L’importante è “metterci la faccia”, ma sul serio: prendendosi la responsabilità, e l’impegno, di operare direttamente sulla tastiera, interagire davvero e non affidare il compito allo staff. Ne è convinto Ferruccio De Bortoli, già direttore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore, oggi editorialista e presidente della Vidas, opinion-maker ascoltato e attivo protagonista sui social e in particolare Twitter, con circa 650 mila follower. “Dei social va fatto un uso accorto e raffinato. In Italia lo pratica Calenda, e anche Renzi; all’estero lo fa, per quanto, nel merito, in modo sconcertante, Trump. L’importante, più ancora di quel che si scrive, è metterci la faccia e il presidente Usa lo fa. Poi, intendiamoci, fa un uso assolutamente irresponsabile dello strumento, dal punto di vista dell’uomo più potente di mondo, ma dal punto di vista funzionale, di chi vuol essere al centro dei social network, agendo in modo così immediato ottiene il suo scopo. Mentre altri sono dei gregari del trend topic, sono pesci pilota”.

Ma che giudizio si sente di dare alla campagna elettorale in corso vista con l’occhio dei social?

C’è un uso eccessivamente entusiastico e coinvolto dei social, in particolare di Twitter. Molti twittano su tutto in modo parziale, e quindi non contribuiscono ad un dibattito di qualità. Per esempio sui dati economici, dalla congiuntura all’occupazione, sia da destra che da sinistra fioccano sui social commenti di centrati su ciò che fa più comodo a ciascuno, senza alcuno sforzo di imparzialità. 

Diceva di Calenda, e altri nomi?

Sì, Calenda fa un uso secondo me intelligente dei social, anche se molto dispendioso sul piano dell’impegno personale perché ne fa quasi un debat public, risponde a interlocutori diretti come a Michele Emiliano sull’Ilva o allo stesso Renzi sul canone Rai. Berlusconi è sostanzialmente assente perché è palese che non fa nulla in prima persona, non sono il suo strumento, non sono il suo mondo. Con Gasparri credo che rasentiamo a volte il cyber-bullismo… di buono c’è che che le varie personalità degli uomini politici emergono, sui social. Aggressività, bonarietà, ironia, senso della misura. Di negativo è che tutto resta sempre superficiale, si disabitua il pubblico ad affrontare problemi complessi, e a capire che non sempre ci sono risposte semplice.

Trump usa bene twitter, sul piano tecnico, anche se in un modo del tutto irresponsabile per l’uomo più potente del mondo

E gli haters, gli odiatori?

Rilevo che c’è la tendenza alla battuta e allo sberleffo notevole, a volte distruttivo ma spesso anche positivo, a volte i social si incaricano di smontare, demitizzaree, c’è una certa diffusa ironia nell’intelligenza sociale. L’hastag “aboliamo qualcosa” l’ho trovato sublime, c’è un modo intelligente di praticare ironia e sarcasmo, un aspetto che a volte dimostra che la Rete ha anche un suo senso di responsabilità, a parte gli hater.

Personalmente come li usa?

Su Twitter sono attivo e intervengo direttamente, ma di rado: non sempre si ha qualcosa di interessante da dire, e a volte ci si rende conto che può essere meglio astenersi, mentre spesso c’è una bulimia della presenza con forme quasi fanatiche di comunicazione, per cui l’importante non è dire qualcosa di interessante.

E chi usa i social direttamente perché se ne giova?

I leader che usano controfigure in rete sono negative. Questo non significa che sia facile giovarsi di un intervento diretto, perché il pubblico dei social considera le risposte come atti dovuti. Ritengo comunque che quando c’è un’interazione vera con un vero impegno del personaggio e del suo staff un qualche effetto positivo possa derivarne. 

Il dibattito digitale è in se’ positivo ma d’altra parte tende a banalizzare tutto e diffondere visioni faziose della realtà

E quando si viene insultati?

Non penso che sia il caso di polemizzare sul social e prendersela con gli insultatori… io non reagirei, vedo che qualcuno reagisce  e secondo me è un errore, si dà troppa importanza aggressori.

Che poi a volte sono anonimi o fake…

E gli si dà evidenza! L’anonimismo è il vero problema della democrazia in Rete. L’anonimato è sacrosanto quando tutela il diritto d’opinione dalla censura dei regimi totalitari, ma in una società democratica e matura l’anonimato rischia di essere vigliaccheria, ci sono persone che partecipano al dibattito con un casco in testa per non farsi riconoscere, non è democrazia diretta ma inquinamento. E poi, in generale, non dobbiamo farci ingannare dalle minoranze più attive, che sembrano interpretare un sentimento maggioritario che non  c‘è. Credo che l’errore sia pensare che la comunicazione politica si esaurisca nelle news e nella presenza sui social, che invece deve essere interattiva perché i social non sono un modo diverso di diffondere comunicati stampa e veline! 

L’anonimismo è il vero problema della democrazia in Rete. E’ sacrosanto solo quando tutela il diritto d’opinione dalla censura

E poi c’è il fronte delicato dei following: chi seguono gli opinion-leader.

Infatti, i social sono dibattito, tutti possono parlare con tutti, non si tratta di inseguire gli insultatori ed haters… Si è comunque aperti… si hanno follower ma anche following… una delle critiche a Trump è che i suoi following sono tutti parenti e collaborator

Giudizio d’insieme sul rapporto tra i social e la politica?

Non può che essere un giudizio articolato. Da un lato il dibattito in se è positivo, dall’altro tutto si semplifica, si banalizza, tutto diventa superficiale, c’è un eccesso di tweet e di post celebrativi o con visioni assolutamente parziali e faziose della realtà, c’è un marcato ritorno al benaltrismo sulla Rete, non si affronta mai fino in fondo un argomento, e troppo spesso si manda la palla in tribuna… Infine c’è un tema molto equivocato, quello della privacy: con i social, si sfuma, anche per i leader politici, il confine tra dimensione privata e pubblica. Chi usa i social media tende a mischiarle. Poi però non può lamentarsi se la propria dimensione privata è oggetto di investigazione giornalistica… molto spesso è stato lui stesso a cominciare.