mentre nelle periferie, nelle corone delle aree metropolitane le case ristrutturate valgono il 40,5% in più di quelle non ristrutturate. Si tratta di aree dove si concentra la fascia più debole dal punto di vista energetico del patrimonio edilizio ed economicamente più fragile della popolazione.

«L’obiettivo sfidante di far scendere il consumo medio dell’intero patrimonio edilizio del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035 deve rappresentare per il Paese una occasione per creare lavoro, sviluppare nuove competenze e dare nuovo impulso alla filiera edilizia, motore della crescita economica interna» si legge ancora nel rapporto di Cresme, Fondazione Symbola, Assimpredil Ance e European Climate Foundation. «Si stima infatti che ogni miliardo di euro di investimenti in costruzioni produca un valore aggiunto di un miliardo e 100 milioni e un effetto diretto e indiretto sull’occupazione di 15.132 nuovi posti di lavoro. In questo senso, gli obiettivi dell’Epbd costituiscono uno stimolo importante per lo sviluppo della filiera delle costruzioni, la diffusione di soluzioni impiantistiche come le pompe di calore elettriche anche in abbinamento con geotermico e fotovoltaico e nel mondo della progettazione la crescita del ruolo della termotecnica nella definizione delle scelte progettuali e costruttive. L’elettrificazione dei consumi favorirà il processo di crescita delle comunità energetiche e la creazione di figure professionali necessarie all’industria edilizia e dell’efficienza energetica».

Non pare pensarla così il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che a Lussemburgo dopo l’Ecofin del 12 aprile ha affermato: «Abbiamo votato contro la direttiva sulle Case Green, si è concluso l’iter. Il tema è chi paga. Abbiamo esperienze purtroppo note in Italia. È una direttiva bellissima, ambiziosa, ma alla fine chi paga? Noi abbiamo esperienze in Italia in cui pochi fortunelli hanno rifatto le case grazie ai soldi che ci ha messo lo Stato, cioè tutti gli altri italiani, e diciamo che è un’esperienza che potrebbe insegnare qualcosa». Il governo insomma teme che possa ripetersi la voragine nei conti pubblici dovuta al Superbonus. I rappresentanti delle imprese in effetti già chiedono incentivi utili a raggiungere gli obiettivi fissati da Bruxelles con buona pace di Roma: «Il recepimento in Italia della versione aggiornata della direttiva Energy performance of building directive è sicuramente una delle grandi sfide a cui saremo chiamati nei prossimi anni e il settore dell’edilizia è pronto» dice Regina De Albertis, presidente Assimpredil Ance, «ma per rispettare le tempistiche e gli obiettivi, sarà necessario prevedere incentivi fiscali adeguati e rimodulati anche in base alla qualità tecnica degli interventi da effettuare, senza accantonare la cessione del credito e lo sconto in fattura, pianificare gli interventi su un arco temporale congruo e porre attenzione sulla necessità di qualificazione delle imprese che devono effettuare i lavori». Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, ricorda che le direttive europee vanno sempre calate nella realtà dei diversi paesi: «Le specificità del nostro patrimonio immobiliare sono note, così come quelle di chi lo detiene (piccoli proprietari, spesso in condominio). Occorre pensare a una distribuzione equilibrata nel tempo degli interventi e ad adeguate misure economiche e fiscali di sostegno. Il tutto, senza dimenticare che il nostro territorio ha una priorità che a Bruxelles non scalda i cuori quanto il green: quella del miglioramento sismico degli edifici».